di Gianni Sartor
Il tema dell’eutanasia è diventato in Italia un “fenomeno carsico”. Emerge e scompare dal dibattito politico e dalla carta stampata senza trovare una soluzione ragionevole e dignitosa. Affrontare questo argomento significa confrontarsi con profonde considerazioni etiche, morali e religiose quando la questione, secondo me, non dovrebbe uscire dalla sfera del privato di chi la sceglie. Malattie gravi ed incurabili spesso comportano sofferenze fisiche e psicologiche intense che non tutti sono in grado di affrontare. Una scelta consapevole, significa riconoscere il diritto di porre fine ad una sofferenza insopportabile. Nella nostra società, lo Stato di diritto tende a considerare il cittadino come un individuo incapace di intendere e di volere quasi fosse un bambino irresponsabile ed incapace di gestirsi. Un esempio per tutti, il sistema pensionistico. La Religione pone dei limiti morali sul fine vita, ma la vita del singolo non appartiene allo Stato, non appartiene al prete, non appartiene al medico. La vita è un dono che arriva e che può e deve essere restituito quando non vale più la pena di essere vissuta. Ogni individuo ha il diritto di prendere decisioni riguardo alla propria vita ed al proprio corpo sempre che sia in possesso delle proprie facoltà mentali. Vaccini covid compresi, tanto per intenderci. L’unico compito del legislatore, dovrebbe essere quello di verificare scrupolosamente assicurando che la scelta sia veramente volontaria e non influenzata da fattori esterni. Quello che non riesco a capire in tutto questo dibattito, è l’assoluta chiusura da parte del mondo cattolico. In fin dei conti, nessuno obbliga un credente alla pratica dell’eutanasia, quindi, le Gerarchie Cattoliche non dovrebbero occuparsi delle scelte di coloro che non appartengono al gregge e non dovrebbero influenzare la politica. Se poi vogliamo entrare nell’argomento religioso, un cattolico non dovrebbe neanche curarsi perché resistere alla malattia, significa resistere alla “volontà di Dio”, quindi peccare. Tra queste due forme di talebanismo, è necessario trovare una soluzione mediana che riconosca dignità alla persona e che valuti, con le dovute attenzioni, la possibilità di un futuro in cui la sofferenza non abbia più l’ultima parola e dove la persona venga considerata cittadino responsabile e non suddito.




Lascia un commento