La guerra fredda ha segnato profondamente dal punto di vista economico, geografico e antropologico la nostra storia recente. Qui i tratti essenziali di un periodo che ha fatto della nostra regione una gigantesca infrastruttura militare
di Piergiorgio Grizzo
Il Friuli Venezia Giulia è, fin dall’alba dei tempi, un crocevia fondamentale per chi viaggia verso l’Italia e il Mediterraneo venendo da Nord e da Est. Le sue montagne basse e i valichi facili in tutte le stagioni lo hanno esposto nei secoli a ripetute invasioni provenienti da Oriente. Unni, Goti, Avari, Ungari, Turchi sono sempre entrati nella Penisola attraverso la stessa porta, la cosiddetta “soglia di Gorizia”, dove le cime vanno smussandosi e l’Isonzo è ovunque guadabile. Da qui inizia un corridoio pianeggiante che si addentra nel cuore della regione, attraverso un asse viario antichissimo, la famosa “Stradalta” o via “Ungheresca”, oggi chiamata più comunemente “Napoleonica”.
La difesa della “soglia di Gorizia” fu la causa delle famose 11 battaglie dell’Isonzo, durante la Grande Guerra, e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’inizio di quel periodo di tregua armata noto come “Guerra Fredda”, che si protrasse dal 1945 al 1991, il motivo per la realizzazione di un complesso ed articolatissimo teorema di difese ed installazioni militari oggi definitivamente dismesso.
Fino alla caduta dell’Urss, la nostra regione era il primo bastione del Patto Atlantico e del mondo occidentale, un segmento fondamentale di quella “cortina di ferro”, che, per usare le parole di Winston Churchill, “era scesa sul continente da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico”, tagliando in due l’Europa e il mondo.
Qui erano dislocati, in uno stato di perenne allerta, oltre i due terzi delle nostre Forze Armate (che negli anni Sessanta ammontavano a circa 70.000 uomini).
Due generazioni di soldati italiani si sono succedute ai confini orientali, aspettando che il nemico si materializzasse da un momento all’altro sui bassi crinali delle Alpi Giulie, come la guarnigione della mitica fortezza Bastiani del “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.
All’insaputa dell’opinione pubblica e della maggioranza dei cittadini il Friuli Venezia Giulia era puntinato di istallazioni segrete, mentre i piani di arresto di una ipotetica invasione erano provati periodicamente proprio qui, sul nostro territorio.
Crollate l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, cambiato lo scacchiere internazionale, le istallazioni sono state repentinamente abbandonate (nella nostra regione siamo passati nel giro di vent’anni da 150 a 12 caserme operative) e molte informazioni desecretate.

Le “Opere”
La difesa territoriale si esprimeva attraverso reparti mobili corazzati e di fanteria con il forte ausilio di fortificazioni permanenti, dette Opere, arredate principalmente da cannoni controcarro, mitragliatrici, posti di osservazione e comando. Alcune, molto semplici, erano costituite da carri armati interrati, dei quali spuntava solo la torretta ( i cosiddetti “carri in vasca”); altre erano molto più elaborate.
Le Opere si estendevano principalmente a ridosso del confine della Ex Jugoslavia e sulle sponde destre di Isonzo, Judro e But. C’era poi la seconda linea d’arresto che si attestava sull’area urbana di Udine e si distribuiva tra Torre e Cormor raggiungendo la Bassa. Il Tagliamento, con il suo ampio letto, costituiva l’ultima linea di difesa fissa. Qui particolarmente presidiati erano i quattro ponti (Pinzano, Dignano, Casarsa e Madrisio) che avrebbero costituito i colli di bottiglia ove l’avanzata delle truppe motorizzate e corrazzate nemiche si sarebbe incanalata.
Altre fortificazioni erano costruite in prossimità degli assi stradali principali. Spesso si trattava di postazioni con cannoni celate dentro magazzini di materiale dell’Anas. Altre opere, dotate di armi automatiche, erano mascherate da covoni. Un espediente piuttosto ingenuo, soprattutto per le collocazioni spesso improbabili. Per esempio è rimasto visibile per lungo tempo un “covone” su una piazzola dell’autostrada A4, ad un chilometro e mezzo circa dall’uscita di Villesse.

I piani di battaglia immaginati
L’ossessione dei nostri stati maggiori si fondava sulla supposta superiorità terrestre dell’Armata Rossa e dei suoi alleati. “La paura di un attacco potente e improvviso sconsigliava di avere lungo il confine strutture militari che potessero cadere in mano al nemico con facilità – dice Moreno Baccichet, autore del libro “Fortezza FVG” – in compenso si predispose una difesa duttile e porosa, fatta di postazioni isolate, che tenessero sotto tiro le principali strade di collegamento”.
In sostanza si trattava di centinaia di minuscoli punti di resistenza che avrebbero dovuto tenere per qualche giorno, o forse più probabilmente per qualche ora, in attesa di un contrattacco che, come l’offensiva, è stato solo immaginato. Dall’esame di vari fattori, erano state individuate tre principali direttrici di attacco: Tarvisio, Vipacco e la costiera (Muggia – Trieste). Gli obbiettivi del nemico erano in un primo tempo Trieste, Gorizia e Udine, quindi Pordenone per raggiungere Mestre e dilagare nella pianura padana: con un’aliquota puntare sul triangolo industriale Milano, Torino, Genova; con l’altra muovere in direzione Bologna.
Le prime linee della corona dei rilievi e le seconde linee sui grandi corsi d’acqua avevano il compito di rallentare il nemico, ma l’ingaggio vero e proprio sarebbe stato sulla riva destra del Tagliamento, un grande battaglia campale di mezzi corazzati nelle pianure friulane. Le caserme della pedemontana (Sequals e Spilimbergo) e quelle del settore centrale (Casarsa, San Vito, Pordenone e Cordenons) avevano il compito di alimentare la battaglia in campo aperto e hanno giustificato la grande concentrazione di militari di leva e di stanza nel Friuli Occidentale. Questo cuscinetto di resistenza mobile avvolgeva intenzionalmente l’importante base militare della Nato ad Aviano, il bersaglio più probabile di un’incursione veloce da parte delle truppe del Patto di Varsavia.

Fanteria d’arresto o carne da cannone
Nel 1962 venne ufficialmente creata una nuova specialità, la fanteria d’arresto, presente sia in Friuli Venezia Giulia che in Trentino Alto Adige. Erano i battaglioni che, appoggiandosi alle opere, avrebbero dovuto arginare per il maggior tempo possibile l’avanzata del nemico, in modo da permettere la riorganizzazione e lo schieramento sulla sponda destra del Tagliamento. A differenza degli alpini d’arresto che si attestavano sulle difese fisse del riqualificato Vallo Littorio e che erano un corpo ben addestrato e guidato da ufficiali provenienti dai migliori corsi delle accademie militari, nella fanteria d’arresto, secondo l’opinione diffusa da “Radio caserma”, venivano solitamente inviati soggetti problematici come elementi di leva con piccoli precedenti penali. Erano di fatto i sacrificabili, la carne da cannone destinata a immolarsi senza speranza per rallentare l’invasione.
Le atomiche tattiche
Sul greto del Tagliamento tra Venzone e l’uscita dell’autostrada “Carnia” c’è ancora il “fornello” per l’inserimento di una mina nucleare tattica, l’extrema ratio in caso di sfondamento delle linee, per contaminare l’intera area e ritardare l’avanzata del nemico lungo quella direttrice.
Il “fornello” si presenta come un gigantesco sasso, completamente cavo al suo interno, al quale si accede attraverso un piccolo pertugio.
Altri fornelli atomici pare fossero presenti anche nel territorio della “Soglia di Gorizia”. Qualche stratega della Nato pensò che il territorio goriziano poteva essere sacrificato e che, oltre a far saltare ponti e ferrovie, si poteva distribuire lungo la linea debole una serie di mine nucleari capaci di fare terra bruciata della parte orientale della nostra regione.
Le cosiddette “mine a zaino”, gestite dai quadri della Nato e quindi dagli Stati Uniti, avevano l’aspetto di un sacco a pelo arrotolato e la potenza di un quarto della bomba di Hiroshima.
Anche gli impianti missilistici di Placentis, Fontanafredda e Terzo di Aquileia erano centrati sul tema difensivo di una guerra in casa. In pratica quasi tutto l’arsenale nucleare della nostra regione era destinato a scoppiare entro l’area delle Tre Venezie, visto che anche i missili, avendo una gittata di 120-150 km, sarebbero caduti sul nostro territorio nazionale.

L’inutilità della Fortezza FVG
In realtà lo stato d’allerta delle nostre truppe non superò mai il livello Verde, quello dell’addestramento normale, se non in una occasione, nell’autunno del 1953, quando, in seguito al riaccendersi della controversia per la spartizione del Territorio Libero di Trieste, i governi di Roma e Belgrado mobilitarono sul confine le rispettive forze armate.
Per il resto, salvo le periodiche manovre Nato, le cosiddette Display Determination, e qualche innocua scaramuccia sulla linea del confine per lo spostamento dei cippi, la vita sul fronte orientale scorse piuttosto tranquilla. Almeno questo è quello che ci è dato sapere.
Già negli anni Sessanta, dopo la crisi di Cuba, si realizzò in via definitiva che la soluzione del conflitto sarebbe stata nucleare e non convenzionale, ma si continuò a costruire, a manutenere e ad armare questa gigantesca infrastruttura militare. Non perché si temesse l’arrivo dei Tartari – questa semmai era la giustificazione data in pasto all’opinione pubblica – ma probabilmente solo per continuare ad alimentare enormi affari e, a suon di commesse miliardarie, ad ingrassare un ciclopico complesso militare-industriale.
Secondo alcuni rumors trapelati dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, l’attacco alla Penisola sarebbe stato lanciato in primis dall’esercito della DDR, che avrebbe attaccato i valichi del Comelico e del Brennero per poter poi raggiungere più velocemente il cuore industriale del Paese. Quindi la Fortezza FVG sarebbe stata aggirata, condividendo di fatto lo stesso destino della più celebre Linea Maginot.
Per contro le servitù militari e i tanti vincoli imposti per decenni dal ministero della difesa al nostro territorio ne hanno indubbiamente rallentato lo sviluppo economico e infrastrutturale. E il discorso non si limita al solo Friuli Venezia Giulia, ma all’intero Nord Est. Basti pensare che si è potuto iniziare a pensare concretamente al passante di Mestre solo alle soglie degli anni Duemila perché in precedenza la tangenziale avrebbe potuto costituire un altro di quei colli di bottiglia utili a bloccare l’avanzata del nemico.
Il Friuli Venezia Giulia è stata la regione italiana militarizzata per eccellenza. E questo purtroppo non solo per le vie ufficiali. Il nostro territorio è stato disseminato di depositi segreti di armi ed esplosivi, un immenso arsenale che per anni è rimasto nella disponibilità di Gladio e di altre organizzazioni clandestine legate alla rete Nato “Stay Behind”. Uno di questi “Nasco” si trova ancora oggi sotto la chiesa di Santa Petronilla, a San Vito al Tagliamento, interrato nel 1964 e mai recuperato perché il pronao dell’edificio era stato successivamente pavimentato. Scrive il giornalista di Repubblica, Ugo Dinello, nel suo bel libro “La Via delle armi”: “Se ci limitiamo agli attentati principali della cosiddetta strategia della tensione, contiamo 153 cittadini italiani uccisi da bombe piazzate in mezzo alla folla, e migliaia di feriti. Delle 16 esplosioni che li hanno dilaniati, ben 12 – il 75 per cento e quelle che hanno fatto più morti e feriti – sono state progettate, preparate ed eseguite da persone che provenivano dal Veneto o dal Friuli Venezia Giulia”. Ma questa è già un’altra storia.





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