di Gianni Sartor
Vedo passare i giovani, i giovani di oggi e mi sforzo di pensare se esista un denominatore comune con i giovani di 40 anni fa, quando di anni ne avevo pure io 20. E ritorno al 1982, il famoso anno della vittoria dei Mondiali di Spagna, anno ed anni nei quali si poteva ancora pensare al futuro con un certo ottimismo.
Allora la mia generazione, non aveva picchi estremi, pochi che potessero essere individuati e riconosciuti come geni e pochi definiti sbandati o fuori dalle regole sociali. In mezzo ci stavamo tutti, non dico una generazione di mediocri, ma sicuramente di persone nella media. Prima di scrivere questo pezzo, ci ho pensato molto per evitare di scivolare nel facile stereotipo del cosiddetto “anziano” che giudica le giovani generazioni. Oggi però non posso fare a meno di notare alcune differenze sostanziali: da una parte i figli dell’Erasmus, geni formidabili che bruciano le tappe scolastiche ed in alcuni casi, fragili nell’affrontare le cose pratiche della vita; dall’altra, quella che io chiamo la “generazione senza culo” per quella moda di portare i pantaloni a vita bassa. Talmente bassa da arrivare al retro delle ginocchia. Rispetto a noi giovani degli anni Ottanta, quello che noto, è la mancanza di “normalità”, la mancanza di moderazione.
Pure noi abbiamo fatto le nostre cazzate, ma mai esagerando. Parte di queste nuove generazioni, dedite agli aperitivi lunghi ed agli stravizi, non si rende conto che continuando così, sarà spazzata via da giovani stranieri di altre culture, mossi dalla fame e dall’ambizione di voler imporre le proprie regole, spesso discutibili ed antitetiche alle nostre. Dall’altra parte, la generazione dei geni, sente ben chiaro di non poter sperare in un futuro in questo Paese e prende la strada dell’emigrazione. Non sarebbe tragica un’esperienza all’estero, perché comunque contribuisce ad aprire la mente; il problema è che, trattandosi di un’elite, si rendono facilmente conto delle differenze sia di retribuzione che di soddisfazioni e non rientrano più in Italia.
Così da noi, restano in gran parte i “senza culo” che si scontrano o peggio, si integrano con personaggi dai comportamenti borderline. Se vogliamo parlare poi degli adolescenti, quanti di loro hanno la manualità che avevamo noi? Praticamente nessuno. La mia generazione si costruiva le fionde, le balestre, ci riparavamo le biciclette, smontavamo e modificavamo il Ciao, facevamo giochi a volte pericolosi e quei pochi che si facevano male, stavano zitti e mettevano tutto nello zainetto dell’esperienza. Oggi non si costruisce nulla, è tutto già pronto, trovi tutto nelle App, nei tablet e nei telefonini, oggi la fantasia è una applicazione sconosciuta ai più. Non voglio tirare le conclusioni sul fatto che si stesse meglio quando si stava peggio perché sarebbe un discorso da “anziani”, lascio aperta la risposta come spunto di riflessione.




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