di Alfredo Pasini
100.000.000 € (cento milioni di euro!) di buonuscita a Tavares, amministratore delegato di Stellantis come premio per aver smantellato e messo in ginocchio la Fiat ridimensionando e chiudendo stabilimenti, trasferendo all’estero parte della produzione del vecchio gruppo storico e per aver desertificato un indotto che con la stessa Fiat è stato per molti anni il traino dell’industria meccanica del nostro Paese.
23 miliardi di dividendi agli azionisti in quattro anni mentre venivano licenziati 13.000 dipendenti, vendendo assets, chiudendo fabbriche in Italia ed aprendone altre all’estero, distruggendo un enorme patrimonio di cultura industriale del gruppo Fiat, lasciando a casa migliaia di lavoratori e mettendo sul lastrico migliaia di famiglie. Il tutto dopo aver dissanguato per molti decenni gli italiani che, ricattati dalla minaccia della chiusura delle fabbriche e della perdita dei posti di lavoro, la Fiat se la sono comperata due volte con i sostegni diretti ed indiretti frutto delle loro tasse. Quella Fiat che ha trasferito la sede legale in Olanda per pagare meno tasse e non pagarne proprio in Italia: “utili privati e perdite pubbliche” è sempre stato il motto di Fiat.
Immorale senza appello: tanto chi ha preteso quanto chi ha dato, tanto gli azionisti quanto i politici che nel tempo hanno concesso il non concedibile, non disinteressatamente. Difficile immaginare in quale girone dell’inferno Dante avrebbe collocato gli uni e gli altri.
Davanti al definitivo crollo di quello che per quasi cento anni è stato il simbolo dell’industria italiana, crollo ampiamente documentato da diverse dettagliate indagini giornalistiche, è lecito chiedersi: l’azionista di riferimento ha subito il declino forzato di Fiat oppure ha indicato la strada pur continuando a ricevere contributi dagli italiani? Fiat è stata forse smembrata e cannibalizzata sulla base di un preciso progetto dei piani superiori della catena di comando dell’economia mondiale?
E più ampiamente: quale politica industriale per l’Italia è stata messa in campo dai governi degli ultimi cinquant’anni, imbelli davanti al saccheggio degli ori di famiglia Italia? Quale da Confindustria che non ha mai saputo o voluto alzare gli occhi e guardare l’orizzonte? Quale da un opaco sindacato politicizzato che ha fatto gli interessi spiccioli dei propri segretari e dirigenti, ma non quelli di operai, impiegati, quadri?
Italia mucca da mungere e poi abbattere anziché terra delle genti italiche – popolo non lo siamo mai stato – a cui dare e garantire benessere e futuro, compito di quei politici succubi della perfida Albione che hanno dimenticato di dover essere al nostro servizio e considerano invece gli italiani loro servi. Sono molto lontani i tempi dell’IRI, della prima IRI.
La vicenda Fiat è solo l’esempio più evidente di una grave situazione economica e morale in cui da anni si dibatte l’Italia, senza un progetto definito e senza una guida sicura.
Da decenni è in atto una guerra per bande che con alleanze ed intrecci variabili secondo la convenienza del momento coinvolge politica, magistratura, capitale, malaffare. Non ci sarà futuro fino a quando la politica non uscirà dalla sua meschinità alzando lo sguardo verso l’orizzonte, fino a quando la magistratura non starà entro i propri limiti di competenza e guarderà pragmaticamente all’interesse degli italiani, fino a quando il capitale non abbandonerà la visione di breve periodo per investire con pazienza sulla costruzione di un’Italia forte. Ma per fare questo ci vuole una forte pulsione morale, un’etica che non appartiengono nemmeno alle più alte cariche dello stato.
L’Italia è un Paese, mi piacerebbe poter dire Nazione, da rifondare completamente. Serve un cambio radicale di mentalità e di costume a tutti i livelli. E dobbiamo mettere in gioco anche noi stessi, abitanti di questo straordinario Paese ombra di se stesso, applicando per primi e pretendendo da tutti, onestà, rigore, ordine, quotidianamente. L’Italia è la nostra casa: curiamola, manteniamola e difendiamola, soprattutto dai nemici interni; pretendiamo rispetto da tutti, soprattutto dalle istituzioni che per costituzione e per legge naturale sono al servizio della comunità.
Il futuro dipende molto da noi.




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