L’omonimo studio opera a Casarsa della Delizia da quasi un secolo. Dalle foto ritratto degli emigranti realizzate dal nonno Antonio ai preziosi cataloghi museali di Elio e Stefano
di Mauro Fracas
A volte la fotografia non si limita ad aggiungere un’immagine nell’album dei ricordi. A volte, se è in mano a maestri, racconta con poche pennellate di luce un angolo di mondo, cattura nell’istante di un click un frammento di storia, avvince, interpella, inquieta. Ma quanta esperienza, arte, tecnica, passione ci deve essere dietro ogni singolo scatto. Una passione che per lo studio “Foto Elio e Stefano Ciol” di Casarsa della Delizia dura da quasi un secolo. “É difficile quantificare il tempo che ci vuole per imparare a far parlare uno scatto fotografico – afferma Stefano Ciol, che ora ha, insieme al padre Elio, le redini dello studio – ma in ogni foto che do alle stampe si deposita l’esperienza di tre generazioni.”
Tutto cominciò infatti negli anni convulsi che succedettero il Primo conflitto mondiale, quando i fratelli Emilio e Antonio Ciol (nella foto a lato) iniziarono la loro avventura lavorativa aprendo assieme un piccolo studio fotografico, che presto è diventato punto di riferimento di molti apprendisti che nel tempo sono passati da lì per imparare il mestiere. “La foto allora era un prodotto artigianale, che ben di rado una famiglia poteva permettersi, ma che accompagnava spesso i momenti più importanti della vita di ciascuno, non da ultimo la partenza, in qualità di migranti, verso terre lontane”, precisa Stefano. “Chi partiva poteva rimanere via per decenni, o anche per sempre. Ecco che in una foto si condensavano non solo i ricordi di chi era partito, ma anche la speranza che tornasse, un modo per sentire vicino chi ormai non c’era più.” Tale era la potenza evocativa di una foto da consentire matrimoni “per procura”, dove il ritratto fotografico di uno degli sposi sostituiva la sua reale presenza in cerimonie celebrate spesso oltreoceano. “Proprio perché il committente, ossia in questo caso le famiglie, affidavano la realizzazione di un bene raro e prezioso, il nonno si dedicava a far corrispondere, con opportuni ritocchi in camera oscura o anche sulla foto stampata, alle aspettative di chi la foto l’aveva ordinata. Nel fissare un istante del tempo, una foto doveva saper convogliare quel mondo di vissuti e di emozioni di cui era l’espressione, e qui la fotografia iniziava a sconfinare dal mondo della tecnica per affacciarsi a quello dell’arte.”

L’ingresso della foto nell’arte è avvenuto, per la famiglia Ciol nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale, con Elio, il figlio di Antonio. A quei tempi vi era una grande voglia di riscatto, economico ma anche culturale, da un periodo controverso come quello allora appena concluso, lo si volle fare a partire dal meglio che l’Italia poteva offrire: l’arte. “Appena dopo la sua nomina a direttore del Museo Archeologico Nazionale di Cividale, avvenuta nel 1957, il Professor Carlo Mutinelli mi chiamò per realizzare una documentazione fotografica – racconta lo stesso Elio Ciol – Anni di apprendistato da mio padre mi avevano consentito di giungere ad una buona familiarità con le tecniche, che già al tempo erano molto sviluppate. Ma fotografare l’arte mi poneva di fronte a nuove sfide, che fui ben felice di accogliere.” L’arte, infatti, è già una immagine del mondo, pur emancipata dal tempo e mediata dalla creatività dell’autore, e finalità non dissimili vengono rivendicate anche dalla fotografia. Come fare in modo che anche immagini fotografiche dell’opera d’arte ne mantengano quella potenza di suggestione che è propria dell’opera d’arte. Elio ha trovato una risposta a questo enigma che è diventato un leit-motiv del suo stile. “Arte e fotografia sono modalità espressive solo parzialmente sovrapponibili – specifica Elio – eppure hanno un comun denominatore: la luce. Ogni opera d’arte non è nata nell’empireo per mano di un qualche demiurgo, ma ha preso forma in un laboratorio con certe condizioni di luce, che ponevano in ombra determinati aspetti per farne risaltare altri, che creavano atmosfera, volume e profondità, consentendo all’artista di veicolare una sua personale prospettiva sul mondo.

La stessa cosa la intendiamo ottenere io e mio figlio quando fotografiamo un’opera d’arte: ricostruiamo su base documentale lo studio dell’artista, vediamo dove sono le finestre, cerchiamo di capire se usava altre luci, di che tipo erano e dove le collocava. Ed ecco che fotografia ed arte scrivono capitoli diversi dello stesso libro, si parlano, o, meglio si compenetrano.” Innumerevoli sono le pubblicazioni realizzate od arricchite con le testimonianze fotografiche realizzate da Elio Ciol e suo figlio Stefano, qui ne citiamo l’ultima: In dialogo con l’arte. Elio Ciol ed i grandi artisti. Da Giotto a Chagall, pubblicazione accompagnata da una omonima mostra fotografica che si è tenuta a Casarsa presso l’ex sala consiliare dal 20 aprile al 28 luglio. “In un periodo di massificazione della fotografia connessa con la diffusione dei cellulari – sottolinea Stefano Ciol – la riproposizione della foto d’arte ritrova piena attualità. La fotografia usa un linguaggio universale, l’immagine, che per lo più, nel suo uso quotidiano, si impernia attorno al vissuto di una persona. Un approccio professionale alla fotografia, invece, soprattutto se si propone di ritrarre oggetti storici od artistici, mira ad intersecare mondi simbolici di persone che vivono in epoche storiche e all’interno di sistemi culturali distanti nel tempo e nello spazio, in modo che la foto di un’opera d’arte interpelli lo spettatore, abbia una funzione maieutica, generatrice e rigeneratrice rispetto ad un’anima che si riscopre sempre affamata di senso. Ho visto molti visitatori delle nostre mostre o lettori delle nostre pubblicazioni a carattere fotografico che si soffermano di fronte alle nostre immagini, quasi iniziassero con esse un dialogo, muto ma non per questo meno gravido di significati. Questo indica che siamo sulla strada giusta.”




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