Siamo nell’estate del 1916 tra le montagne della Carnia, vicino al passo di Monte Croce. Dopo più di un anno di guerra, dopo centinaia di morti, feriti e mutilati, gli Alpini della 109esima Compagnia del Battaglione Arvènis sono ancora lì a contendere agli austroungarici qualche metro di terra a cavallo del confine. Quando il capitano Armando Cioffi ordina l’ennesimo attacco suicida alla vetta del monte Cellon, infestata da nidi di mitragliatrice, i soldati osano contraddirlo: un altro assalto condotto in campo aperto e in pieno giorno sarebbe solo l’ennesima, inutile carneficina. In quattro cercano di suggerire all’ufficiale un’alternativa e, visto che tra di loro c’è anche chi è del posto, si permettono di proporre una via diversa per avvicinare di notte le stesse postazioni nemiche: vengono immediatamente accusati di insubordinazione e ribellione e arrestati. Dopo un processo sommario tenutosi nella chiesa di Cercivento, sono condotti nel camposanto del paese e fucilati all’alba del primo luglio.
Erano tutti friulani e tra loro c’era anche il soldato semplice, Angelo Primo Massaro, di Maniago. Aveva 28 anni e dalla Germania, dove era emigrato per trovare lavoro, era tornato per arruolarsi e difendere la Patria. Quella stessa Patria che lo ha poi messo al muro.
Dopo anni, prima di diffamazioni e poi di oblio, la vicenda dei fusilàs di Cercivento è tornata di attualità, grazie all’iniziativa trasversale di alcuni politici regionali, tra cui gli onorevoli Giorgio Zanin e Renzo Tondo, che in occasioni diverse hanno chiesto la loro riabilitazione. La quale è stata sancita da una legge della Regione Friuli Venezia Giulia, mentre un’analoga proposta formulata a livello nazionale è finita per arenarsi in Senato, a quanto pare, per le pressioni esercitate dallo Stato Maggiore della Difesa.
Eppure i “fucilati di Cercivento” dovrebbero essere raccontati nei libri di storia come esempio di coraggio, non di viltà. Perché ci vuole sempre un grande coraggio per ribellarsi alle ingiustizie, per non rimanere imbelli davanti all’arroganza e all’ottusità del potere, per uscire dalla mandria che con rassegnazione marcia verso il mattatoio.
Il loro è un caso di scuola che andrebbe recuperato e fatto conoscere a tutti, giovani e meno giovani, soprattutto in questo periodo storico, in cui i venti della guerra soffiano sempre più impetuosi. E Dio non voglia che anche da noi, come già sta succedendo alle porte dell’Europa, vicende così assurde, oscene e disumane non tornino d’attualità.
Personalmente ammiro di più chi diserta, chi sa alzare la testa e dire “No!” a chi passivamente si fa mettere l’anello al naso e si fa condurre al macello, ad ammazzare e a farsi ammazzare.

Don Giuseppe Lozer, nel 1918 , quando era ancora un giovane parroco nel quartiere operaio di Torre di Pordenone, fu tacciato di essere un austriacante, cioé un collaboratore del nemico, solo perché alla vigilia della grande guerra aveva appoggiato le posizioni dei pacifisti e degli anti interventisti, ben consapevole del fatto che il conflitto sarebbe stato solo una mattanza di operai e contadini, buona solo per ingrassare i soliti potenti. Fu per questo boicottato ed emarginato dalle istituzioni civili e da quelle ecclesiastiche ed infine mandato per un periodo al confino in Sardegna.
Quasi lo stesso clima si respira anche oggi: chi si dichiara contrario all’impegno italiano ed europeo nella guerra in Ucraina o chi semplicemente auspica in pubblico una pace hic et nunc viene accusato di essere un filorusso o un putiniano.

Nel 1967 Muhammad Alì, nato Cassius Clay, era il campione del mondo in carica dei pesi massimi. Quando fu chiamato dall’Esercito Usa per andare a combattere in Vietnam, il pugile si rifiutò; e non certo per vigliaccheria. Uno che rischia la vita ogni volta che sale sul ring, combattendo contro gente come Joe Frazier e Sonny Liston puó essere tutto meno che un codardo. Peraltro non sarebbe stato messo su un elicottero e mandato in missione nella giungla: quasi sicuramente avrebbero sfruttato la sua popolarità e il suo carisma usandolo come testimonial o per sollevare il morale delle truppe, come le conigliette di PlayBoy nella celebre scena di Apocalypse Now.
Ma Alí, rigettando il ruolo della scimmietta ammaestrata, si oppose e sfidò apertamente il sistema, accettandone le conseguenze. “La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a un fratello o a qualcun altro con la pelle più scura – disse – o a gente povera e affamata nel fango. Per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Nessun vietnamita mi ha mai chiamato negro”.
Finì in galera, dovette rinunciare al titolo iridato e subì la revoca della licenza di pugile, provvedimento che, nel momento di massimo splendore atletico, avrebbe potuto significare la fine della sua carriera.
Don Lozer e Muhammad Alì sono altri due paradigmi di disobbedienza civile che andrebbero insegnati nelle scuole.

Chiudiamo con una proposta. Nel 2026 saranno passati 110 anni giusti dai fatti di Cercivento. Il Comune di Maniago potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di dedicare una strada al suo sfortunato compaesano Angelo Primo Massaro, sacrificato insieme ai suoi commilitoni in nome di una disciplina insensata e brutale. Scrive lo storico Walter Tomada: “Questo eccidio è particolarmente emblematico. Coinvolge alpini del posto, che sulla base della pura e semplice conoscenza del territorio e della logica necessità di risparmiare un inutile massacro, avevano ritenuto necessario prendersi la parola e non subire un ordine assurdo in silenzio. Le soluzioni che suggerivano erano intelligenti e accorte, ma non vennero ascoltate: anzi, il fatto che dei semplici montanari usassero contraddire un ufficiale bastò a segnare la loro condanna. La sventurata sorte di quei soldati è oggetto da anni di appelli affinché si dia corso alla riabilitazione. Ma l’ardire della loro rivendicazione contro un’ottusa gerarchia continua ad essere talmente rivoluzionario che ancora oggi, a più di 100 anni di distanza, lo Stato non vuole saperne di rivalutarne la condanna e la burocrazia accampa scuse ridicole per non intervenire”.
Eppure noi, nelle piazze e nelle vie delle città italiane, invece di Luigi Cadorna, vorremmo leggere Angelo Primo Massaro.




«Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d’un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s’ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d’una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Chè quer covo d’assassini
che c’insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.
Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l’ombra d’un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!»
TRILUSSA