Ho fatto la naja a Pordenone

La storia di chi ha fatto il servizio di leva nel Friuli Occidentale: centinaia di migliaia di ragazzi tra Pordenone, Aviano, Casarsa, Maniago, Spilimbergo e Sacile, gli anni della Guerra fredda, amicizie Nord-Sud e un indotto per pizzerie, cinema e alberghi. Una memoria da valorizzare verso Pordenone 2027

di Carlo Sam

“Ho fatto la naja a Pordenone” è una frase che, tra anni Cinquanta del secolo scorso e i primi Duemila, hanno pronunciato decine di migliaia di italiani. È un racconto collettivo che attraversa tutto il Friuli Occidentale: Pordenone, Aviano, Casarsa della Delizia, Sacile, Maniago, Cordenons, Zoppola, Spilimbergo. In questo lembo di Nord-Est la leva obbligatoria ha lasciato un segno profondo: nella geografia militare del Paese, nell’equilibrio strategico della Guerra fredda, nell’economia quotidiana delle città, e – soprattutto – nella biografia di generazioni di ragazzi.
Un dato unico ufficiale non esiste, ma le ricostruzioni prudenti convergono: tra il 1949 e il 2004 (con sospensione della leva dal 2005) tra 800.000 e 1 milione di coscritti hanno svolto parte del servizio nell’area pordenonese. Il riferimento più solido è Aviano con la caserma “Salvatore Zappalà”, che da sola vide transitare circa 90.000 giovani in mezzo secolo.
A Casarsa della Delizia la caserma “Trieste” fu una “città nella città”: circa 235.000 m² di superficie, con sottoutilizzo avviato nel 1991; è spesso ricordata come una delle caserme più grandi d’Italia.  A questi numeri si sommano i flussi su Pordenone città (Martelli, Mittica – ex Mario Fiore, Monti), Maniago (Baldassarre), Cordenons (Fratelli De Carli), Zoppola–Orcenico (Leccis), Spilimbergo-Tauriano e Sacile (Slataper/San Giovanni del Tempio, oggi 7º Trasmissioni, un tempo 182º “Garibaldi” della Divisione meccanizzata “Folgore”). Insieme disegnano la densità militare che ha plasmato il territorio per oltre mezzo secolo.

Bersaglieri di guardia ai cancelli della caserma “Martelli”di via Montereale
La seconda caserma d’Italia, la “Trieste” di Casarsa

La caserma “Trieste” di Casarsa della Delizia è spesso indicata come la seconda caserma più grande d’Italia: solo il comprensorio militare della Cecchignola a Roma la precede per estensione.  Dire 235.000 m² non basta a dare la misura. Un recente studio accademico sulla rigenerazione dei paesaggi della Guerra fredda indica che la “Trieste” ospitò oltre 4.000 militari nei momenti di massima attività e che la sua superficie è paragonabile all’intero centro storico di Casarsa. In altre parole: la “città militare” aveva, più o meno, la stessa impronta del cuore urbano civile. Per chi conosce Pordenone, un altro raffronto utile: Parco Galvani misura 18.260 m²; la “Trieste” equivale a circa 13 Parco Galvani messi insieme. Questo semplice confronto rende tangibile l’ordine di grandezza.

1965, sempre la caserma dei bersaglieri di via Montereale
A cosa serviva quell’arcipelago di caserme?

Questa mappa aveva una funzione operativa precisa. Pordenone era il cuore della 132ª Brigata corazzata “Ariete”: comandi, carri, artiglieria, supporti. Casarsa metteva in campo l’AVES 5º “Rigel” (elicotteri per esplorazione, collegamento e scorta), mentre Cordenons e Maniago completavano il dispositivo terrestre. Aviano rappresentava la dimensione aerotattica NATO. Sul bordo provinciale, tra Cordovado e il vicino Veneto, i siti Nike-Hercules presidiavano il cielo del Nord-Est. Nella grammatica della Guerra fredda, il Pordenonese stava sulla prima linea: deterrenza corazzata a terra, difesa aerea sopra, prontezza di proiezione e catene logistiche collaudate. Da decenni, inoltre, analisi indipendenti collocano in Italia (anche ad Aviano) una quota della condivisione nucleare (nuclear sharing) dell’alleanza atlantica: numeri non resi pubblici, ma sufficienti a definire il peso geopolitico dell’area.

Sfilata di carri armati a Sacile alla fine degli anni Cinquanta
La dimensione umana: Nord e Sud nella stessa camerata

Se la strategia spiega il “perché”, la leva obbligatoria spiega il “come”. Le camerate mescolavano Nord e Sud, dialetti e ceti; si imparava a condividere spazi, regole, ritmi. Nascevano amicizie tenaci – le celebri “fratellanze di naja” – che spesso sopravvivono ancora oggi, alimentate da adunate e associazioni d’arma. La caserma, oltre a essere disciplina, era una palestra civica: alzabandiera, giuramenti, picchetti d’onore, interventi in emergenza. Basti ricordare il ruolo dei reparti del territorio nel disatro del Vajont (1963) e nel terremoto del 1976: colonne, tende, cucine, logistica. Con luci e ombre, la leva produsse capitale sociale: reti di fiducia, competenze minime condivise, un lessico comune che attraversava l’Italia.

In fila per il rancio
L’impatto economico: una domanda che teneva vive le città

L’effetto fu anche economico e tangibile. Ogni calendario di incorporamento generava movimenti: famiglie in visita, pernottamenti, ristoranti pieni nel fine settimana del giuramento. Le pizzerie facevano il pieno nelle serate di libera uscita, i ristoranti organizzavano menù “di caserma” per le compagnie, i bar si regolavano sugli orari del contrappello. Le camere d’albergo venivano prenotate settimane prima, così come le case d’affitto per i parenti o per i militari in addestramento prolungato. I cinema del centro – anche nelle cittadine – programmavano prime e rassegne con turni rinforzati nei weekend; le sale giochi e le balere e discoteche calibravano serate e promozioni “militari compresi”. Fiori all’occhiello del microindotto erano le sartorie (divise, mostrine, rammendi), i calzolai (scarponi e anfibi), i fotografi (ritratti con la bandiera, foto del giuramento), i tabaccai e le edicole (ricariche, cartoline), i taxi in sosta strategica a ogni cambio di turno. Persino autolinee e treni locali modulavano capacità e orari in coincidenza con i rientri domenicali. Le caserme erano, in breve, poli di domanda che tenevano viva l’economia minuta e scandivano le stagioni commerciali.
Questo fenomeno si distribuiva in modo diverso da città a città. A Pordenone, la concentrazione di Martelli–Mittica–Monti alimentava l’indotto del centro storico e dei quartieri lungo gli assi di ingresso. Aviano combinava la caserma dei carristi con la base aerea: oltre al consumo “del soldato”, il territorio intercettava forniture, manutenzioni, servizi linguistici, alloggi per personale in transito. Casarsa, con la “Trieste”, muoveva numeri tali da sostenere negozi, bar, affittacamere, patronati, e – grazie all’Aeroporto “Francesco Baracca” – anche attività connesse a trasporti e logistica. Simili impatti anche sul resto dei comuni che ospitavano le caserme.

Foto ricordo per compagni di naja della caserma “Mario Fiore”
Dopo la leva: dismissioni e sfida del riuso

Con la professionalizzazione delle Forze Armate e la sospensione della leva obbligatoria (2005), la domanda “di massa” è venuta meno. Alcune caserme sono state ridimensionate o dismesse, lasciando vuoti urbani di grande scala. In risposta, si è aperto il capitolo dei riusi: a Pordenone, la Martelli ha incrociato funzioni civili e sanitarie; attorno alla Mittica/Monti si lavora al riassetto attraverso “Caserme Verdi” Programma nazionale della Difesa per basi di nuova generazione che prevede un nuovo comprensorio alla Comina/San Quirino, con l’obiettivo di restituire le aree ormai diventate parte del centro cittadino alla fruizione pubblica. A Casarsa, la “Trieste” resta il grande cantiere potenziale che chiede un progetto capace di tenere insieme memoria, spazio pubblico, funzioni utili. Magari trasformando i padiglioni in spazi per imprese e residenze, i viali interni in parchi lineari, le palazzine comando in archivi o aree museali.

Conservare la memoria (e farne progetto): una proposta per 
Pordenone 2027

Resta una domanda semplice e decisiva: come conservare la memoria senza imbalsamarla? Una risposta sta nelle tracce visibili: una targa che racconta il reparto, un tratto di pavé salvato nella nuova piazza, un percorso digitale che geolocalizza le caserme (attive e dismesse) e collega foto, planimetrie, testimonianze orali. Un’altra risposta è fare rete: archivi comunali, liste di leva, registri di reparto, album privati, associazioni d’arma. È così che si conta meglio (per decennio e per caserma) e si capisce di più: non solo “quanti”, ma “come” e “perché”.
Qui il territorio ha un’occasione concreta. Nel quadro di Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027, si può immaginare una grande mostra diffusa dedicata alla naja nel Pordenonese, costruita a partire dall’immenso patrimonio documentale e fotografico dell’Archivio – Collezione Gino Argentin, attraverso il quale costruire in primis una gigantesca galleria di volti: migliaia e migliaia di giovani che hanno fatto la leva qui e che oggi, da uomini maturi, volentieri affronterebbero un viaggio a Pordenone per rivedersi nelle foto in bianco e nero e ritornare con il ricordo ai mesi della naja. Questa l’architettura portante, da arricchire magari con una call pubblica di testimonianze (“Raccontaci la tua naja a Pordenone”), diari, lettere, fotografie, oggetti, percorsi guidati nei luoghi simbolo. Quattro assi narrativi, in dialogo tra musei e spazi rigenerati (perfino dentro qualche ex caserma): una sezione storica (reparti, mappe, timeline, mezzi); una sezione sociale (diari, lettere, “fratellanze di naja”, Nord/Sud); una sezione economica (indotto: pizzerie, alberghi, cinema, negozi “da militari”); una sezione di progetto (riusi riusciti in Italia/Europa, idee per “Trieste” e Mittica/Monti).
Sarebbe un modo per rinverdire una memoria ancora viva – quella di chi può dire con orgoglio “ho fatto la naja a Pordenone” – e, insieme, per trasformare l’eredità militare in bene comune. Perché dietro ogni numero ci sono volti, voci, accenti. E in quelle voci si riconosce una parte d’Italia che, passando per questa provincia, ha imparato a conoscersi: in camerata, in libera uscita, in fila al cinema, tra una pizza divisa in sei e una telefonata a casa fatta da una cabina di fronte ai cancelli.

Ancora una veduta della caserma “Martelli”di via Montereale a Pordenone

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One Comment

  1. Franco Rieppi

    Un Progetto perfetto per non perdere la memoria, se il progetto venisse approvato, mi piacerebbe poter collaborare come ho fatto con il Museo Volandia della Caproni

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