Andrea Carli: “È ora di costituire finalmente una realtà che abbia un vero peso politico in Regione e dia risposte concrete al territorio”
L’incapacità del Friuli Occidentale di fare squadra nei momenti politicamente cruciali si è manifestata anche nella creazione delle due Comunità di Montagna, gli enti sovracomunali delle valli e del pedemonte pordenonese. Campanilismi atavici, personalismi e vecchie ruggini, appartenenze politiche contrapposte hanno portato alla costituzione di due realtà distinte, frutto di una illogica, surreale divisione del territorio, un leviatano amministrativo, che ha separato i centri valligiani dal fondovalle. Cosa che all’atto pratico in questi primi 3 anni di vita delle due Comunità ha creato problemi ed imbarazzi a iosa. “Nel 2020 si perse ancora una volta l’opportunità di costituire finalmente una realtà amministrativa che avesse una sua razionalità funzionale e un vero peso politico in Regione”, sostiene Andrea Carli, ex sindaco di Maniago, oggi consigliere regionale tra le fila del Pd. La prima stesura della Legge regionale 21 del 2019, scritta per superare la controversa esperienza delle Uti, prevedeva in effetti una sola Comunità per il nostro territorio montano, la Comunità di Montagna Dolomiti Friulane Destra Tagliamento: sarebbe stata di gran lunga la più grande e politicamente rilevante, con 69.200 abitanti e 27 comuni (seconda la Carnia, staccatissima con 36.400 residenti; ultime Canal del Ferro e Val Canale con 10.000). “Dopo l’iniziale approvazione della norma, nell’estate del 2020 alcuni sindaci si attivarono con la Regione per sostenere la tesi che una sola Comunità sarebbe stata troppo grande ed eterogenea – continua Carli – e l’assessore alle Autonomie locali Pierpaolo Roberti decise di ascoltarli. Venne quindi apportata una modifica normativa per stabilire la creazione di due Comunità (una con sede a Barcis, l’altra con sede a Clauzetto), lasciando discrezionalità all’assemblea dei 27 Comuni sulla definizione dei confini. A fine 2020 venne stabilito di fissare i confini in modo da tagliare a metà il territorio delle tre principali vallate (Valcellina, Valcolvera e Valmeduna), assegnando ad una Comunità la parte alta delle valli, all’altra i rispettivi fondovalle: Valcellina senza Montereale Valcellina, Valcolvera senza Maniago, Valmeduna senza Meduno… una decisione del tutto priva di logiche funzionali, poiché lo sviluppo delle comunità è sempre avvenuto lungo le vallate di riferimento. “Per capire quale debba essere la giusta dimensione di una realtà amministrativa, bisognerebbe prima porsi la domanda: a cosa serve? Per fare cosa? – continua Carli – Una Comunità di Montagna a cosa potrebbe servire? Se la risposta è costruire un modello di sviluppo che provi ad invertire la tendenza allo spopolamento del territorio e all’invecchiamento delle comunità, creando nuove opportunità di vita in valle, credo che un ente di medio – grandi dimensioni sia più adatto ad attuare certe scelte strategiche, soprattutto su temi di ampio respiro, quali la promozione turistica e non solo, vitali per l’economia della montagna. Risulta del tutto evidente che il salto di qualità si potrà realizzare quando la Montagna pordenonese si presenterà come un solo territorio, con tutte le sue eccellenze connesse e coordinate tra loro; l’esistenza di due Comunità rende tutto molto difficile, spesso siamo ancora al livello di promozione separata di singole feste paesane. Per superare questo ostacolo, alcuni Comuni di una stessa vallata ma appartenenti a due diverse Comunità hanno siglato accordi tra loro per la promozione turistica, “certificando” di fatto l’assoluta insensatezza dei confini fissati nel 2020. Molte delle scelte operate dai sindaci dal 2021 in poi nel territorio della Montagna Pordenonese abbiano sconfessato i confini definiti nel 2020 per le due Comunità: nel 2022 è stato costituito il Distretto del commercio “Cellina Meduna”, che mette insieme le vallate, anziché mutilarle; lo stesso vale per il Sistema Bibliotecario, importantissimo strumento per la cultura e la coesione sociale. Con una sola Comunità ci sarebbero maggiori opportunità non solo per implementare le politiche di sviluppo, ma anche per quanto riguarda la fornitura di servizi, che necessariamente devono essere prossimi ai cittadini: l’Ente può organizzarsi in ambiti territoriali (vallate, mandamenti) attraverso i quali definire le strutture organizzative (ragionerie, uffici tecnici, etc) a supporto dei Comuni per la fornitura di servizi, anche attraverso specifiche politiche di assunzione del personale. La domanda a questo punto è: data l’evidenza di questi primi tre anni di vita, non si potrebbe ripensare all’opportunità di definire una sola Comunità invece che due, o quantomeno ad una più sensata ridefinizione dei due territori? “Sarebbe auspicabile – conclude Carli – anche se non facile. Mi pare di percepire da alcuni sindaci un senso di disagio rispetto alla situazione attuale, e forse anche una disponibilità ad apportare dei correttivi. Io credo che sia giunto il tempo di parlarne, mettendo da parte le tensioni del passato e guardando invece ad un modello organizzativo efficace per lo sviluppo del nostro territorio.”




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