CHE BALON!

di Gianni Sartor

Per la terza volta consecutiva, l’Italia “balonera” si è trovata ad affrontare il “dramma sportivo” di non partecipare ai prossimi Mondiali di calcio. Il giorno dopo, 60 milioni di commissari tecnici ad imprecare contro la malasorte, contro i giocatori e contro le scelte del tecnico. Ma dopo tre umiliazioni consecutive con conseguenti danni economici stimati per ciascuna mancata presenza in 100 milioni di euro per la FGCI, ancora si insiste con la solita supponenza, con le glorie del passato e senza voler affrontare le mille contraddizioni dello sport, ancora considerato, forse a torto, il più amato dagli italiani. Nel frattempo, tutto è cambiato. Io che sono figlio del “baby boom” ho giocato a calcio fin da piccolo anche perché, soprattutto nei paesi, non c’erano molte alternative. Ogni luogo era un’occasione per tirare quattro calci ad un pallone, pure le strade secondarie e se rompevi qualche vetro o facevi qualche piccolo danno, veniva benevolmente tollerato. Oggi ben che vada, chiamano i Carabinieri anche solo per il vociare conseguente al gioco. Poi, nascono pochi bambini e nel contempo l’offerta sportiva si è moltiplicata grazie anche alle performance di campioni italiani che hanno ottenuto ed ottengono successi a livello mondiale. Possiamo ricordare il tennis, il basket, la pallavolo ed il ciclismo, poi c’è pure l’aspetto, non secondario dell’avvento dei social, della play station, della X-Box e di tutti gli strumenti di distrazione di massa che appunto distraggono parte dei ragazzi dallo svolgimento di una sana attività sportiva. Pure i genitori sono cambiati; molti si convincono di avere dei fenomeni in casa ed in una sorta di delirio da guadagni facili, vagheggiano per se stessi un futuro di procuratori sognando per i figli un radioso successo tra i professionisti. Aveva ragione il mai dimenticato Ezio Vendrame quando diceva che avrebbe allenato volentieri solo una squadra di orfani. Non sono neanche i tempi di Nereo Rocco quando consigliava i suoi calciatori dicendo: “daghe a tutto quel che se move, se xe necessario anca al balon!” Chi viene scelto per entrare nel giro della Nazionale, in qualsiasi sport, dovrebbe avere oltre che le doti tecniche, anche quelle etiche e morali per essere di esempio per gli appassionati di quello sport. Per quanto l’Inghilterra abbia vinto poco e niente, uno sportivo che si distingue per mancanza di fair play, non sarebbe mai stato convocato. Purtroppo i soldi e gli interessi delle società la fanno da padroni ed il ruolo dei calciatori è diventato quello di pupazzi telecomandati sacrificando agli schemi fantasia e libertà d’azione. Le squadre di serie A in gran parte vivono i settori giovanili come un obbligo imposto dall’alto invece di una programmazione per il futuro. Spesso preferiscono prelevare giovani calciatori all’estero anche per evitare le interferenze delle famiglie e su dieci selezionati, magari ne esce uno di buono. Ma con gli stranieri non si fa la Nazionale e più ne entrano, meno si ottengono risultati a livello internazionale. A causa di questi campioni, o presunti tali, già pronti per affrontare i campionati ai massimi livelli, si ritardano i debutti dei giovani italiani accampando scuse sul fatto di non rischiare di bruciarli. Se un calciatore è forte, secondo me va fatto giocare e basta, Gianni Rivera aveva 16 anni quando ha giocato la sua prima partita in serie A. Va dato loro tempo, occasioni e ci vuole il coraggio di rischiare altrimenti, e qui aveva ragione Nereo Rocco, che prima di un Triestina Juventus ad un giornalista che gli disse “vinca il migliore” rispose: “speren de no”!

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