Intrecci di Storia e Natura

Il viaggio di Ennia Visentin tra tecniche antiche e materiali naturali

di Mauro Fracas

Vi è un’arte che non si accontenta di dare vita a forme, di ravvivarle di colori, di suscitare con essi memorie ed emozioni, ma ricerca continuamente nuovi materiali, modalità espressive inedite, per stringere una nuova alleanza con la Natura, e proprio per questo per essere più vicina agli uomini. È quello che da oltre 30 anni fa Ennia Visentin, originaria di Nave di Fontanafredda ma ora residente ad Arba (PN), la cui opera si pone in quella terra di confine tra alto artigianato ed arte vera e propria, non troppo lontana dalla vita quotidiana da collocarsi in qualche mondo empireo dell’estetica, ma neppure troppo vicino all’uomo comune da risolversi nella quotidiana liturgia del consumismo. Questo approccio non è stato elaborato nelle aule di qualche accademia, ma nei laboratori e nei luoghi di lavoro di una squadra di decoratori, dove la formazione di Ennia Visentin ha avuto luogo luogo. “Qui ho potuto imparare come i materiali usati e le modalità con cui venivano preparati non costituivano semplicemente delle premesse della realizzazione dell’opera – spiega – ma ne erano parte integrante, capaci di contribuire in modo autonomo al significato complessivo dell’opera. Questo mi ha spinto a studiare sempre di più i materiali, soprattutto quando le realizzazioni finali sono approntate non solo per soddisfare il gusto estetico del destinatario, ma per arricchirne il proprio ambiente vitale, impreziosirne l’esistenza.”

Il marmorino, fragilità dell’esistenza e aspirazione all’eterno

Tra i primi materiali con cui Ennia Visentin si è cimentata c’è il marmorino, una tecnica decorativa che utilizza una miscela di calce e polvere di marmo per creare superfici lisce e lucide simili al marmo. “Il marmorino – precisa Visentin – è famoso per l’uso che ne hanno fatto grandi artisti veneti come Palladio, Sansovino, Scamozzi ed altri ancora in opere come le ville venete di Maser, della Rotonda e della Malcontenta e le chiese di San Giorgio Maggiore e del Redentore a Venezia. Tuttavia le sue origini sono molto più remote e già gli antichi Romani ne facevano ampio uso. In particolare, il marmorino è un particolare tipo di rivestimento murale realizzato in modo tale da imitare le sembianze e la brillantezza delle superfici marmoree e serviva a sostituire il marmo vero e proprio per motivi di costo o per esigenze tecniche. Scorrendo la letteratura in merito, si può evincere che il marmo, per la sua resistenza all’usura e al tempo era considerato un simbolo di forza e eternità. Al contempo però, una particolare lavorazione del marmorino consente di apporvici degli affreschi, per lo più a tema floreale, simbolo della bellezza che si consuma con il tempo. Ecco dunque che nasce una tensione tra la transitorietà e la fragilità dell’esistenza e quell’aspirazione all’eterno che rappresenta la cifra dell’esperienza umana nel mondo. I muri non sono più allora solo confini che delimitano lo spazio del nostro abitare, ma pergamene dove l’uomo racconta la sua avventura nel tempo.”

Quando è la Natura a scandire il giorno

“A pensar bene, fino a non molto tempo fa, avevamo affidato alla Natura il compito di scandire il tempo, ma ora è la tecnica a farla da padrona – specifica Visentin – le meridiane non sono solo strumenti pratici per misurare il tempo, ma rappresentano anche un momento in cui arte, scienza e filosofia confluiscono in una unità organica, soprattutto, una occasione offerta alla natura di riappropriarsi dei suoi spazi. Per questo mi sono interessata dai miei inizi alla gnomonica, ossia all’arte di costruire orologi solari, altrimenti conosciuti con il nome di meridiane, sulla base del moto del sole apparente. Sono sempre richieste perché sottolineano il valore collettivo del tempo in un contesto in cui le relazioni sono sempre più mediate dalla tecnologia. Nelle meridiane che costruisco cerco di combinare funzionalità ed estetica, prediligendo materiali che non solo richiamino la natura ma che pure la rispettano e che mi sembrano appropriati per uno strumento, che più di altri, serve da raccordo tra spazi abitativi ed ambiente naturale.

Oltre l’arcobaleno: dipingere il mondo con i colori della Natura

“Ogni tanto vale la pena chiedersi quanto ci costa la maglietta che indossiamo – propone Ennia – non in termini di denaro, ma dell’impatto ambientale che hanno i solventi utilizzati per produrne i colori, di scarti industriali, di prodotti sintetici a contatto con la pelle, per anni magari, con il loro corollario di reazioni allergiche e di dermatiti. Non so a questo punto quanti sarebbero disposti a pagarne il prezzo. Un cambio di rotta è sempre possibile, ma presuppone una rivisitazione radicale dei modelli economici vigenti. Per farlo io ho preso spunto… dai libri di storia.” Come si può infatti leggere nel libro Natura e colore, nuove prospettive dell’arte tintoria, in cui Ennia Visentin, compendia gli aspetti più significativi del suo percorso di ricerca, già a partire dall’antichità ai colori di origine minerale si affiancarono una gran varietà di colori di origine vegetale ed animale.

E proprio da qui che inizia la ricerca di Ennia. “Nel mondo antico consideravano risorse quello che oggi passerebbe inosservato, come il murice, un comune gasteropode da cui si estraeva la porpora, un pigmento costoso e ricercato, che divenne emblema della magnificenza imperiale. Ma non dimentichiamo l’Anchusa tinctoria, un arbusto sempreverde dagli sgargianti fiori blu, originario delle zone mediterranee, da cui gli antichi estraevano l’alcannina, un principio colorante rosso intenso, usato per tingere lane e tessuti. Molto usato una volta era lo zafferano, da cui si otteneva un giallo luminoso, tuttavia, e qui sta la novità, altri colori possono essere ottenuti da quel che rimane dalla pianta una volta estratta la preziosa spezia.”

Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare. “Siamo abituati a considerare scarto quello che non ci serve, ma in Natura, che può essere considerata un complesso sistema di riciclo, non esistono scarti, ma momenti consequenziali di un unico ciclo vitale – precisa Visentin – E la Natura ci offre molte opportunità per fare altrettanto.”

Infatti, innumerevoli tinte possono essere ottenute da quelli che fino ad ora sono stati considerati scarti agricoli. Residui di potatura, bucce di patate o di frutta, baccelli di fagioli, ma anche residui di lavorazione di falegnameria, costituiscono, almeno per coloro che li sanno estrarre, giacimenti di preziosi pigmenti dalle tinte spesso inedite. “Da far invidia all’arcobaleno”, aggiunge Ennia con una punta di ironia.

Tessuti da fonti naturali e di recupero: la nuova frontiera dell’industria tessile

Nell’industria tessile, stretta da esigenze di profitto ed una emergente consapevolezza ambientale, si è aperto un periodo di ripensamento. Si cerca sempre più non solo prodotti ecologici, ma anche processi produttivi a basso impatto ambientale, sempre più difficile da ottenere mantenendo il trend attuale, che cerca un maggior profitto attraverso l’adozione di soluzioni tecniche sempre più avanzate, anche a costo di un onere ambientale ormai insostenibile. L’auspicato avvento di una economia circolare, non può che passare, paradossalmente, non tanto attraverso un ulteriore avanzamento tecnologico, quanto da una rivisitazione complessiva dei modelli di produzione e consumo. Da decenni Ennia ha raccolto il guanto di sfida e sta mostrando la concreta fattibilità di questo ritorno al naturale, attraverso il recupero di produzioni tessili che avevamo malauguratamente dismesso. “Ci siamo messi in un vicolo cieco. Vogliamo riportare la pastorizia in montagna e poi diciamo ai pastori che la lana delle loro pecore, che è sempre stata la principale fonte di reddito per i pastori, rappresenta ora un rifiuto da smaltire a caro prezzo di tasca loro. Invece, questo tipo di lana può essere usato per la produzione di pacciamanti biodegradabili, utili ad inibire la crescita delle piante infestanti; oppure paralumi, o, addirittura, pannelli decorativi colorati.” Altre produzioni che Ennia ha ripreso sono quelle del lino e della canapa, fibra, quest’ultima, estratta dall’omonima pianta erbacea della specie Cannabis sativa, pianta rustica che necessita di pochi diserbanti, fertilizzanti e pesticidi, e per questo è considerata particolarmente eco-friendly. Tra i possibili usi si annoverano i capi di abbigliamento ad accessori per la moda quali zaini, portafogli, borse. Il prossimo passo? “Costruire una filiera della produzione eco-sostenibile che spazia dai laboratori artigianali, agli istituti di formazione, alla diffusione di operatori agricolo-pastorali, presidi irrinunciabili del territorio”, puntualizza Ennia Visentin, che conclude: “la scoperta delle produzioni e dei colori naturali è stata l’inizio di una avventura di cui non è ancora stata scritta l’ultima pagina.”

 

3 Comments

  1. Nanni

    Complimenti la vera artista Ennia merita molto e dobbiamo essere grati a quello che fa con tanta passione e sacrifici. Meriterebbe un cavalierato.

  2. Andrea

    Complimenti ad Ennia Visentin che con la sua dedizione e professionalità ci fa capire quanto importante sia indossare capi di abbigliamento sani che fanno bene alla nostra pelle al nostro ambiente ed alla nostra anima

  3. Anna Maria Pessot

    Buonasera Ennia, ammiro tanto la tua grande curiosità e la rivalutazione della conoscenza antica di ciò che la natura spontaneamenre ci offre, complimenti, a presto

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