Impreparato ma fedelissimo, il profilo che in politica va per la maggiore

di Gianni Sartor

Ho accettato volentieri l’invito del Direttore, Piergiorgio Grizzo, a condurre una rubrica a carattere prettamente satirico perché viviamo in tempi in cui sorridere diventa sempre più complicato. Fra le altre cose, questo spazio, mi permette di riprendere la passione per la scrittura che fin da giovane ha sempre esercitato in me un forte richiamo. E’ piacevole esprimere i propri pensieri anche al di fuori dei social, dove devi necessariamente esprimerti con brevi sentenze che durano lo spazio di poche ore. Inizierei con una breve serie di ricordi e considerazioni sulla politica anni Ottanta e quella attuale e di come secondo me sia cambiata. Ho iniziato ad interessarmi alla politica ai tempi dell’Università eletto come rappresentante degli studenti in Consiglio di Facoltà. Già per il fatto che l’ex ministro Brunetta mi avesse preso in simpatia e si sedesse sempre vicino a me, avrei dovuto capire di stare lontano da questo mondo.
Invece, a 25 anni divento consigliere comunale, la politica è una passione, una brutta malattia dalla quale si fa fatica a guarire. Erano i tempi del Pentapartito quando ancora si facevano riunioni interminabili e c’era un minimo di scuola di partito. Sono rimasto fuori da cariche elettive, deluso ed amareggiato da Tangentopoli pur osservando e dicendo la mia da dietro la porta.

Nel 2018 sono rientrato in consiglio dalla porta principale, riconfermato nel 2023. Ma cosa è cambiato da allora? Dal punto di vista lessicale, molto. Potrei scrivere un libro delle oscenità verbali e sulle violenze grammaticali di fine anni Ottanta. Ne cito solo alcune di consiglieri ed assessori: “Il Comune non ha debiti, ha mutui”, “sarò breve e circonciso”, “lo voglio vedere scritto a caratteri cubicali”. All’epoca, assistevo anche ad altri consigli per capire se la malattia fosse diffusa anche al di fuori del mio Comune. Lo era.

Oggi per fortuna nei consigli comunali non si sentono quasi più certe affermazioni. Nonostante ciò, le cose allora venivano bene o male realizzate, ci si trovava, si discuteva in assemblee, commissioni interne, si votava perfino nei congressi. Oggi tutte queste situazioni sono ormai una rarità.

Chi fa vita di partito, e non è più il mio caso, visto che agisco da “cane sciolto”, deve sottostare a decisioni prese dai sedicenti “capi”, quasi mai votati da alcuno, ed ogni forma di dissenso viene sanzionato con espulsioni spesso arbitrarie. Insomma, ne ha guadagnato la grammatica italiana, ma hanno perso le regole e la democrazia. Viene premiata la fede al capo e così può capitare che “per grazia ricevuta”, tecnicamente poco preparati, raggiungano posizioni apicali senza neanche sapere perché. Sono proprio questi che poi difendono la posizione con le unghie e con i denti perché fuori da quel contesto, non saprebbero che ruolo ricoprire nella società.

Tutte queste cose, contribuiscono pesantemente a tenere lontani gli elettori dalle urne. Nonostante tutto, credo nelle nuove generazioni che si interessano alla cosa pubblica a patto che non si avvicinino troppo da rimanere contaminati, credo nella capacità di rimanere autonomi nel pensiero e nel giudizio e credo, nonostante tutto, che si possa migliorare anche nella pratica e non solo nella grammatica.

A 20 anni infatti credi di poter cambiare il mondo, alla mia età sono già soddisfatto che il mondo non abbia cambiato me. Ad maiora!

RELIGIONE E STATO DI DIRITTO

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