All’indomani della proclamazione ufficiale di Pordenone come Capitale Italiana della Cultura per il 2027, sui social network ha iniziato a circolare un meme che ha fatto sorridere tutti i pordenonesi: “Ma dov’è Venezia? Ah sì, vicino a Pordenone”. Un ribaltamento ironico e liberatorio di quello che ormai è diventato un tormentone per chiunque viva nella città del Noncello, costretto ogni volta a spiegare – che si tratti di stranieri o di italiani di altre regioni – dove si trovi esattamente la propria città. Anche la nostra copertina del numero di Giugno 2025 ha voluto giocare con questa felice intuizione, parafrasando il meme che ha conquistato il web. Perché dietro la battuta si nasconde una verità profonda e una speranza concreta: questo riconoscimento potrebbe rappresentare davvero la svolta storica che la nostra città aspettava da decenni. Si tratta probabilmente del secondo evento più importante nella storia moderna della città, dietro soltanto alla proclamazione, nel 1968, della (attualmente) dismessa Provincia di Pordenone. Ma a differenza di quel riconoscimento amministrativo, la designazione come Capitale della Cultura ha una portata simbolica e pratica: per Pordenone e il suo territorio è un’occasione più unica che rara per uscire da quell’anonima penombra nella quale hanno sempre vissuto. Troppo spesso il Friuli Occidentale è stato vittima di stereotipi riduttivi: un luogo di fabbriche e caserme, quasi una parafrasi prosaica e avvilente del celebre “temporali e primule” di Pier Paolo Pasolini. Nel migliore dei casi, Pordenone viene associata a questi cliché industriali e militari; nel peggiore, il resto d’Italia fatica persino a collocarla sulla mappa geografica.
L’opportunità che si presenta davanti a noi è straordinaria, ma richiede una strategia all’altezza dell’ambizione. Il rischio più grande è quello dell’autoreferenzialità, di “cantare e suonare da soli”, come spesso é accaduto in passato. Il calendario di eventi che ci accompagnerà da oggi fino al 2027, culminando nell’anno della designazione, dovrà avere un respiro autenticamente nazionale. Sarà fondamentale trovare i canali giusti per promuovere la città sui palcoscenici e sui media che contano, quelli che possono davvero cambiare la percezione di Pordenone nel panorama culturale italiano. La sfida è complessa ma entusiasmante: trasformare tre anni di preparazione in un’occasione di riscatto definitivo. Non si tratta solo di organizzare eventi, per quanto prestigiosi, ma di costruire una narrazione nuova della città, di far emergere la sua identità culturale autentica, di mostrare che dietro la facciata industriale si nasconde un tessuto creativo e intellettuale di tutto rispetto.
L’auspicio più grande è che si realizzi davvero il senso profondo di quel meme che ci ha fatto sorridere. Che fra qualche anno, quando ci troveremo all’estero o in altre parti d’Italia, non dovremo più dire “vivo a Pordenone, vicino a Venezia” o “Pordenone, near Venice” con un velo di rassegnazione. Ma che pronunciando il nome della nostra città, qualcuno risponda finalmente: “Ah sì, lo so, ne ho sentito parlare”.




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