Il Friuli Venezia Giulia, un po’ a sorpresa ma con merito, da area marginale è ora proiettato al centro della scena culturale italiana e continentale
a cura di Walter Arzaretti
Non è possibile sfuggire alla tentazione di raccordare l’evento futuro di Pordenone, capitale italiana della cultura, con quello in pieno corso di Nova Gorica – Gorizia, capitale europea della cultura stessa, prima esperienza transfrontaliera di tal genere. Ci verrebbe di farlo, se non altro, per la contiguità temporale degli stessi – finito il 2025 goriziano sarà già in vista l’inizio del 2027 pordenonese – e perché davvero prossime sono le due città coinvolte, ricomprese per giunta nella stessa, piccola regione. Si potrebbe “filosofeggiare” sull’opportunità di tale scelta ravvicinata, ma ci piace piuttosto leggerla nella chiave di un doppio riconoscimento della specialità, non solo in termini di autonomia amministrativa (e politica) del nostro Friuli Venezia Giulia, ma anche in virtú della sua ricchezza, dettata dalle variegate sue appartenenze storiche (Udine e il Friuli patriarcali prima e veneziani poi; Trieste e Gorizia austriache per secoli e secoli, e per un po’ anche Pordenone) e matrici culturali e linguistiche. Non ultimo, la vediamo come riconoscimento della capacità di affermazione e intraprendenza economica di questo territorio (segnalabile quella pordenonese). Varietà tanto più da annotare in uno spazio geografico, che pur ricomprendendo sia i monti alpini che i lidi adriatici, è davvero esiguo, tanto da offrire una fisica ragione all’antica definizione data alla nostra terra di “piccolo compendio dell’universo” (Ippolito Nievo) e all’immagine sua attuale di ponte o cerniera tra genti europee, le quali si identificano in toto nei tre ceppi – latino, germanico, slavo – tessere primarie del mosaico Europa che si incastrano in Friuli Venezia Giulia. Ciò delinea bene la vocazione di questo “microcosmo” al superamento dei particolarismi (e dei confini!) per fare “sintesi” per costruire quell’unione tra diversi, senza cui non si risolveranno le questioni poste dal mondo globale, non si crescerá in umanità né si riuscirà a vivere in pace. Mai annullando però le specificità, che sono il valore aggiunto (anzitutto in termini di bagaglio del conoscere, che potrà pesare ancor più anche sul piano economico: pensiamo al sempre più “consistente” comparto del turismo). Possiamo allora vedere, già adesso, come un bel “passaggio di testimone” la fine e l’inizio delle esperienze ravvicinate che stanno coinvolgendo la nostra regione. Gorizia, vitalmente e profeticamente congiunta all’omologa slovena Nova Gorica, su un confine che fu particolarmente divisivo, cortina di ferro urbana tranciante le case dove la gente viveva insieme e in pace. Italiani e sloveni vennero a trovarsi, conseguenza tragica della guerra, improvvisamente divisi. Pordenone, cittadina di matrice medievale e rinascimentale, diventata nel secolo breve un polo dell’industria e dei servizi. Le due città nostrane della cultura sono, tra l’altro (l’appunto non è scevro da elementi di ulteriore riflessione), i capoluoghi sin qui definiti “minori”, rispetto ai due altri, Udine e Trieste, quelli sì ritenutisi “capitali” e contendentisi da sempre titolo e funzione primaziale di un Friuli Venezia Giulia proiettato all’attenzione di mondi più vasti, soprattutto nel vecchio continente. Si tratta, a buon vedere, del medesimo viaggio, che ci auguriamo non sia più di piccolo cabotaggio e affermativo delle dimensioni ideali della nostra terra, un tempo marginale sotto ogni riguardo (della geografia fisica, politica, economica), angolo d’Italia e non cuore d’Europa. Dimensioni che proprio la molteplicità degli apporti culturali (la cultura è di per sé itinerario e prospettiva su scenari sconfinati) rende inversamente proporzionali alla sua consistenza fisica. Questo, adesso, è un dono da non sprecare, un’occasione da ben sfruttare.




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