1945, all’alba del Primo Maggio San Vito al Tagliamento si risveglia libera

Ottanta anni fa la fine della guerra e del nazifascismo. Dopo una rappresaglia tedesca e gli ultimi scontri, i reparti corazzati inglesi entrano in piazza

di Giuseppe Mariuz

All’alba del primo maggio 1945, intorno alle ore 6.30, il 7th RB e il D Squadron del 27th Lancers, avanguardie della 61st Infantry Brigade dell’esercito britannico, provenienti da Villotta e Braidacurti, entrano nella piazza di San Vito, già liberata dalle forze partigiane. Finisce così una lunga guerra, iniziata il 10 giugno 1940, costata ai sanvitesi 192 morti, di cui 131 appartenenti alle Forze armate del Regno (particolarmente numerosi i caduti nella campagna di Russia e gli internati militari in Germania), 36 civili (in buona parte a causa dei bombardamenti e sei vittime di una rappresaglia) e 16 partigiani. I giorni che precedettero la Liberazione furono particolarmente cruenti e caotici e vengono qui riportati sulla base della documentazione esistente proveniente dagli archivi militari italiani, tedeschi e inglesi, dei diari delle formazioni partigiane Garibaldi e Osoppo, di un importante ma ridotto apparato fotografico e di numerose testimonianze raccolte, peral- Ottanta anni fa la fine della guerra e del nazifascismo. Dopo una rappresaglia tedesca e gli ultimi scontri, i reparti corazzati inglesi entrano in piazza tro non tutte coincidenti su date, luoghi e descrizione dei fatti. In aprile, con la rapida avanzata degli Alleati, le file partigiane si erano rapidamente ingrossate.

Nell’area sanvitese operavano le brigate garibaldine “Ottobrino” e “Anthos” e la XIV brigata Osoppo. Va segnalata anche la presenza di una missione alleata, composta dal tenente “Raoul” e da due telegrafisti italiani, paracadutati in febbraio alle Melmose, che si insediarono presso la famiglia di Giuseppe Totis in Boreana e la cui attività fu importante sia per le comunicazioni sia per la fase delle trattative finali. Gli ultimi giorni di guerra nel Sanvitese furono concitati e registrarono molte azioni belliche e nuovi lutti. I tedeschi, pur in ripiegamento, si erano insediati in vari edifici fra cui Palazzo Zuccheri in centro e Villa Renzi a Savorgnano: erano decisi a vender cara la pelle e comunque a non arrendersi ai partigiani, considerati alla stregua di banditi. Le truppe stanziali della Wehrmacht, presenti da oltre un anno presso il comando di Palazzo Rota in piazza e nelle officine di Madonna di Rosa, fino ad allora avevano sì infierito contro i partigiani, ma allo stesso tempo cercato tacitamente un minimo di convivenza con la popolazione. I nuovi arrivi erano invece composti da SS e truppe speciali aduse ad una spietata repressione. Inoltre, nella zona stavano confluendo vari reparti in ritirata dalla pianura padana e diretti a nord che erano in grado di colpire ancora duramente. Dall’altra parte, i partigiani in armi erano fermamente determinati a sconfiggere il nazifascismo che aveva infierito contro di loro in tutti i mesi invernali e agognavano a conquistare la libertà con le proprie forze, prima dell’arrivo degli Alleati. L’episodio più tragico degli ultimi giorni prima della Liberazione avvenne il 26 aprile fuori dal cimitero di San Vito. Dentro alcune tombe da tempo i partigiani nascondevano armi e munizioni e si recavano a prelevarle quando lo ritenevano necessario. Cerchiamo di ricostruire i fatti. Intorno alle 14, tre giovani partigiani (o forse solo due) muniti di pistola si trovano all’esterno del muro al momento del passaggio di una pattuglia in bicicletta di soldati tedeschi alloggiati a Palazzo Zuccheri, incattiviti dal fatto che dovevano raggiungere altri due commilitoni derubati delle biciclette. Va ricordato che a loro volta le biciclette erano frutto di requisizioni compiute dai tedeschi sulla popolazione. I tedeschi, armi in pugno, intimano l’alt! I partigiani sanno che la loro sorte è segnata dal possedere un’arma; per sfuggire alla cattura, uno di loro spara al tedesco che ha chiesto i documenti, che cade colpito (non si sa con quale esito), quindi tutti se la danno a gambe sotto il tiro della fucileria. Dionisio Masut (nome di battaglia “Salvo”) di 19 anni rimane ucciso mentre tenta di superare una recinzione. Subito dopo scatta la rappresaglia. I tedeschi ammassano al muro i primi ignari passanti per la strada, inclusi dei ragazzi, e li massacrano con sventagliate di mitra e lancio di bombe a mano. Muoiono così Elia Luigi Finos di 14 anni, Renato Rivotto di 15, Enrico Corazza di 21, Luigi Tomei di 27 e Giuseppe Piazza di 30. L’episodio a sua volta ne innesca altri. Commissario prefettizio del Comune era Claudio Fogolin, classe 1872, già tecnico della Fiat e poi cofondatore della casa automobilistica Lancia, fascista della prima ora. Aveva accentuato il fanatismo negli ultimi anni pubblicando qualche mese prima un libro delirante secondo cui il Duce era “fra i pochissimi che hanno lasciato maggior orma di Dio sulla terra”, l’Asse era stato aggredito e lottava “a beneficio di tutti i popoli contro la plutocrazia ebraico-borghese”. In seguito all’azione tedesca, Fogolin ha parole sprezzanti verso i civili massacrati e rifiuta qualsiasi sostegno del Comune verso i loro familiari. Questo atteggiamento estremo determina un temerario atto di due partigiani di Gleris che sfidando la piazza controllata dai tedeschi prelevano il Commissario, lo caricano a forza in una carrozza, lo portano presso il Tagliamento, dove viene sommariamente processato e fucilato in località Quaiare. Proprietario della carrozza era monsignor Pietro Guarnerini, ottantaduenne parroco di Savorgnano e uomo di grande personalità, che il giorno 28 viene arrestato, imprigionato e torturato dai tedeschi essendo ritenuto corresponsabile; morirà per questo dopo pochi giorni, il 6 maggio. Seguiamo ora gli ultimi avvenimenti bellici. Il 28 si registrano vari attacchi contro i tedeschi da parte di partigiani garibaldini e osovani a San Vito, San Giovanni (dove restano uccisi due partigiani), Boscat, Ponte della Delizia. La sera una colonna di fanteria e carri armati tedeschi (Panzer-Abteilung 212) proveniente da sud transita per Cordovado, una parte riesce ad attraversare il Tagliamento e una parte il mattino del 29 è segnalata a Savorgnano, dove i partigiani si predispongono alla battaglia con mezzi anticarro (Pamzerfaust). Alle 10 iniziano le trattative per indurre alla resa i tedeschi. Vi partecipano il comandante tedesco, il chirurgo Sestilio Gabrielli, l’arcidiacono di San Vito, monsignor Pietro Corazza, i partigiani “Fiore” e “Treno”, Giuseppe Totis del C.L.N. e l’ufficiale alleato “Raoul”. Il comandante di zona tedesco tratta, ma con riserva di accettare dopo aver parlato col comandante dei carristi. I tedeschi liberano gli ostaggi che avevano catturato ma temporeggiano per cercare una via di fuga. Durante un attacco garibaldino fallito a Palazzo Zuccheri muore il partigiano Francesco Berto “Don”. La giornata del 30 è ancor più caotica con nuovi combattimenti e con movimenti di Panzer mitragliati dall’aviazione alleata a Casarsa. Nel mattino, secondo le relazioni delle formazioni Garibaldi e Osoppo, si arrende il presidio tedesco della piazza di San Vito. Nel pomeriggio proseguono le trattative per evitare lo scontro finale con la colonna corazzata ferma a Savorgnano; alla fine questa si ritira, previa distruzione dei mezzi senza carburante, attraverso Gleris e cerca il guado all’altezza di Rosa. In Braida Bottari intanto è arrivata una colonna di fanteria tedesca; accerchiata dai partigiani, è disponibile ad arrendersi ma solo agli Alleati. Durante la notte si trova una soluzione: duecento e forse più tedeschi si arrendono formalmente a un ufficiale alleato (quasi sicuramente lo stesso “Raoul”). Vengono disarmati e sorvegliati dai partigiani del battaglione “Tridente” nel piazzale antistante la scuola di avviamento (oggi Piazza Stadtlhon) e poi consegnati agli Alleati. Una foto attesta come fosse una prigionia “rassegnata”, priva di barriere e di rigidi controlli. Tornando alla Liberazione del primo maggio, riferiamo che gli Alleati riprendono presto la strada in due direzioni: a nord verso Casarsa dove si uniscono ad un altro Squadrone del 27th Lancers proveniente da Pordenone, e verso nord-est in direzione Udine, dove arrivano nel pomeriggio. Un carro armato tedesco in ritirata, immobilizzato da una granata degli Alleati, viene preso come bottino dagli osovani a San Giovanni. Dopo ultimi sporadici scontri, l’intero territorio sanvitese a mezzogiorno è completamente liberato. Gli alleati riportano di aver preso nel territorio complessivamente mille prigionieri tedeschi. Da quel giorno nessuna arma da guerra ha più sparato. Il 12 giugno in una solenne cerimonia allo stadio Bottecchia di Pordenone i partigiani della destra Tagliamento smobilitano consegnando le armi agli Alleati.

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