La saga di una famiglia che segnó la storia di Pordenone. Da Alberto. noto industriale cotoniero, alla ancora piú celebre figlia Luisa, eccentrica e tormentata protagonista di una stagione decadente
Il canale di Amman porta le acque del torrente Meduna fino a Pordenone. Scorre silenzioso e calmo tra le sue sponde di cemento, parallelo ai terreni del Seminario e a via Canaletto nel quartiere di Borgomeduna. Ricordo molti anni fa le sue rive affollate di canne da pesca e amici che dicevano: andiamo a pescare al canal de Amman. Ma chi era questo Amman?
Alberto Amman era un industriale appartenente ad un agiatissima famiglia austriaca di origine ebraica, arrivata in Italia, in Brianza, nei primi dell’Ottocento. Nel 1875, a 28 anni, grazie al sostegno del padre e insieme allo svizzero Emilio Wepfer, impiantò a Pordenone, in una zona paludosa tra il Noncello e Borgomeduna, il modernissimo cotonificio “Amman & Wepfer”.
A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento la piccola cittadina e i suoi dintorni divennero uno dei poli cotonieri più importanti del giovane Regno d’Italia. L’abbondanza d’acqua e la particolare umidità dell’aria erano ideali per l’insediamento di quel tipo di produzione, condizioni che convinsero molti capitalisti, soprattutto stranieri, ad investire in loco. Per sfruttare le acque, ma anche la manodopera di un’area che all’epoca era tra le più marginali e depresse del Regno. Centinaia e centinaia di contadini e braccianti che lasciavano le campagne, attirati dalla prospettiva di un salario fisso, accettando un lavoro massacrante e insalubre.
Nel 1888 la “Amman & Wepfer”, dopo avere creato un altro opificio a Fiume Veneto, sfruttò l’acqua della roggia Vallona, che un tempo alimentava magli e mulini, per creare una centralina elettrica che portasse energia allo stabilimento. Nel frattempo Alberto era diventato cittadino onorario di Pordenone con delibera del Consiglio comunale di allora e soprattutto conte grazie ad un regio decreto, firmato da Umberto I. Nel 1893 la medesima ditta, che in seguito alla prematura scomparsa di Wepfer avrebbe preso il nome di “Amman & C.”, creò, con uno sbarramento artificiale sul piccolo rio Maj, il lago della Burida, che consentì, grazie a una caduta d’acqua di nove metri, di ottenere energia elettrica per gli stabilimenti di Borgomeduna e di Fiume Veneto.
Alberto Amman, che morì nel 1896 (il canale che porta il suo nome fu scavato qualche anno dopo), fu superato in fama dalla secondogenita Luisa (nella foto in basso), celeberrima per il suo mecenatismo e le sue stravaganze.
Nata nel 1881, alla morte dei genitori ereditò, insieme alla sorella maggiore Francesca, un’autentica fortuna. Eccentrica e tormentata, fu una delle grandi protagoniste della vita mondana del Regno e d’Europa negli anni della Belle Époque.
Nel 1900 sposò il marchese milanese Camillo Casati Stampa di Soncino e l’anno dopo nacque la loro unica figlia: Maria Cristina, poi sposa a Londra di lord Francis Hastings, futuro sedicesimo conte di Huntingdon. In seguito Luisa Amman Casati Stampa intraprese una turbolenta e scandalosa relazione con Gabriele D’Annunzio, la cui vicinanza accentuò il suo carattere eccentrico e il suo desiderio di fare della sua stessa vita un’opera d’arte.
Nel 1910 acquistò a Venezia il palazzo Venier dei Leoni, che trasformò in una corte di artisti ed intellettuali, venuti in laguna per celebrarne la megalomania e gli eccessi a fronte di generose ricompense. Famoso il dipinto di Cesare Saccaggi che la ritrae come la Regina di Semiramide. Anche lei come la regnante babilonese si presentava in pubblico con delle belve al guinzaglio, oppure girava nuda per Venezia, coperta solo da una pelliccia, preceduta da un servitore che la illuminava con una torcia perché i passanti la ammirassero.
Mentre gli operai sgobbavano nei torridi capannoni degli stabilimenti di famiglia, la marchesa Casati Stampa era la musa di esponenti del futurismo come Marinetti, Depero e Boccioni e l’animatrice di una società ricca e decadente che inneggiava all’opulenza, al progresso tecnologico e alle guerre come strumento di pulizia del mondo e che distrattamente si avviava a portare l’Europa nel baratro della Grande Guerra. Celebre la sua festa in Piazza San Marco, riservata per l’occorrenza, alla quale invitò tutta la buona società del continente.
In seguito dovette vendere il palazzo sul Canal Grande ad un’altra ereditiera ebrea, Peggy Guggenheim, che aveva le stesse passioni e vocazioni. Oggi è sede dell’omonima fondazione e galleria d’arte. Per il suo stile di vita Luisa accumulò debiti enormi e morì in povertà nel 1957.
Suo marito, il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, ebbe da una relazione con Anna Ewing Cockrell un altro figlio, a cui diede il suo stesso nome, che nacque nel 1927.
Costui morirà suicida nel 1970 dopo aver ammazzato la moglie Anna Fallarino e l’amante di lei. Un fatto di sangue che riempirà le cronache per mesi per la notorietà dei protagonisti e i contorni morbosi della vicenda. La loro unica figlia, Anna Maria, erediterà tutto il patrimonio di famiglia, compresa la settecentesca Villa San Martino di Arcore, che sarà poi ceduta nel 1974, attraverso un discusso contratto, al rampante magnate dell’edilizia, Silvio Berlusconi. 




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