Dai dilettanti all’A2: Sandro Sambin, ex capitano della Postalmobili e memoria storica della pallacanestro nostrana, racconta quella fantastica epopea
di Andrea Vergari
Oggi il Sistema Basket Pordenone staziona stabilmente in Serie B Interregionale, dopo aver anche lottato per la promozione nello scorso campionato. C’è stato un periodo, però, a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta, in cui quella che era la Postalmobili Pordenone si rese protagonista di una cavalcata storica fino in Serie A2, accarezzando perfino il sogno della Serie A. Una squadra mitica, capitanata da Sandro Sambin, pordenonese doc, oggi titolare di una caffetteria in piazza Risorgimento, che ci racconta cosa significa essere il simbolo storico della pallacanestro della propria città e vivere un’epoca d’oro da protagonista.

La scalata della Postalmobili: dalla Serie B al sogno della A
Il percorso di Pordenone in quegli anni fu una progressione inarrestabile, segnata dall’arrivo di grandi allenatori e giocatori di esperienza che trasformarono l’entusiasmo della città in risultati concreti.
«Pordenone ha vissuto in quegli anni un periodo di basket incredibile – racconta lo stesso Sambin – un susseguirsi di risultati in continua crescita. Quando siamo arrivati in Serie B (stagione 1975-76) abbiamo avuto l’opportunità di essere allenati da Dado Lombardi, unico in Italia a partecipare a tre Olimpiadi. In tre anni di Serie B, ringiovanimmo la squadra e con gli arrivi di Massimo Masini e Roberto Paleari, due giocatori di grande esperienza, centrammo finalmente la promozione in A2 (stagione ‘78-79), inaugurando un periodo splendido in cui il palazzetto dello sport era sempre pieno e la città pulsava di entusiasmo per la squadra. Furono tre anni meravigliosi, che si conclusero purtroppo con la retrocessione nella stagione 1980-81, in cui influì l’infortunio dell’americano Wilber, che si ruppe il tendine d’Achille a Roma. E nonostante ciò arrivammo a due soli punti dalla salvezza.»
Il Friuli protagonista tra derby e campioni

In quel periodo il basket non era solo uno sport, ma il motore trainante di un intero territorio, capace di competere e vincere contro le grandi piazze storiche.
«Erano anni di partite incredibili e pieni di derby: Segafredo Gorizia, Snaidero Udine, Trieste, Venezia, con giocatori come Dalipagic, Della Fiori, Carraro, e ancora Mestre, che aveva il grandissimo americano Chuck Jura, e Treviso. Il Friuli viveva di basket, perché tutte e quattro le province erano in A2, e quando sono venuti qui hanno tutti perso! Per una cittadina di appena 50.000 abitanti come Pordenone fu un grande orgoglio, che aiutò a crescere anche movimenti come il basket femminile e l’hockey.»
L’anima della squadra: appartenenza e professionalità

Essere capitano significava vivere la trasformazione del club, da una base di atleti locali fino all’integrazione dei primi grandi talenti americani, mantenendo sempre un equilibrio tra sport e vita privata.
«Un grande punto di forza è stato costruire la squadra nei primi anni Settanta con una base di giocatori provenienti da queste zone, con un forte senso di appartenenza. Solo al primo anno di Serie A arrivarono i due americani: Donn Wilber, e John Fultz, che aveva giocato in A1 con Varese e la Virtus, seguiti dal pivot Young il terzo anno. Avevamo trovato un grande equilibrio, spezzato purtroppo dallo sfortunato infortunio di Wilber, che portò anche Fultz ad andarsene. Lasciai la Postalmobili in quell’anno, per poter conciliare meglio la carriera sportiva con quella privata: insegnavo educazione fisica a scuola già da qualche anno, ed era molto impegnativo far combaciare gli orari scolastici con quelli di trasferte spesso lunghe. Così andai a giocare in Serie C ad Oderzo fino al 1985, anno in cui iniziai ad allenare, tornando anche qui a Pordenone in Serie B. Io, Giulio Melilla e John Fultz eravamo gli unici a presentarci alle trasferte con due borsoni, perché andavamo sempre a correre e fare esercizi all’arrivo.»
Il traguardo di Vicenza e il significato della fascia

La promozione storica in A2 non fu solo un successo sportivo, ma l’inizio di un movimento che avrebbe coinvolto intere generazioni di giovani pordenonesi.
«Fu la vittoria della matematica promozione (all’epoca la prima in classifica veniva promossa direttamente senza passare dai playoff). Era la prima volta di una squadra di Pordenone in A2, e c’erano tanti di quei pullman a Vicenza… Fu un grande traguardo per la città, e dietro a questi risultati crebbero anche i settori giovanili: per anni la juniores giocò le finali nazionali, e da qui uscirono giocatori come Fantin, Gullara, Di Prampero, che poi si affacciarono in Serie A. Se crei un movimento, crei passione: i giovani guardano i campioni, si allenano come loro e cercano di emularli. Essere capitano significa innanzitutto risolvere i problemi (ride, ndr)! Si trattava di un ruolo più impegnativo sotto l’aspetto della rappresentanza: essendo cresciuto in città era come rappresentare Pordenone nei momenti ufficiali, come le apparizioni in radio, in trasmissione o nei momenti istituzionali.»
Dal Mondiale Militare agli incontri con le leggende mondiali

La carriera di Sambin è stata costellata di incontri straordinari, dai successi con la maglia azzurra militare fino ai confronti diretti con icone del basket mondiale come Riley e Bryant.
«All’epoca la Federazione aveva un accordo con il CONI per fare in modo che i giocatori professionisti potessero continuare anche nel periodo di leva. Nel ‘72 vincemmo per la prima volta i mondiali militari, giocati oltretutto a Udine, con una squadra di grande talento i cui primi 5 titolari erano figure come Meneghin, Marzorati, Sarafini, Cerioni, Giorgio Giomo, che poi sarebbero andati nello stesso anno a Monaco alle Olimpiadi, allenati da Giancarlo Primo. Fu un grande risultato: battemmo in finale gli Stati Uniti per 51-50 e ottenemmo sei mesi di licenza! Negli anni di A2 affrontai tanti grandi nomi, come Marc Iavaroni a Brescia, e Joe “Jelly Bean” Bryant a Rieti, padre di Kobe. Ebbi anche modo di conoscere ad un clinic Pat Riley, fresco di titolo NBA da allenatore ai Lakers (1982), che ci raccontò l’importanza del lavoro ad alti livelli. Conobbi, tra gli altri, anche Dino Meneghin, e quando studiavo all’ISAF a Napoli d’estate, mi allenavo con la Parthenope: lì ho avuto la possibilità di affrontare anche fenomeni come Oscar Schmidt e Nando Gentile. Prima degli Europei del 1979 a Venezia giocammo un’amichevole contro l’Unione Sovietica: una squadra incredibile, fortissimi fisicamente e dal talento pazzesco, come Arvydas Sabonis.»
Visione sul futuro: il basket oggi e le prospettive locali

Guardando al presente, Sambin riflette sulla trasformazione fisica del gioco e sulla necessità di basi solide per riportare Pordenone ai massimi livelli.
«L’anno scorso ho visto parecchie partite di Pordenone, in più seguo volentieri la Serie A, la nazionale e l’NBA nel finesettimana, oltre all’Eurolega: un’intensità spaventosa. Oggi a quei livelli sono fisicamente impressionanti, si va a mille all’ora, sembra che abbiano il tritolo nelle gambe! Però noi facevamo più canestro (ride, ndr). Quando eravamo in Serie C io studiavo all’università, mi sono laureato prima in architettura e poi in scienze motorie: con il basket mi divertivo e mi permetteva di mantenermi. Quando poi siamo cresciuti, ho iniziato nel frattempo a insegnare a scuola a 22, 23 anni: cambiare voleva dire mollare tutto, dopo tanti sacrifici, e poi sono cresciuto qua, è casa mia. Pordenone ha una grande potenzialità, ma tutto è legato come in ogni sport ai risultati: se vinci, la gente viene. Quindi hai bisogno di risorse economiche: o sei una squadra stabilmente ad alti livelli, con le spalle coperte, ma se sei nella quarta serie tutto costa. Il problema è proprio trovare un equilibrio e mantenerlo, senza dover ripartire ogni anno da capo: sarà importante anche la realizzazione del nuovo Polo Young per permettere ai più giovani di appassionarsi al gioco e costruire un bacino locale e far crescere l’entusiasmo. Tutto parte dal basso.»




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