Erto 1944, donne e bambini ricostruiscono il ponte del Colomber in 48 ore

Una vicenda che in pochi conoscono e che in pochissimi hanno raccontato. E’ accaduta ad Erto, nelle nostre montagne. E’ la storia del ponte del Colomber. Sembra uscita da un libro di Ken Follett o dalla penna di qualche altro romanziere specializzato in racconti di guerra o di avventura. Eppure è una storia vera e documentata. Uno di quei casi non rari in cui la realtà supera la fantasia
di Piergiorgio Grizzo

Ci voleva il tempo di un Ave Maria perché il sassolino lanciato dal ponte toccasse il fondo della gola. “Ave Maria, piena di grazia… Ora e nell’ora della nostra morte, amen.” Subito dopo l’amen dalla fine dell’abisso arrivava un rumore lontano, un plick appena percettibile, come di una goccia caduta in un profondissimo pozzo artesiano. La valle, che a monte era larga ed accogliente come un catino, finiva in quel collo di bottiglia, una stretta feritoia aperta con pervicacia millenaria dal Vajont nel suo certosino intento di congiungersi al Piave. Qui, incollato ai due lembi della gola, sospeso su un vuoto vertiginoso, stava il ponte del Colomber, la principale porta d’accesso alla val Vajont. L’unica porta d’accesso per chi veniva dal letto del Piave.

 Una vicenda che in pochi conoscono e che in pochissimi hanno raccontato. Eppure è accaduta ad Erto, nelle nostre montagne. E' la storia del ponte del Colomber. Sembra uscita da un libro di Ken Follett o dalla penna di qualche altro romanziere specializzato in racconti di guerra o di avventura. Eppure è una storia vera e documentata. Uno di quei casi non rari in cui la realtà supera la fantasia.
Il vecchio ponte del Colomber sospeso sull’orrido della Val Vajont

In quel caliginoso ottobre del 1944, l’ultimo e più fatale anno di guerra per la gente di queste montagne, la valle era contesa dalle avanguardie dei tedeschi e dei repubblichini e dai partigiani della Brigata Unificata Ippolito Nievo A, che aveva un comando nel paese di Erto e i cui uomini sorvegliavano ponti e gallerie sulla strada che saliva dalla Valcellina e dalla pianura pordenonese. Chiusa quella porta, saldamente presidiati gli altri valichi, ai tedeschi per entrare in forze restava solo lo stretto pertugio del Colomber.

Un’autocolonna di camion e cingolati stava già risalendo la strada Alemagna con l’intenzione di puntare attraverso quella via ad una veloce e risolutiva strafexpedition nella val Vajont.

Nella luce azzurrognola dell’alba una donna infagottata di nero con la testa avvolta in un fazzoletto ed una gerla di fieno sulla schiena cammina lungo la rotabile che porta al ponte. E’ di corporatura tozza, insolitamente robusta, e procede lenta sotto una gerla insolitamente pesante per il suo apparente fardello.

Ci vorrebbe poco a capire che quella donna non è una donna e che sotto il fieno è nascosto ben altro, ma le sentinelle tedesche appostate sulle alture circostanti fortunatamente non brillano per lungimiranza.

A metà mattina un boato mostruoso lacera l’aria, rimbalzando tra le pareti della valle come una biglia impazzita. Dopodiché, una volta dissoltosi il fumo, mentre un odore acre e sulfureo si sparge all’intorno, del ponte sul Colomber non restano che due mozziconi anneriti.

“Fu il compagno Luigi Verin da Cordenons, nome di battaglia Aramis, il partigiano che fece saltare il ponte”, raccontava Spartaco Carli, classe 1925, che all’ epoca, appena diciannovenne, faceva la staffetta portaordini nella Ippolito Nievo A e fu testimone dei fatti.

Travestito da donna – continuava il resoconto di Carli – con destrezza e coraggio si avvicinò al manufatto, ne individuò la camera di scoppio sotto le arcate e lo fece saltare utilizzando il tritolo”.

Ai tedeschi andò il sangue alla testa: risalirono a piedi i sentieri del monte Toc che da Longarone portano al Vajont bruciando sistematicamente ogni stalla e abitazione sparando e uccidendo. Da Pinedo, sulla sponda sinistra della valle si dıressero poi verso Erto, dall’altra parte, con l’intenzione di bruciare il paese. Neanche un mese prima anche Barcis in Valcellina aveva fatto la stessa fine e i racconti di quella rappresaglia avevano scatenato il terrore tra i paesani.

Don Giusto Pancino, pievano di Erto, che parlava un tedesco quasi impeccabile, andò incontro ai soldati della Wermacht riuscendo a parlare con il colonnello in capo, il quale confermò la propria intenzione di bruciare il paese. “Dopo molto insistere – scrive lo stesso Don Giusto Pancino nei suoi diari – si venne a degli accordi: il comandante tedesco avrebbe risparmiato Erto dalla distruzione se il ponte del Colomber, alto 140 metri e lungo 46 fosse stato ricostruito in 48 ore! Impresa a prima vista irrealizzabile, senza tecnici e senza materiali.

Don Giusto era un personaggio controverso e chiacchieratissimo, malvisto dai partigiani, circondato da un groviglio di illazioni e dicerie. Si raccontava che girasse sempre con la pistola e che in canonica nascondesse una radio ricetrasmittente.

Spesso spariva da un giorno per l’altro senza dare spiegazioni. Restava fuori per qualche settimana, a volte anche per un paio di mesi. Qualcuno ipotizzava addirittura che fosse una spia o qualcosa del genere. Era arrivato ad Erto qualche anno prima della guerra, proveniente da Milano, insieme alla sua perpetua, una donna bellissima, mora e carnale. Di sicuro non era un prete qualsiasi, aveva amicizie altolocate, frequentava i salotti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia milanese, era amico dei conti Marzotto, dei Laverda e di altre famiglie importanti. Ma soprattutto pareva fosse molto intimo della famiglia Mussolini ed in particolare di Edda, la figlia del Duce, moglie di Galeazzo Ciano, della quale era confessore e consigliere. Risulta addirittura che fosse stato inviato anche in alcune missioni diplomatiche all’estero, operando per lo stesso Galeazzo Ciano, allora ministro degli esteri del governo Mussolini. Probabilmente la sua designazione ad Erto, imbucato e sconosciuto paesino di montagna, era solo un modo per consentirgli di defilarsi e di continuare a lavorare con maggiore riserbo. “Alto e magro con il naso pronunciato, la fronte alta. Una figura che trasmetteva una naturale autorevolezza”. Così lo ricorda Italo Filippin, ex sindaco di Erto, una delle memorie storiche del paese. “Da lui ho ricevuto sia il battesimo che l’estrema unzione – prosegue – quando avevo due anni, infatti, fui dato per morto a causa di una malformazione cardiaca e Don Pancino mi praticò l’estremo sacramento. Dopo poco, l’ intervento provvidenziale di un mio zio mi salvò la vita: mi sollevò in aria e mi scosse con una tale violenta disperazione che il cuore ricominciò a battere”.
“Il pievano si mise a suonare la campana a martello per richiamare gli ertani e metterli a conoscenza dei fatti – racconta Filippin – la gente infatti aveva abbandonato il paese e si era rifugiata in montagna, nascosta nelle malghe o in qualche lantre. Accorsero in prevalenza donne e bambini, dato che tutti gli uomini abili al lavoro erano alla macchia o sotto le armi o ai lavori obbligatori”.
Lo sparuto gruppo di paesani non si lasciò andare allo sconforto e sotto la regia di Don Pancino iniziò quell’opera assurda e disperata: ricostruire il ponte in 48 ore.

Furono recuperati in giro per la montagna i fili a sbalzo delle teleferiche, che vennero intrecciati per realizzare i tiranti; le donne lavorarono senza sosta per ore e ore a smantellare solai e stalle per ricavare il legno per le traversine, mentre Don Giusto si improvvisava ingegnere e i ragazzini, abili e spericolati come camosci, sospesi nel vuoto a quasi centoquaranta metri dal suolo, tiravano i cavi d’acciaio da una parte all’altra della valle.

Contro ogni ragionevole pronostico, oltre ogni più ottimistica previsione, il ponte fu completato con molte ore di anticipo sul termine fissato. Qualcuno dice addirittura in 11 ore, anche se su questo punto le diverse versioni contrastano. Un tempo comunque sufficiente ai partigiani per ritirarsi in buon ordine scampando all’accerchiamento che i nazifascisti stavano predisponendo, dopo essere riusciti ad arrivare fino a Cimolais.

 Una vicenda che in pochi conoscono e che in pochissimi hanno raccontato. Eppure è accaduta ad Erto, nelle nostre montagne. E' la storia del ponte del Colomber. Sembra uscita da un libro di Ken Follett o dalla penna di qualche altro romanziere specializzato in racconti di guerra o di avventura. Eppure è una storia vera e documentata. Uno di quei casi non rari in cui la realtà supera la fantasia.
Un’altra immagine del ponte del Colomber nella versione con i tiranti

“Il collaudo del ponte fu un altro momento drammatico – racconta Filippin – l’ autista del primo camion tedesco si rifiutava di passare sulla struttura, che oscillava paurosamente sull’abisso: il colonnello dovette minacciarlo puntandogli contro una rivoltella. L’automezzo salì sulle prime assi e tutti, tedeschi ed ertani, trattennero il fiato. Il ponte scricchiolò sinistramente, ma resse sia il peso del primo camion che di tutto il resto del convoglio. Quando tutti i mezzi furono passati il colonnello tedesco fece schierare il suo reparto e rese al piccolo manipolo di improvvisati operai ertani l’onore delle armi”.

Don Pancino lasciò Erto nel 1947, fu parroco per un paio di anni a Fanna, quindi a Vivaro ed infine a Ragogna, dove è morto qualche lustro fa. Durante il suo sacerdozio a Vivaro fu anche gestore di una riserva venatoria nella quale – pare – si dessero appuntamento nel più stretto anonimato molti nomi eccellenti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia italiana. Riunioni di caccia che forse nascondevano anche qualcos’altro: una piccola loggia di potenti che si incontrava ciclicamente per discutere di affari e disegni comuni. Una strana conventicola che decideva ed agiva sotto traccia, della quale Don Pancino era il fidato Anfitrione. Prima di abbandonare Erto, l’uomo dei misteri non poteva che lasciare in eredità un altro mistero. “Voci di paese – conclude Filippin – sostengono che nei turbinosi giorni della Liberazione Don Giusto abbia affidato ad un giovanotto ertano, assieme ad alcune armi, anche tre casse dal contenuto segreto con la preghiera che venissero occultate in fretta in un luogo sicuro. Pare che lo spericolato giovane le abbia nascoste in un anfratto inaccessibile su una parete a strapiombo del monte Cornetto”. E qui inizia già un’altra storia…

Italo Filippin e Piergiorgio Grizzo a Erto
Italo Filippin e Piergiorgio Grizzo

2 Comments

  1. Maria Bagno

    Ho letto la riedizione dell’articolo comparso in questo giornale nel 2005 e per maggior informazione invio quanto segue:

    LA LOTTA PARTIGIANA IN VALCELLINA
    Tratto da: “Storia contemporanea in Friuli” (Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione) – Volume 10, anno 1979)

    ATTACCO IN VAL VAJONT – Il 20 settembre i partigiani Boris ed Aramis, vestiti da donne e con le gerle cariche di esplosivo raggiunsero il ponte Colomber, uno dei più alti d’Italia, a unica arcata di 36 metri, che superava il baratro del Vajont ad un’altezza di 136 metri e fecero saltare questa importante via di comunicazione tra Longarone ed Erto. Nella prima settimana di ottobre la pressione tedesca si fece pressante: aumentarono i bombardamenti con obice da Codissago e con gli aerei su Erto.
    Dal mattino del 16 ottobre numerosissime forze tedesco-repubblichine salirono dalla valle del Piave al monte Toc, senza trovare resistenza bruciando tutte le baite, stalle e stavoli. La popolazione di Casso si era qui rifugiata dopo l’evacuazione del paese: ad essa non restò altro che liberare gli animali prendere quello che potevano e scendere verso la valle del Piave. Nella tarda mattina del 16 ottobre i tedeschi raggiunsero Erto e cominciarono a dare alle fiamme le prime case. Il parroco andò incontro ai tedeschi supplicando di non distruggere il paese: il colonnello accettò a patto che gli ertani in 48 ore ricostruissero il ponte Colomber. L’impresa apparentemente impossibile fu compiuta in 17 ore con il lancio di 14 cordate di acciaio a fianco del vecchio ponte: era così resistente che permise il passaggio anche di mezzi pesanti. Per tali motivi Erto fu risparmiata e nessun abitante fu ucciso. Una volta riaperta la strada truppe e mezzi tedeschi entrarono ed occuparono la val Vajont e la Val Cellina.

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