Fibre tessili e tinture naturali, da un sapere antico un nuovo modello di sviluppo

Il riutilizzo di questi materiali potrebbe rappresentare una nuova interessante opportunità di lavoro, etica e sostenibile, anche per il nostro territorio

a cura di Ennia Visentin

“L’industria della moda è la seconda più inquinante del mondo ed è ormai documentato anche l’aumento di dermatiti dovute al contatto con l’abbigliamento, causate da coloranti e sostanze chimiche contenute nei tessuti”

Ennia Visentin lavora la fibra di canapa
Ennia Visentin all’opera

Ai giorni nostri la produzione di fibre tessili, già presenti nella nostra tradizione passata, e di piante tintorie potrebbe rappresentare una nuova e interessante opportunità di lavoro e di sviluppo del territorio. In tale direzione si sono già orientate diverse realtà in varie regioni italiane, soprattutto in Toscana, Marche e Umbria. Non sono esempi isolati: in ambito europeo, già da diversi anni, Francia, Germania e Gran Bretagna si sono riappropriate delle antiche tradizioni locali di coltivazione e trasformazione di fibre tessili e piante coloranti. L’introduzione di colture nuove di piante tintorie, ma anche antiche e riscoperte, può essere affiancata alla odierna riproposta delle fibre tessili di origine animale (lana e seta) e vegetali (canapa, lino, ortica e altre). Spesso si confondono i significati di fibre tessili naturali, artificiali e sintetiche. Le prime sono ricavate a partire dalla cellulosa delle piante (quelle di origine vegetale come cotone, lino, canapa, ortica, ginestra…) o dalle proteine (quelle di origine animale: seta, lana…). Le fibre tessili artificiali si producono a partire da fibre già esistenti in natura di origine cellulosica, alginica o proteica. Queste, pure o rigenerate, vengono miscelate a delle sostanze chimiche e trasformate, in base al processo chimico utilizzato, in differenti fibre tessili. Tra le più note troviamo viscosa e rayon (dalla polpa di legno di vari alberi). Da poco sono state riproposte le fibre artificiali derivate da latte o prodotte nuove fibre da gusci di crostacei, alghe marine, foglie di ananas, cactus, mais, soia, vinaccia e da scarti della lavorazione di agrumi. Le fibre tessili sintetiche, infine, si producono dalla sintesi chimica del petrolio e si distinguono sulla base del processo produttivo adottato, per esempio il nylon (prodotto già dal 1937) oppure il poliestere ottenuto dal riciclo di bottiglie di plastica (pile). I processi produttivi delle fibre tessili sono altamente inquinanti, da una scala inferiore, che può essere quella delle fibre tessili naturali, fino ad arrivare a quella superiore delle fibre sintetiche. Tecnicamente l’industria è ormai in grado di creare fibre tessili da qualsiasi prodotto esistente in natura o di inoltrarsi nella lavorazione di fibre eco innovative da riciclo ad alto livello produttivo e qualitativo. Questo lascia sperare che i processi tecnologici nella produzione di fibre tessili si orientino sempre di più verso una visione ecologica e che il timido tentativo di riprendere la produzione di fibre naturali si accompagni alla sostenibilità dell’ambiente. Negli ultimi decenni si è visto un notevole interesse verso i sistemi integrati, l’agricoltura biologica e una crescente sensibilità verso la tutela ambientale collegata alla promozione di stili di vita sani. Il tutto si aggiunge a posizioni critiche sull’utilizzo di coloranti di sintesi (un altro tasto dolente) spesso ricavati da combustibili fossili.” Dallo studio ‘Chemicals substances in textile products and allergic reactions’ realizzato nel 2013 da Tessile e Salute su mandato della Commissione Europea da cui risulta come, a livello nazionale, il 7% delle patologie dermatologiche siano dovute a quanto indossiamo…” (Rossetti 2016, 107). “Indagini epidemiologiche hanno evidenziato uno stretto rapporto tra Dermatiti Allergiche da Contatto (DAC) e coloranti sintetici utilizzati negli indumenti. La prevalenza della DAC da indumenti nella popolazione generale è del 10% ma molti ricercatori ritengono che in realtà sia sottostimata” (Fioretti 2016, 67). Sono passati alcuni anni da queste indagini, ma purtroppo la situazione non è migliorata. Nel 2017 la trasmissione televisiva “Petrolio” ha mandato in onda in una puntata dal titolo “Dark fashion” un reportage sull’industria della moda con particolare attenzione ai materiali utilizzati, alla salute, alla salvaguardia dell’ambiente (Rai 1, 04.05.2017). “L’industria della moda è la seconda più inquinante del mondo ed è ormai documentato anche l’aumento di dermatiti dovute al contatto [DAC] con l’abbigliamento, causate da coloranti e sostanze chimiche contenute nei tessuti” (FashionPuglia, 05.05.2017). “Più problematico è il sospetto da parte di alcuni ricercatori che l’incremento dell’incidenza di melanomi nei paesi occidentali sia da ricercare nella recente introduzione di molecole che disturbano il meccanismo di difesa della pelle contro i raggi ultravioletti” (Fioretti 2016, 67). A tal proposito, recenti studi hanno dimostrato le caratteristiche UV-protettive acquisite da tessuti naturali tinti con estratti di alcune piante tintorie (Grifoni et al. 2013, 73-100; Grifoni et al. 2014, 89-96). Anche in base a questi nuovi dati, è emersa l’esigenza di sviluppare un modello di tintura naturale su fibre naturali eco-dermo-compatibili in considerazione dei nuovi orientamenti di mercato verso prodotti che possano garantire caratteristiche di salubrità oltre a quelle di qualità del prodotto finito.

LA FILIERA DELLA LANA
Per quanto riguarda le fibre tessili naturali di origine animale, la lana riveste una particolare importanza nella nostra regione. Il numero di ovini presenti in Friuli Venezia Giulia con l’ultimo censimento è di 26.386 capi. La lana ottenuta attraverso l’operazione di tosatura viene chiamata lana vergine, quella ricavata dopo la macellazione dell’animale, lana di concia, mentre quella recuperata dagli scarti di produzione, lana rigenerata. Il vello di qualità inferiore è commercialmente chiamato pezzame o scarto. Le differenze qualitative sono dovute non solo alle diverse razze, ma anche alle diverse parti del corpo del singolo animale. Va sottolineato che la tosa del vello è obbligatoria, per il benessere dell’animale, almeno una volta all’anno, e lo smaltimento della lana rappresenta un ulteriore costo che grava sull’utile degli allevatori in quanto la lana sucida è soggetta ai vincoli della normativa europea che la considera rifiuto speciale. La lana di qualità può essere destinata a usi tessili, mentre quella di scarto, per le sue qualità, a usi di altra natura quali l’utilizzo in agricoltura come concime organico. L’allevamento ovino, grazie all’adattabilità in ambienti difficili, si presta alla cura e alla manutenzione del territorio montano, valorizzandolo e dando pure opportunità di creazione di microeconomie locali. La protezione della biodiversità delle razze può essere quindi associata a sostenibilità ambientale, attività turistiche e didattiche, valorizzazione delle comunità locali. La produzione di lana varia a seconda delle razze, dalla tosatura si ricavano in media 2 kg di lana all’anno per capo con uno scarto che può essere valutato attorno al 30%. Tra le caratteristiche merceologiche, la finezza è tra le componenti più importanti per determinare la qualità delle lane.

CANAPA E LINO, FIBRE DA RISCOPRIRE
fusti di lino e canapaLa canapa e il lino sono le più antiche fibre tessili vegetali utilizzate al mondo. La prima si ricava da piante della specie Canapa sativa L. e la seconda dalla specie Linum usitatissimum. Per entrambe la fibra tessile viene ricavata dal libro dei fusti che vengono tagliati, lasciati essiccare, macerare, di nuovo essiccare e poi stigliare. Canapa e lino appartengono alla nostra tradizione e bisogna ricordare che, fino alla prima metà del Novecento, l’Italia era il secondo produttore, per quantità, di canapa al mondo dopo l’Unione Sovietica, ma la prima per qualità, utilizzando circa 90 mila ettari di territorio per questa coltura (con una produzione che è pari a quella odierna di tutto il mondo). Nel dopo guerra la produzione di canapa venne vietata nel nostro paese nel tentativo di frenare la produzione di stupefacenti portando al crollo di tutte le lavorazioni industriali destinate a questa pianta. Sia la canapa che il lino sono fibre resistenti e contemporaneamente si flettono facilmente, anche se la maggior parte delle fonti afferma che la canapa è più forte – fino a 8 volte – del lino, fattore che dipende anche dalla trasformazione della fibra in filato e poi in tessuto. Comunque la canapa è quella che dura di più nel tempo tra tutte le fibre naturali. Entrambe assorbono l’umidità, sono traspiranti, isolanti naturali in quanto hanno fibre cave, quindi sono fresche d’estate e calde d’inverno. Hanno proprietà antibatteriche, sono resistenti a tarme e insetti vari, diventano più morbide e lucenti a ogni lavaggio, si biodegradano se lasciate in natura. Le fibre di canapa sono più lunghe rispetto a quelle del lino. Il colore delle fibre di lino va dal giallastro al grigio, mentre per la canapa varia dal panna al marrone chiaro. La canapa è altamente resistente alla decomposizione, alla muffa e all’acqua salata. È anche altamente resistente alla luce ultravioletta, quindi non si sbiadirà o disintegrerà alla luce del sole. La sua elasticità è molto scarsa, inferiore a quella del lino e di qualsiasi altra fibra naturale. Il tessuto in lino protegge anche dai raggi del sole e ha un’eccellente resistenza alla degradazione dovuta al calore. Ma la più grande differenza tra canapa e lino potrebbe essere la coltivazione: la canapa cresce bene senza l’uso di prodotti chimici perché soffre poco l’attacco da parte dei parassiti. Inoltre, la canapa non esaurisce il suolo e può essere coltivata per molte stagioni consecutive senza avere un impatto negativo sul terreno. Questa caratteristica viene infatti sfruttata dagli agricoltori per migliorare l’inclinazione del suolo e pulire la terra dalle erbacce. La canapa ha anche la capacità di assorbire i metalli pesanti e nocivi dai terreni in cui cresce, permettendo così di bonificare i terreni contaminati. Un ettaro di canapa può assorbire tra le 8 e le 15 tonnellate di CO₂ all’anno, mentre un ettaro di foresta mediamente tra le 2 e le 6 tonnellate di CO₂. Personalmente, ho iniziato con la sperimentazione della produzione di canapa e lino nel 2023 con l’aiuto di amici e colleghi del settore. Le attrezzature necessarie per le fasi di lavorazione, per ricavare le fibre tessili dagli steli delle piante, sono state trovate in vecchi granai da amici, che me ne hanno fatto dono, e quelle mancanti sono state riprodotte, grazie ai miei preziosi collaboratori, sulla base di quelle presenti nei musei etnografici della zona. Dopo la coltivazione e la raccolta dei fusti sono seguite le fasi di essicazione, macerazione in acqua corrente, di nuovo essiccazione e poi la fase di stigliatura con le maciulle e infine la pettinatura che permette di pulire e separare le fibre più pregiate e lunghe da quelle grossolane e corte. Completando le operazioni con la filatura a fuso come avrebbero fatto le nostre nonne. Veder trasformare sotto le proprie mani uno stelo rigido e legnoso in una fibra leggera e preziosa sembrava una magia. Con il materiale prodotto ho realizzato dei capi di abbigliamento abbinando le diverse fibre tessili vegetali e animali, come la lana anch’essa lavorata personalmente dalla tosatura alla produzione del filato tinto con coloranti naturali. Le lavorazioni finali a telaio, ferri, uncinetto o feltro hanno dato vita a capi di abbigliamento o accessori per l’arredamento unici nel loro genere.

PIANTE TINTORIE, SCARTI VEGETALI COLORANTI, TINTURA ECO-CONSAPEVOLE
L’incremento delle produzioni con finalità non alimentari possono promuovere ulteriori attività aziendali multifunzionali: lo sviluppo di una filiera con le piante tintorie può rappresentare una fonte di reddito primaria o aggiuntiva e un’importante risorsa per lo sviluppo economico del territorio, dove la diversificazione delle attività imprenditoriali potrebbe abbracciare oltre al settore agricolo quello artigianale e non ultimo quello turistico. Il contenimento dei processi di abbandono delle aree meno competitive e l’utilizzo di terreni marginali possono consentire una più razionale gestione dello spazio rurale, utilizzando pratiche poco intensive e modelli colturali a basso impatto che rispettino e valorizzino la biodiversità locale. Nelle mie ricerche e sperimentazioni, da anni sto dando particolare attenzione all’utilizzo di tutti quei prodotti di scarto o sottoprodotti provenienti dal settore agricolo, agroalimentare e così via. In diversi stati e regioni si sono avviati programmi di ricerca e sviluppo su materiali coloranti naturali che incontrino le richieste del mercato tessile, dei settori dell’arte e dei consumatori sempre più eco-responsabili. L’attenzione è rivolta alle risorse impiegate nei processi produttivi, per la valutazione dell’intero ciclo di vita di un prodotto, per la riduzione delle emissioni e per la formulazione di processi tintori sostenibili. Grazie alla nostra ricca biodiversità diffusa in ambito locale, possiamo contribuire in modo significativo alle nuove esigenze del settore tintorio e contemporaneamente abbracciare gli orientamenti di un pubblico sempre più eco-consapevole. Moltissimi scarti vegetali sono ricchi di principi coloranti e possono rappresentare una fonte di materia prima preziosissima per i processi tintori oltre che una risorsa rinnovabile. Si tratta di materiali derivanti dalle potature (alberi da frutto e non) o dalla lavorazione del legname (cortecce, segature), alimentari (frutta e verdura) o sottoprodotti dell’industria agroalimentare (cipolle, olive, zafferano, frutti vari), prodotti da vivai (piante ornamentali e orticole) o provenienti dal settore agricolo (piante infestanti). La strada si presenta ancora molto lunga anche per quanto riguarda le buone pratiche da adottare nei processi tintori considerati naturali. Troppo spesso viene dato per scontato che il termine Naturale rappresenti una garanzia di salubrità per persone e ambiente. Purtroppo non è così! Per chiarire prendiamo in considerazione la “mordenzatura”: questa è una tra le fasi operative più importanti e delicate nel processo tintorio. Consiste nel trattamento delle fibre tessili, prima, durante o dopo la tintura, con sostanze chimiche (chiamate mordenti) necessarie per fissare, ravvivare o rendere solido il colorante vegetale. I mordenti si comportano come medium, tra la struttura delle fibre tessili e i principi coloranti dei vegetali, fissando attraverso delle reazioni chimiche il colorante sulla fibra e rendendolo insolubile in acqua e resistente alla luce. Ebbene, è necessaria una grande attenzione nella scelta dei mordenti da utilizzare, perché si tratta di sostanze non sempre innocue o salubri per le persone e per l’ambiente. Per esempio, il bicromato di potassio risulta dalla scheda di sicurezza tossico, nocivo, potenzialmente cancerogeno e fortemente inquinante. La vera tintura con coloranti naturali dovrebbe prediligere quei procedimenti di mordenzatura che escludono l’uso di mordenti rischiosi e, per essere sinceri, dalla lista dobbiamo eliminarne molti. Questo non significa che dobbiamo arrenderci e non praticare la tintura naturale, ma semplicemente, con molta onestà, concentrare l’uso e la sperimentazione su quelle sostanze che risultano innocue per persone e ambiente. Buona abitudine, prima di scegliere le sostanze da usare nei vari processi tintori, sarebbe almeno leggere le schede di sicurezza per individuare con precisione le caratteristiche di ognuna.

LA MODA SOSTENIBILE, UN NUOVO MODELLO ETICO E CULTURALE tessuti e tinture naturaliGrazie a tutti questi tasselli informativi è plausibile valutare le possibilità di sviluppo territoriale con filiere locali, sulle quali costruire nuove opportunità. Sul territorio sono presenti animali con lane spesso non particolarmente pregiate, ma utilizzabili nella creazione di manufatti quali, ad esempio, feltro, prefeltro e lana cotta, lane tessili e croisè le cui caratteristiche permettono un più svariato utilizzo nel tessile manifatturiero e per l’arredamento. Inoltre nuove attività imprenditoriali si sono orientate nella coltivazione di fibre tessili vegetali come la canapa, ne è un esempio eccellente l’azienda agricola Bassi Vienda di Mereto di Tomba (UD). Le fibre tessili vegetali come canapa e lino si prestano alla tintura naturale in quanto resistenti ai processi tintori, dando così la possibilità di ottenere sia capi di abbigliamento che pregiata biancheria per la casa. Non mancano poi materie coloranti provenienti dalla raccolta spontanea, dalla possibile coltivazione di piante tintorie, da scarti agricoli o sottoprodotti derivanti dal settore. Inoltre, è possibile formulare un modello di collaborazione tra le diverse aziende per la produzione e la commercializzazione di un prodotto unico: dall’animale e dalla pianta al prodotto tessile finito e tinto, il tutto senza l’uso di trattamenti chimici. Il tutto in un’ottica di economia circolare dove trovi spazio anche l’attenzione verso l’inclusione sociale. I costi da sostenere per le varie fasi produttive dei filati, riassumibili nel caso della lana in lavaggio, cardatura e filatura, sono assolutamente proibitivi per i singoli allevatori, senza sottovalutare il fatto che in regione non esistono stabilimenti di questo tipo (per quanto riguarda le fibre tessili vegetali, per il momento, la produzione è ancora a livello di prototipi sperimentali). Questo inconveniente potrebbe essere superato con la creazione di un centro comune di raccolta dei velli ricavati dalle tosature, l’invio della lana sucida a centri specializzati per il lavaggio, la cardatura e la filatura, per poi rientrare in qualità di prodotto semilavorato (filati). Ne seguirebbe la tintura naturale, il confezionamento dei capi finiti e la relativa commercializzazione. Quest’ultima sarebbe diretta per puntare allo sviluppo locale, collegando attività agricola e artigianale al turismo rurale, e contemporaneamente per rispettare le nuove esigenze di sostenibilità e tracciabilità del prodotto stesso.

Una realtà che si è concretizzata già in altri angoli d’Italia.
Va considerato anche il vantaggio di avere sul territorio la presenza di attività laboratoriali, piccole ma particolarmente attive, dove viene sostenuta la lavorazione tessile e in alcuni casi la tintura naturale, in tutte le sue forme artigianali e artistiche. Tra questi si ricordano le attività delle Associazioni Lis Aganis – Ecomuseo Regionale delle Dolomiti Friulane e Le Arti Tessili a Maniago (PN), Il Cavalîr – Ecomuseo della Gente di Collina e il Museo della Vita Contadina Cjase Cocèl a Fagagna (UD), La Casa della Manualità Rurale Geis e Riscjei a Cornino (UD), Il Centro Studi e Ricerche Artistiche (condotto da chi scrive) ad Arba (PN), Ass. LAGO a Vajont con la sede operativa presso il Centro Sperimentale Arti e Mestieri NIMM ad Arba, Ass. Cerchium Vitae a Fontanafredda (PN), Ass. Fucina 2 Fiumi a Sacile (PN), Ass. La Volpe Sotto i Gelsi a S. Vito al T. (PN), I Custodi della Rosta a Farra d’Isonzo (GO), Ass. Ecothema a Trieste, inoltre i diversi centri sociali e biblioteche grazie ad amministrazioni comunali sensibili dove da anni si promuovono incontri, corsi, seminari e attività varie per diffondere la manualità tessile e la tintura naturale. Indubbiamente, questa proposta nel suo insieme tratta di un modello etico e culturale oltre che economico, dove il concetto di moda sostenibile si deve affiancare alla tradizione italiana del prodotto bello e ben fatto, fondato sul gusto, sull’alto livello artistico-artigianale, sulla cura del dettaglio, sulla creatività quanto sull’innovazione.

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