Denaro digitale, argine all’evasione fiscale o strumento di controllo?

Per l’opinione dominante i pagamenti elettronici renderebbero la vita difficile ai “furbetti” del fisco e a chi ricicla denaro, ma è davvero così?

a cura di Renato Della Ragione

La diffusione del denaro digitale, perfino nelle sue forme più estreme, cioè con l’obbligo di pagamento elettronico per tutte le transazioni al di sopra di una soglia anche relativamente bassa, ha sempre più estimatori. Dall’opinione dominante è considerato un argine importante all’evasione fiscale, al riciclaggio e alle attività illecite della criminalità organizzata. Non mancano tuttavia le voci contrarie, che sostengono le loro tesi argomentando in maniera convincente e circostanziata, sia eccependo sull’efficacia della misura come freno all’evasione, sia affermando che in realtà la ratio della misura stessa sia, a ben guardare, un’altra. “Il limite giusto, che ha un senso come provvedimento contro il riciclaggio dei proventi delle attività criminose, è quello introdotto con la famosa legge 197 del 1991 – spiega Renato Della Ragione – la quale prevedeva il tetto dei 20 milioni, oggi sarebbero 12.500 euro”. “Limiti inferiori, a mio avviso, sono deleteri per lo sviluppo dell’economia e delle transazioni. Inoltre favoriscono la diffusione di un’economia parallela e sommersa, basata sul nero, che può venire alla luce solo in caso di controlli. Personalmente rimango dell’idea che per eliminare l’evasione fiscale si debba diminuire la pressione fiscale e allo stesso tempo punire gli eventuali colpevoli con sanzioni certe e severe”. In effetti, a ben guardare, in molti Paesi ritenuti virtuosi, non esiste alcun blocco alla circolazione del contante. A cominciare dalla Germania, dove per acquisti superiori ai 10.000 euro il compratore deve semplicemente identificarsi, senza nessun limite di utilizzo. No limits anche in Austria, Finlandia, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo e Olanda, solo per restare entro i confini dell’Unione Europea. “I pagamenti elettronici (quelli effettuati con bancomat, carta di credito o altri strumenti simili ndr) sono innanzitutto un favore fatto alle banche, cioè a delle società private, che percepiscono in commissioni tra lo 0,9 e 1,8 per cento dell’importo di ogni transazione, un costo a carico di chi riceve il pagamento, che però si rivale, ovviamente, sul consumatore alzando i prezzi”. “Inoltre sono sempre più convinto che il voler abituare progressivamente le persone all’utilizzo dei pagamenti elettronici sottenda ben altre motivazioni. La scomparsa del denaro fisico è estremamente pericolosa; un’economia basata solo sul denaro virtuale puó essere utilizzata come uno strumento di controllo e di ricatto. Una rappresentazione plastica di quanto dico si è avuta nel febbraio del 2022 durante la protesta dei camionisti canadesi contro l’obbligo di vaccinazione per il Covid 19. Il primo ministro Justin Trudeau introdusse una serie di misure speciali, incluso il blocco dei conti correnti per i manifestanti, misure poi revocate 10 giorni dopo, quando i moti di piazza iniziarono a scemare. In pratica il governo costrinse alla fame i manifestanti lasciandoli senza denaro. All’epoca toccò ai No vax, ma la stessa misura potrebbe essere applicata contro ogni forma di dissenso politico, sociale, religioso. Qualsiasi posizione critica nei confronti del potere potrebbe essere neutralizzata con un semplice click, come quando Facebook ti banna perché hai espresso idee ritenute contrarie alla sua politica aziendale”.

Renato Della Ragione

Classe 1963, dottore commercialista, Renato Della Ragione è noto a Pordenone come professionista e per il suo impegno in politica e nell’associazionismo, soprattutto sportivo. Negli anni Novanta è stato tra i promotori della LIFE, acronimo di Liberi Imprenditori Federalisti Europei, associazione che aveva raggiunto i 5000 iscritti a livello nazionale e che si proponeva di arrivare ad una fiscalità più equa sburocratizzando il rapporto tra imprenditore e fisco. “E’ stata un’esperienza formativa ed entusiasmante – racconta – soprattutto le azioni delle ronde anti fisco che avevamo istituito, una task force che interveniva in difesa dell’imprenditore. Non dimentichiamoci che all’epoca non di rado la Guardia di Finanza entrava nelle aziende con il mitra”. “Il nostro motto era: Poche leggi, tassazione al 30 per cento complessivo e carcere per gli evasori. Non eravamo i paladini dell’evasione, come sosteneva qualcuno in mala fede, ma della giustizia fiscale”. “Qual è oggi il lascito della LIFE? – continua – Sicuramente abbiamo contribuito al cambiamento del rapporto tra il fisco e il contribuente. Una volta c’era una sorta di presunzione di colpevolezza a carico di quest’ultimo; oggi la situazione si è ammorbidita di molto”.

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