Nel duomo di San Giorgio a Porcia si tenne per due anni una messa in suffragio dei caduti di quella battaglia, una cerimonia che oggi si potrebbe ripristinare
di Piergiorgio Grizzo
E’ l’alba di domenica 7 ottobre 1571, giorno di Santa Giustina. Il mare davanti alle isole Curzolari, all’imbocco del golfo di Patrasso, è ricoperto da una moltitudine di vele. Due flotte immense, che contano entrambe centinaia di navi da guerra, si fronteggiano. Da una parte la Lega Santa, promossa dal Papa, che unisce la Repubblica di Venezia, la Spagna, Genova, i cavalieri di Malta e numerosi ducati italiani. Dall’altra l’Impero Ottomano.
A metà mattina ha inizio quella che in età contemporanea verrà chiamata la battaglia di Lepanto, uno degli eventi più drammatici nella secolare lotta tra l’Occidente cristiano e l’impero del Sultano. Il Friuli ha mandato i rampolli di alcune delle famiglie più importanti della propria nobiltà, perlopiù imbarcati sulle galere veneziane. Sono presenti: 1 Spilimbergo, 2 Frangipane, 4 Strassoldo, 8 Colloredo, 4 Savorgnan, 2 Altan di Salvarolo, 5 di Maniago, un Cordovado, un Cisternini (di Spilimbergo) ed un Montereale. Ma soprattutto c’è Silvio di Porcia, che comanda la prora della capitana di Agostino Barbarigo, vice ammiraglio della Serenissima, nel corno sinistro dello schieramento cristiano.

Il conte di Porcia, all’epoca 45enne, è un esperto uomo d’armi, che ha già ricoperto importanti incarichi militari per conto di Venezia, ma anche per l’Imperatore Carlo V e per il Papa.
La battaglia inizia con i primi cannoneggiamenti a distanza. Quando le flotte si avvicinano, una grandinata di frecce e proiettili cade su entrambi gli schieramenti. Poi le navi vengono a contatto e sui ponti inizia una feroce battaglia corpo a corpo con spade, asce e picche. Una freccia si conficca nell’occhio del Barbarigo e, mentre questi viene portato in fin di vita sotto coperta, il comando passa a Silvio Di Porcia, che insieme a Federico Nani, guida i suoi fanti di mare nella difesa della galera, abbordata dai turchi.
Papa Pio V ebbe una visione che gli annunciava la vittoria nell’ora del mezzogiorno. Da allora continua la tradizione di suonare le campane di tutte le chiese alle 12 in punto
A metà giornata la supremazia cristiana è netta, al tramonto la vittoria è definitiva. La notizia giungerà a Roma ventitré giorni dopo. Si racconta, però che il giorno stesso della battaglia papa Pio V abbia avuto una visione che gli annunciava la vittoria nell’ora del mezzogiorno, esclamando subito dopo: “Suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima”. Da allora continua la tradizione cattolica di suonare le campane di tutte le chiese alle 12 in punto.

La Lega Santa ha schiacciato la flotta del sultano con la supremazia delle sue artiglierie, delle sue batterie di archibugieri e delle 6 galeazze veneziane. Silvio ne esce malconcio, con ferite da freccia sia al fianco che ad una gamba, ma può festeggiare insieme al resto della flotta quella epocale vittoria.
Ritorna in Patria carico di bottino, nel quale sono compresi anche due prigionieri turchi, che negli anni a venire si convertiranno al cristianesimo e lavoreranno nelle tenute della famiglia. Venezia, come premio per il suo coraggio e la sua fedeltà, gli regala 800 ettari di terra nei dintorni di Azzano Decimo, che saranno presto coltivati a vigna. Nella chiesa di San Giorgio di Porcia erige un trofeo composto dalle bandiere e dalle armi strappate al nemico, cimeli che poi andranno persi durante l’occupazione austro tedesca del 1917. Proprio il duomo purliliese, nel nome di Silvio di Porcia, fu teatro per due edizioni di una suggestiva messa in suffragio per i caduti di Lepanto. “La prima messa in onore dei Cavalieri Friulani periti nella battaglia, fu celebrata nel 2011 alla presenza dei loro discendenti, nella chiesa di San Giuliano a Panigai di Pravisdomini, per iniziativa di Bruno Stefanon e Luigi Zanin – spiega Paolo Francesco Quirini, discendente di uno dei protagonisti di quell’evento e grande appassionato di storia veneziana – A questa commemorazione fui invitato anch’io, in quanto era un mio antenato il Capitano da Mar Marco Quirini, eroe della battaglia, le cui gesta gli valsero l’appellativo, attribuitogli dallo storico genealogista Capellari Vivaro, di Capitano invitissimo et formidabile Flagello della superbia ottomana”.

“La messa in latino venne celebrata, con il rito del drappo o absinte cadavere, dal compianto Monsignor Sutto, esorcista della Diocesi Concordia-Pordenone, con la partecipazione del Coro gregoriano San Martino Valvasone e la perfetta organizzazione e regìa di Giordano Brunettin. Il rito fu ripetuto a Panigai anche l’anno seguente”.
“Poiché un altro eroe di Lepanto era Silvio di Porcia, proposi di portare questa ricorrenza nel duomo di Porcia, e, ottenuto l’incarico, presi accordi con l’amministrazione comunale e con monsignor Daniele Fort, parroco del Duomo. Qui venne così celebrato per due anni consecutivi questo solenne rito, alla presenza anche dei discendenti di Silvio, il Principe Gherardo di Porcia e suo figlio Guecello. Poi, in seguito a tragici e preoccupanti avvenimenti politico-religiosi (l’attentato del 7 gennaio 2015 avvenuto a Parigi contro i giornalisti della rivista “Charlie Ebdo’ ndr) si ritenne opportuno di sospendere la cerimonia. Ora che le acque si sono calmate, sarebbe bello pensare di riprenderla, vista la sua finalità prettamente storica e commemorativa di un avvenimento epocale che vide partecipi gli antenati di famiglie del nostro territorio, non solo ai comandi di galee, ma anche anche tra i soldati che combatterono nella battaglia e vi perirono”.
Sullo stesso argomento leggi anche l’articolo di Paolo F. Quirini:
7 Ottobre 1571, Marco Quirini alla “Gran Bataja”




Lascia un commento