La via dei cacciatori ertani

La storia della conquista del Duranno, una delle montagne più iconiche delle Dolomiti Friulane. Dalla prima salita compiuta nel 1874 dallo scozzese Utterson-Kelso all’apertura della “via normale” ad opera di tre uomini che inseguivano un camoscio

a cura di  Piergiorgio Grizzo

La storia della conquista del Duranno, una delle montagne più iconiche delle Dolomiti Friulane. Dalla prima salita compiuta nel 1874 dallo scozzese Utterson-Kelso all’apertura della “via normale” ad opera di tre uomini che inseguivano un camoscio. Sua Maestà, il Duranno.

Giacomo “Conte” Filippin

Montagna iconica, leggendaria, ipnotica. Un gigante bifronte che dalla Valcellina spicca per il suo caratteristico profilo affilato, che ricorda il becco di un rapace, e dalla Val Zemola ha la stazza del classico massiccio dolomitico. Dalla sua spalla e dalla forcella partono avventurose vie alpinistiche, vero banco di prova e rituale iniziatico anche per i climber di oggi.

Giacomo “Maruf” Sartor

Ovviamente non è possibile salirlo per sentiero, ma richiede esperienza alpinistica e uso della corda, lungo una via normale, che oppone difficoltà massime di III+. La sua vetta, a quota 2268 metri, è uno spettacolare belvedere sulla Valcellina e sulla pianura friulana a Sud. A Ovest invece ci sono le dolomiti venete: Pelmo, Antelao e Civetta sembrano talmente vicine da poterle toccare e se la giornata è tersa si scorgono le sagome inconfondibili delle Tre Cime, della Croda dei Toni e delle Tofane, ma anche delle Odle, e poi fino ai Tauri ed alle più remote Giulie ad Est. Mauro Corona, scalatore e scrittore di Erto, ne parla spesso nei suoi racconti attingendo dall’epica del suo paese, per la quale il Duranno, posto a chiusura della Val Zemola, quella che gli stessi ertani chiamano semplicemente “Val”, è la montagna per antonomasia. Questo ciclope di pietra, che è il simbolo delle Dolomiti Friulane assieme al Campanile di Montanaia, fu conquistato per la prima volta dal baronetto scozzese William Edward Utterson – Kelso, insieme alla celebre guida cortinese Santo Siorpaes. Era il 22 luglio del 1874.

Giuseppe “Nanon” Martinelli

L’ex ufficiale del Royal Army, provetto alpinista, all’epoca 46enne, provenendo da Valle di Cadore, vide la parete Nord di questa poderosa montagna e decise di salirla. Insieme a Siorpaes scesero a Perarolo, fecero la Val Montina (il Bosco Negro degli ertani), arrivarono ai piedi del colosso e lo scalarono. Pochi anni dopo, tre cacciatori ertani, che inseguivano un camoscio, si ritrovarono a loro volta, quasi senza accorgersene, sulla vetta.

Erano tempi in cui la caccia aveva sovente qualcosa di parossistico e disperato perché serviva a sfamare le famiglie e non si poteva tornare a casa a mani vuote. Giacomo “Maruf” Sartor, Giacomo “Conte” Filippin, Giuseppe “Nanon” Martinelli, provenendo dalla Val Zemola, salirono però da Sud Ovest, cioè dalla forcella, ossia da quella che diventerà poi la già citata “via normale”. Quando i tre ridiscesero a Erto e raccontarono l’impresa appena compiuta all’osteria Pilin, non furono creduti. Gli stessi compaesani sollevavano dubbi sul fatto che avessero raggiunto la cima. Decisero quindi di ripetere la salita perché venisse in qualche modo certificata. Chiamarono il segretario comunale, il quale si mise in contatto con il suo omologo di Cimolais, il paese aldilà del passo di Santo Osvaldo, dal quale il Duran si vede nella sua totalità, cima compresa, che appare come il becco di un’aquila. Costui si mise in postazione con il monocolo a cavalletto e aspettò che i cacciatori ertani salissero. I tre per segnalare in modo inequivocabile la propria presenza in vetta si portarono dietro per tutta la scalata un grosso abete. Incuranti della fatica e del pericolo di legarsi addosso una zavorra simile su pareti strapiombanti, arrivarono a destinazione e lo piantarono in cima. Il segretario comunale di Cimolais omologò l’impresa.

il Duranno visto dalla piana di Cimolais
Italo Filippin

“Per anni – racconta Italo Filippin, anch’egli scrittore, scalatore ed oggi memoria storica del paese – la via di Sud Ovest, che parte dalla forcella fu attribuita erroneamente ad Utterson – Kelso, che invece era salito dalla parete Nord, come era logico, dal momento che veniva dal Cadore. Perfino Antonio Berti nella sua celebre guida sbagliò e la attribuì allo scozzese.” Della serie: anche i grandi, ogni tanto, sbagliano. “Nel 1973 – continua Filippin – io, Mauro Corona ed altri appassionati di alpinismo guidati da dottor Paolo Gallo decidemmo di andare a fondo alla questione. Contattammo una nostra compaesana, Adriana Martinelli, che all’epoca viveva a Londra presso una famiglia come ragazza alla pari, e le chiedemmo di recarsi alla sede del Alpin Club (il corrispettivo britannico del nostro Cai ndr) per recuperare la relazione di Hutterson – Kelso. Adriana riuscì a scovare in quegli immensi e polverosi archivi il resoconto del baronetto scozzese, che confermava la nostra teoria: lui e Siorpaes erano saliti dalla parete Nord e di conseguenza la “via normale”, quella che parte dalla forcella, non poteva essergli attribuita. Poco tempo dopo, con Mauro, Gianni Gallo ed Orazio Carrara ripetemmo la salita e redigemmo un articolo che fu pubblicato sulla rivista Dolomiti Bellunesi. Da allora la via normale al Duranno, quella che sale dalla forcella, fu chiamata la Via dei cacciatori ertani”. Il desiderio di Italo Filippin di rendere giustizia a questa impresa e ai suoi protagonisti nasceva anche da ragioni familiari. Giacomo “Maruf” Sartor era infatti il nonno di sua nonna. Di lui si sa che nel prosieguo della sua vita divenne una ricercata guida alpina. Un giorno arrivò ad Erto anche il famoso Julius Kugy, il cantore delle Alpi Giulie, uno dei padri dell’alpinismo moderno, insieme alla sua inseparabile guida, il tarvisiano Komach. I due erano intenzionati a salire il Duranno e chiesero di Sartor perché li accompagnasse. Di quella salita si racconta un aneddoto che rivela come “Maruf” fosse una autentica forza della Natura. Arrivati alla forcella, quando fu il momento di legarsi in cordata secondo le procedure del nascente alpinismo sportivo, Sartor disse semplicemente agli altri: io salgo e poi vi tiro su. E così fece. Nella sua relazione Kugy descrisse lo stile un po’ naif, ma allo stesso tempo elogiò la grande esperienza e conoscenza dei luoghi della guida ertana.

il Duranno

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *