Tra affreschi che parlano di Pordenone, confratelli “di cappa rossa” e ipotesi veneziane, la storia meno nota di uno dei luoghi più affascinanti della città
a cura di Carlo Sam
Poco fuori dalla Contrada Maggiore, sulla riva sinistra del Noncello, sorge la chiesa cinquecentesca della Santissima Trinità, costruita sul terreno dell’antico alveo del Cellina. Oggi il suo profilo ottagonale e il tetto piramidale sono familiari ai pordenonesi, ma le storie che custodisce vanno ben oltre ciò che l’occhio coglie.
“Prima ancora della chiesa – racconta lo storico medievista Giordano Brunettin – qui c’erano le paludi del Noncello. Non sono mai stati fatti scavi archeologici e probabilmente non si faranno mai, ma ci sono indizi di insediamenti preromani e, più sicuri, in epoca romana, con strutture tardoantiche.” Nel Trecento, probabilmente, una prima cappella sorse proprio in questo punto, prima della costruzione dell’attuale chiesa tra il 1526 e il 1539, su progetto di Pre’ Ippolito Marone, che verosimilmente inglobò parte del precedente edificio. La forma ottagonale, tipica di edifici confraternali o memoriali, riflette una scelta simbolica e numerologica precisa: “Non è una pianta a croce, come le parrocchiali – spiega Brunettin – ma un ottagono, che richiama la rinascita e l’armonia dell’universo. Marone sapeva di costruire una chiesa confraternale, con il cimitero dei membri tutto attorno.” Anche il campanile, oggi anch’esso ottagonale, non è coevo: fu aggiunto in epoca successiva, mantenendo la coerenza geometrica dell’impianto.
La Confraternita della Santissima Trinità, detta “di cappa rossa” per i lunghi mantelli, si dedicava a riscattare prigionieri cristiani caduti nelle mani degli Ottomani. “Erano disposti persino a sostituirsi ai prigionieri – sottolinea Brunettin – un gesto di estrema generosità cristiana.” Il locale sopra l’atrio (entrambi demoliti nel 1882) serviva alle loro riunioni; due porte laterali all’altare permettevano, in alcune ricorrenze – come il 2 novembre o la domenica dopo Pentecoste, festa titolare – di benedire direttamente le sepolture esterne allineate intorno alla chiesa. La confraternita fu soppressa e i suoi beni trasferiti allo Stato durante la Rivoluzione giacobina, di cui Napoleone fu simbolo, nell’ambito della concezione dello Stato assoluto.
Nel corso dei secoli la Santissima ha conosciuto momenti di fragilità: dalle piene del Noncello – settembre 1965, novembre 1966 e novembre 2002, quando l’acqua superò i tre metri restando a lungo all’interno – ai bombardamenti del 1944–45, che danneggiarono gravemente tetto e campanile.
Dopo la guerra, il restauratore Tiburzio Donadon e il giovane assistente Giancarlo Magri individuarono, sotto spessi strati di intonaco, affreschi più antichi di quelli oggi visibili, tra cui una Crocifissione quattrocentesca sulla parete sinistra del presbiterio, probabile traccia di un sacello trecentesco. Il ciclo pittorico principale, avviato nel 1539, è opera di Giovanni Maria Zaffoni detto il Calderari, allievo del Pordenone: sull’arco trionfale l’Arcangelo Gabriele e Maria annunciano l’Incarnazione; nel presbiterio la Creazione, il Peccato originale e la Redenzione attraverso il legno della Croce compongono una narrazione teologica della storia della salvezza. “Un dettaglio curioso – aggiunge Brunettin – è che Giuseppe, venduto dai fratelli, è riscattato da mercanti vestiti di rosso, proprio come i confratelli della Santissima.” Negli affreschi compaiono anche due rare vedute di Pordenone: una pacifica, sullo sfondo dell’Arca di Noè con un pescatore; l’altra tragica, nella distruzione di Sodoma, che richiama l’incendio del 1318. “È un monito – osserva Brunettin – a lasciare lo stato di peccato senza voltarsi indietro, come invece fece la moglie di Lot.” Sul lato sinistro, un altro dettaglio richiama la vocazione universale della salvezza: il patto tra Dio e l’umanità simboleggiato dall’arcobaleno dopo il diluvio. Gli interventi non si limitano al Calderari: la cappella destra è di Pomponio Amalteo, con Santa Lucia, Santa Agata e la Trasfigurazione; la cappella sinistra è attribuita a Girolamo del Zocco, allievo del Pordenone, con l’Ascensione e i Dodici Apostoli. La struttura ottagonale interna – che appare circolare grazie a un sapiente gioco architettonico – crea un insieme di forte impatto simbolico e visivo.
La chiesa è stata più volte restaurata (1959, 1976, 2002–2006, 2024) e oggi ospita anche la Messa in latino secondo il Messale Romano del 1962, promossa dall’associazione “Una Voce”. La festa titolare, celebrata la domenica dopo Pentecoste, mantiene vivo l’antico legame tra liturgia, confraternita e comunità cittadina.
“Riprendendo una tesi dell’archeologo Luca Villa – conclude Brunettin – si può pensare a una contrapposizione strategica: sulla riva destra del Noncello c’era il presidio fortificato; sulla sinistra, invece, i portulani veneziani fondarono un approdo commerciale per estendere le attività navali e mercantili lungo diverse aste fluviali, tra cui il Noncello. La cappella iniziale, orientata verso San Marco, sembrerebbe un segnale diretto a Venezia.”
Tra acqua e pietra, simboli e memorie, la Santissima Trinità non è solo un luogo di culto: è una pagina viva di Pordenone, scritta in più strati, come i suoi affreschi, dove ogni restauro è una riscoperta e ogni dettaglio un indizio che invita a guardare oltre la superficie.





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