Il tragico destino di coloro che, all’alba del Novecento, violarono per primi la vetta del Campanile sembra la rivincita, beffarda e inesorabile, della Natura per lo sfregio subito
di Piergiorgio Grizzo
Il campanile di Val Montanaia, teatro di imprese leggendarie, il tormento e l’estasi di generazioni di alpinisti. Tutti i più grandi sono passati di qui. Da quando si arrampicava con chiodi e corde di canapa fino ad oggi, nell’epoca del free climbing e dei materiali high tech.
E’ senza dubbio una delle più incredibili strutture delle Dolomiti, Patrimonio dell’Umanità Unesco (alto 2173 metri). Un obelisco ciclopico, che si innalza altero con i suoi 250 metri di roccia strapiombante, nel mezzo di uno spettacolare anfiteatro di guglie dolomitiche, gli Spalti di Toro e i Monfalconi. Quel ballatoio che corre attorno alla cuspide lo avvicina al classico disegno di un campanile, come quello di San Marco a Venezia.
La sua conquista, all’alba del Novecento, è ammantata di leggenda. Il tragico destino di coloro che ne violarono per primi la vetta, i nobili austriaci Victor Wolf von Glanvell e Karl Günther von Saar, sembra la rivincita, beffarda ed inesorabile, della Natura per lo sfregio subito.
Nel settembre del 1902, oltre ai due aristocratici transalpini anche Napoleone Cozzi ed Alberto Zanutti, triestini ma originari entrambi di Travesio, si erano addentrati in quelle valli remote per avvicinarsi al gigante di pietra e tentare l’assalto.
Le due cordate, pur girovagando entrambe per le montagne negli stessi giorni per scalare guglie e vette e prepararsi all’impresa, non si erano mai incrociate.
Napoleone Cozzi, che all’epoca ha 35 anni, oltre che alpinista, valido schermidore ed attivista dell’irredentismo italiano a Trieste, è soprattutto un pittore piuttosto noto. Con sé ha sempre un quaderno, matite e colori, con i quali raffigura in splendidi acquerelli le montagne che va ad esplorare. Nei suoi appunti descrive la val Montanaia come un luogo selvaggio, che suscita sinistre inquietudini. Del campanile scrive: “Se l’urlo di un dannato potesse venir figurato, se l’imprecazione di un genio malefico potesse tradursi in forma, non sarebbero diverse da quella che la natura ha piantato lassù in fondo alla Val Montanaia”.
Però “l’urlo di pietra” gli è già entrato dentro, è diventato un’ossessione: prima della fine dell’estate Cozzi e Zanutti devono conquistarne la vetta.

A seguito di un attento studio, decidono di attaccarlo dalla parete Sud. Dopo una serie di vani e pericolosi tentativi, dopo ore e ore di lotta estenuante, trovano la via per arrivare sullo spigolo sud ovest della montagna, ad una quindicina di metri sotto il largo ballatoio, che precede l’ultima salita verso la cuspide. Hanno segnato con un gesso rosso tutti gli appigli per facilitare poi la discesa; sono a buon punto, ma si trovano ora di fronte ad una parete liscia e strapiombante che appare insuperabile. Cozzi con le ultime forze si danna in un estremo tentativo, ma deve arrendersi a pochi metri dal successo. Zanutti che lo aspetta seduto su una piccola cengia poco sotto costruisce nel frattempo un ometto con delle pietre e incide la data: 7 settembre 1902.
Alla fine decidono di ridiscendere: mestamente devono rinunciare ai loro sogni di gloria, almeno per quell’anno.
Il giorno dopo, mentre i triestini tolgono il campo per dirigersi altrove, gli austriaci risalgono la valle per avvicinarsi alla guglia fatale. Per uno strano gioco del destino le due cordate non si incontrano neppure in quella occasione.

Giunti ai piedi del gigante, Von Glanvell (nella foto a destra) e Von Saar (nella foto sotto) perlustrano metro a metro con il binocolo il versante meridionale, che loro stessi hanno individuato come l’unico fattibile, e fanno una scoperta che smorza i loro entusiasmi: a metà altezza dello spigolo occidentale, dove sporge un evidente pulpito bianco, c’è qualcosa che assomiglia molto ad un ometto di pietra.
“Il Campanile dunque è già stato salito?”, si domandano attoniti. Vogliono togliersi ogni dubbio prima di impegnarsi in un’impresa così pericolosa e decidono di salire una guglia prospiciente, la Cima Toro, dalla cui sommità possono esplorare con chiarezza quella del Campanile. In cima al quale non trovano alcun segno di presenza umana. Fanno anche un’altra fondamentale scoperta: vicinissima al pulpito dove Cozzi e Zanutti si sono arresi inizia una strettissima cengia, che dallo spigolo sud ovest attraversa l’intera facciata fino ad un camino verticale che porta dritto al ballatoio.
Si sentono rinfrancati, il Campanile non è stato violato e possono ancora ambire alla prima assoluta. Devono però trovare la strada fino al famoso pulpito, un enigma degno della Sfinge. Ridiscendono la Val Montanaia e la Val Cimoliaina diretti a Cimolais per riposarsi e riordinare le idee, non prima però di aver scalato il Campanile Gambet e la Cresta Brica, due prime salite assolute.
E proprio nel paesino della Valcellina la sorte gli porge un dono inatteso e probabilmente immeritato. All’albergo “Alla Rosa” incontrano Cozzi e Zanutti, che dopo la delusione del 7 settembre hanno ritrovato entusiasmo portando a termine la difficile cresta sud est del monte Duranno. Gli austriaci li invitano al loro tavolo e le due cordate iniziano a parlare amabilmente delle rispettive imprese di quel settembre. Quando Von Glanvell si è già ritirato nella sua stanza, l’astuto Von Saar, avendo appreso che i due triestini hanno già tentato invano la scalata al Campanile, porta la conversazione proprio su quell’argomento, ben guardandosi dal rivelare che anche lui ed il compagno di cordata aspirano alla stessa impresa. Conquistati dalla cordialità dell’austriaco e resi meno prudenti da qualche bicchiere di vino, Cozzi e Zanutti iniziano a descrivere nei particolari la loro ascesa fino al famoso spigolo sud occidentale, i segni rossi lasciati sugli appigli e le difficoltà insuperabili dell’ultimo strapiombo.
Un’ingenuità che gli costerà carissima.
Alcuni giorni dopo, il 17 settembre del 1902, grazie anche alle informazioni raccolte dai triestini, Victor Wolf von Glanvell e Karl Günther von Saar, salgono per primi sulla vetta del Campanile di Montanaia.

La delusione per i due alpinisti giuliani sarà cocente: proprio loro, due irredentisti italiani, hanno regalato la vittoria ad una coppia di aristocratici austriaci. Napoleone Cozzi (in basso a destra) non metterà mai più piede nella remota valle sospesa tra il Friuli e il Cadore dove sorge l’Urlo di pietra .

Alberto Zanutti riuscirà a salire in cima al Campanile solo molti anni dopo.
I due austriaci saranno invece vittime di un destino ancora più malevolo. Victor Von Glanvell morirà nel 1905 ad appena 34 anni durante un’ascensione nel gruppo del Hochschwab: viene travolto da una frana causata probabilmente dal passaggio di un nugolo di camosci, un fatto singolarissimo.
Von Saar riuscirà a sopravvivere agli orrori della prima guerra mondiale e ad una durissima prigionia in Siberia, ma appena tornato nella sua Innsbruck morirà di febbre spagnola nel 1918 a poco più di quarant’anni.
Il coraggio e la sfortuna di questi quattro eroi dell’alpinismo moderno li hanno consegnati all’epica della gente di montagna, legando per sempre il loro nome a quella magnifica allegoria di pietra, a quel miracolo della natura che è il Campanile di val Montanaia.





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