Da Agerola al Friuli la storia dei De Rosa, i pionieri della pizza

Il racconto di Valeria Lucchese e sua madre Maria De Rosa, titolari della storica pizzeria “Alla Miniera” di Maniago, aperta dal 1968

di Andrea Vergari

La pizza è probabilmente il più riconoscibile simbolo di italianità in tutto il mondo. Siamo abituati (e fortunati) ad avere pizzerie ad ogni angolo delle strade, ma non è stato sempre così. Il loro exploit in Friuli Venezia Giulia si deve alla famiglia De Rosa, partita da Agerola (NA) alla fine degli anni Cinquanta e stabilitasi nel pordenonese, base di avvio di quella che è diventata poi una rete amata e riconoscibile di pizzerie a conduzione familiare tra Friuli e Veneto. Ci raccontano la loro storia Valeria De Rosa e sua madre Maria, titolari della pizzeria “Alla Miniera” di Maniago, aperta nel 1968 dal padre di Maria, Catello De Rosa.

La pizza è probabilmente il più riconoscibile simbolo di italianità in tutto il mondo. Siamo abituati (e fortunati) ad avere pizzerie ad ogni angolo delle strade, ma non è stato sempre così. Il loro exploit in Friuli Venezia Giulia si deve alla famiglia De Rosa, partita da Agerola (NA) alla fine degli anni Cinquanta e stabilitasi nel pordenonese, base di avvio di quella che è diventata poi una rete amata e riconoscibile di pizzerie a conduzione familiare tra Friuli e Veneto. Ci raccontano la loro storia Valeria De Rosa e sua madre Maria, titolari della pizzeria “Alla Miniera” di Maniago, aperta nel 1968 dal padre di Maria, Catello De Rosa. I capostipiti e la mappa delle pizzerie Il nucleo di partenza, in realtà, era composto dai membri di tre famiglie unite: Francesco De Rosa (secondogenito di Alfonso De Rosa e Armonia Vanacore), Ferdinando Vanacore (fratello di Armonia) ed Alfonso Mansi (sposato con Fausta Vanacore), che aprirono la pizzeria “Da Fausta” a Treviso nel 1957. Negli anni furono poi raggiunti dalle famiglie, tra cui i fratelli di Francesco: Alfonso, Vincenzo, Michele, Catello e Mario, e la nostra storia inizia qui. «Inizialmente mio papà aprì la pizzeria “Alla Scimmia” a Rorai Piccolo; successivamente, dopo aver lavorato un po’ con mio zio Vincenzo da “Laura”, ha aperto “Alla Miniera” con mio zio Mario e mia madre Irma nel ‘68. Cinque anni dopo, Mario e sua moglie Rosa si sono messi in proprio con la pizzeria “Da Mario”, sempre qui a Maniago, gestita ora dal figlio Armando.» spiega Maria. «Nei primi tempi “Alla Miniera” era un’osteria: scelsero di tenere il nome quando poi diventò una vera e propria pizzeria, preferendo specializzarsi bene in un unico piatto. Non conosciamo bene la genesi del nome, probabilmente è dovuto al fatto che fosse un locale piuttosto buio prima dell’apertura!»  Gli altri ristoranti di famiglia comprendono la pizzeria “Da Rosalba”, a Sacile (1962), gestita dall’omonima figlia di Alfonso; l’hotel “De Rosa” a Roveredo, a Lignano la “Corallo”, “Pulcinella” e “La Croce del Sud”, oltre a “Da Michele”, attualmente chiusa. Infine, troviamo “Da Laura” a Pordenone, “Bella Napoli” a Udine e “Da Ciccio” a San Donà, fondata nel 1959 da Francesco. Tutti i ristoranti sono gestiti da rami della famiglia De Rosa, ad eccezione di “Da Laura”.  L’impatto con il Friuli e le sfide della tradizione Catello è stato tra gli ultimi ad arrivare, spinto dal successo avuto dai fratelli. «Da queste parti la pizza non era molto conosciuta, non esistevano pizzerie e per questo siamo stati accolti molto bene fin da subito, aiutati anche dalla grande presenza di caserme in queste zone».  Qual è però il segreto di mantenere il successo di un’attività così storica, senza perdere il legame con la tradizione da una generazione all’altra? «La posizione (in piazza, ndr), ci aiuta, ma la chiave è la familiarità ed il rapporto coi clienti per cui siamo un punto di riferimento, lontani dall’impersonalità delle catene. Inoltre, Catello non transigeva sulla qualità - e i nostri prodotti sono di primissima scelta - e sull’apertura a ogni tipo di pubblico: il locale è come una famiglia, una seconda casa, e lo è stato fino alla fine per mio nonno, che ha lavorato fino a 89 anni (2012, anno della sua scomparsa, ndr). Tanti locali intorno a noi hanno cambiato gestione: noi siamo gli unici ad essere rimasti gli stessi da sessant’anni». Valeria, 33 anni, in particolare, è l’esponente della nuova generazione: «Mio nonno mi ha trasmesso la passione per questo lavoro ed il contatto con le persone: vediamo ragazzi crescere e famiglie nascere, e questo tipo di entusiasmo fa la differenza per consentirci di andare avanti anche nelle difficoltà». Le fa eco mamma Maria: «Tramandare la passione e il rispetto è fondamentale: il clima è sempre stato familiare, anche con i nostri dipendenti». Cos’è cambiato, invece, negli anni? «Inizialmente le pizze erano molto più semplici; con il tempo abbiamo affinato ed ampliato le scelte ai gusti che cambiano. Ci piace sperimentare ed inventare, evolvendoci e variando le pizze con nuovi ingredienti, ma senza mai discostarsi dalla tradizione. I cavalli di battaglia storici sono sicuramente la “Miniera”, la “Ziero”, dedicata a mio zio Roberto, scomparso purtroppo quest’anno dopo una lunga malattia, e la “Tony”, un pizzaiolo, anch’egli venuto a mancare, che era tornato dalla pensione per aiutarci quando il nostro era malato: anche in questo abbiamo sempre un pensiero per gli altri.» racconta Valeria. «Pensa che il giorno di chiusura è rimasto il giovedì, perché in origine fu scelto da tutte le nostre pizzerie per poter stare insieme nel giorno libero». Infine, un consiglio per chi volesse seguire ora il percorso della famiglia: «I tempi sono cambiati, e aprire ora non è semplice. Non è più quel tempo di boom economico ed è comunque un lavoro fatto di rinunce: bisogna armarsi di coraggio e pazienza.»

I capostipiti e la mappa delle pizzerie

Il nucleo di partenza, in realtà, era composto dai membri di tre famiglie unite: Francesco De Rosa (secondogenito di Alfonso De Rosa e Armonia Vanacore), Ferdinando Vanacore (fratello di Armonia) ed Alfonso Mansi (sposato con Fausta Vanacore), che aprirono la pizzeria “Da Fausta” a Treviso nel 1957.
Negli anni furono poi raggiunti dalle famiglie, tra cui i fratelli di Francesco: Alfonso, Vincenzo, Michele, Catello e Mario, e la nostra storia inizia qui.
«Inizialmente mio papà aprì la pizzeria “Alla Scimmia” a Rorai Piccolo; successivamente, dopo aver lavorato un po’ con mio zio Vincenzo da “Laura”, ha aperto “Alla Miniera” con mio zio Mario e mia madre Irma nel ‘68. Cinque anni dopo, Mario e sua moglie Rosa si sono messi in proprio con la pizzeria “Da Mario”, sempre qui a Maniago, gestita ora dal figlio Armando.» spiega Maria. «Nei primi tempi “Alla Miniera” era un’osteria: scelsero di tenere il nome quando poi diventò una vera e propria pizzeria, preferendo specializzarsi bene in un unico piatto. Non conosciamo bene la genesi del nome, probabilmente è dovuto al fatto che fosse un locale piuttosto buio prima dell’apertura!» 

Gli altri ristoranti di famiglia comprendono la pizzeria “Da Rosalba”, a Sacile (1962), gestita dall’omonima figlia di Alfonso; l’hotel “De Rosa” a Roveredo, a Lignano la “Corallo”, “Pulcinella” e “La Croce del Sud”, oltre a “Da Michele”, attualmente chiusa.
Infine, troviamo “Da Laura” a Pordenone, “Bella Napoli” a Udine e “Da Ciccio” a San Donà, fondata nel 1959 da Francesco. Tutti i ristoranti sono gestiti da rami della famiglia De Rosa, ad eccezione di “Da Laura”. 

L’impatto con il Friuli e le sfide della tradizione

Catello è stato tra gli ultimi ad arrivare, spinto dal successo avuto dai fratelli. «Da queste parti la pizza non era molto conosciuta, non esistevano pizzerie e per questo siamo stati accolti molto bene fin da subito, aiutati anche dalla grande presenza di caserme in queste zone». 
Qual è però il segreto di mantenere il successo di un’attività così storica, senza perdere il legame con la tradizione da una generazione all’altra? «La posizione (in piazza, ndr), ci aiuta, ma la chiave è la familiarità ed il rapporto coi clienti per cui siamo un punto di riferimento, lontani dall’impersonalità delle catene. Inoltre, Catello non transigeva sulla qualità – e i nostri prodotti sono di primissima scelta – e sull’apertura a ogni tipo di pubblico: il locale è come una famiglia, una seconda casa, e lo è stato fino alla fine per mio nonno, che ha lavorato fino a 89 anni (2018, anno della sua scomparsa, ndr). Tanti locali intorno a noi hanno cambiato gestione: noi siamo gli unici ad essere rimasti gli stessi da sessant’anni».

Valeria, 33 anni, in particolare, è l’esponente della nuova generazione: «Mio nonno mi ha trasmesso la passione per questo lavoro ed il contatto con le persone: vediamo ragazzi crescere e famiglie nascere, e questo tipo di entusiasmo fa la differenza per consentirci di andare avanti anche nelle difficoltà». Le fa eco mamma Maria: «Tramandare la passione e il rispetto è fondamentale: il clima è sempre stato familiare, anche con i nostri dipendenti».

Cos’è cambiato, invece, negli anni?

«Inizialmente le pizze erano molto più semplici; con il tempo abbiamo affinato ed ampliato le scelte ai gusti che cambiano. Ci piace sperimentare ed inventare, evolvendoci e variando le pizze con nuovi ingredienti, ma senza mai discostarsi dalla tradizione. I cavalli di battaglia storici sono sicuramente la “Miniera”, la “Ziero”, dedicata a mio zio Roberto, scomparso purtroppo quest’anno dopo una lunga malattia, e la “Tony”, un pizzaiolo, anch’egli venuto a mancare, che era tornato dalla pensione per aiutarci quando il nostro era malato: anche in questo abbiamo sempre un pensiero per gli altri.» racconta Valeria. «Pensa che il giorno di chiusura è rimasto il giovedì, perché in origine fu scelto da tutte le nostre pizzerie per poter stare insieme nel giorno libero».

Infine, un consiglio per chi volesse seguire ora il percorso della famiglia: «I tempi sono cambiati, e aprire ora non è semplice. Non è più quel tempo di boom economico ed è comunque un lavoro fatto di rinunce: bisogna armarsi di coraggio e pazienza.»

CHENOIA

A PORDENONE, LA NOIA DIVENTA UNA MOSTRA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *