La città è sempre stata, fin dalla notte dei tempi, un crocevia di viaggiatori e mercanti, posto al terminale di un’importante via d’acqua, che univa l’entroterra friulano a Venezia e al mondo mediterraneo e levantino
di Piergiorgio Grizzo
La vocazione commerciale di Pordenone ha radici antichissime. La città, oggi capoluogo del Friuli Occidentale, è sempre stata, fin dalla notte dei tempi, un crocevia di viaggiatori e mercanti, uno snodo fondamentale, posto al terminale di un’importante via d’acqua, che, attraverso i fiumi Noncello, Meduna e Livenza, univa l’entroterra friulano (dal 1420 appartenente allo Stato da Tera della Serenissima) a Venezia e dunque al mondo mediterraneo e levantino.
Da qui arrivavano le spezie e i damaschi dell’Oriente, articoli ricercatissimi per le tavole e i guardaroba dei più facoltosi, ma anche il sale dell’Istria, indispensabile per conservare gli alimenti, mentre dai valichi alpini giungevano i mercanti alemanni a vendere ferro, argento, stagno, pellicce e ambra.
Le rotte fluviali erano di fatto le autostrade dell’epoca, visto che durante Medio Evo e Rinascimento avventurarsi per le polverose o fangose (a seconda delle stagioni) strade della pianura era decisamente poco salutare. L’efficientissimo sistema viario romano era caduto in rovina da secoli e il viaggio da Pordenone a Venezia via terra era interminabile e pericolosissimo. Il viaggiatore doveva attraversare boschi impenetrabili e malsani acquitrini, con lo spauracchio costante di cadere vittima delle cattive intenzioni di briganti e grassatori.

Pordenone, invece, con il suo piccolo porticciolo e il mercato permanente, che da questo si originava, poteva essere considerato una sorta di centro commerciale ante litteram.
Il centro nevralgico degli affari e dei commerci corrispondeva all’attuale piazzetta San Marco, (un tempo piazza di Sotto), appena dentro le mura. Dal porto si entrava per la cosiddetta Porta Furlana, che guardava verso Oriente e verso il Friuli appunto, per ritrovarsi nel mezzo di un febbrile brulicare di pescatori, barcaioli, sensali e bottegai.

Il centro nevralgico degli affari e dei commerci corrispondeva all’attuale piazzetta San Marco, appena dentro le mura. Qui ci si ritrovava nel mezzo di un febbrile brulicare di pescatori, barcaioli, sensali e bottegai
Quindi, ricapitolando: un grosso centro commerciale collegato alla più grande metropoli del tempo (Venezia) da un’importante autostrada (l’idrovia) e unito da altrettanto importanti collegamenti via terra (soprattutto lungo la direttrice che conduce al valico della val Canale) con i mercati del Nord.
Insomma una realtà commerciale e produttiva (perché lungo le rogge che la circondano nascono presto gli opifici, mulini e magli, per lavorare la lana e battere il ferro) che fa gola a tutti. Tant’è che, anche dopo l’annessione del Friuli a Venezia, Pordenone resta per quasi un altro secolo un’enclave nei possessi dei duchi d’Austria, che comandano per conto degli Asburgo e che se la tengono stretta.

Ci vuole la guerra, tra la Serenissima e l’Imperatore, per far sì che gli austriaci, sconfitti, mollino l’osso. A quel punto, siamo nel 1508, la città sul Noncello viene donata al condottiero umbro Bartolomeo D’Alviano, generale della Serenissima come premio per i suoi successi militari. Sotto la sua signoria (interrotta in due occasioni dal ritorno dei todeschi e alla sua morte passata alla moglie come una sorta di pensione di reversibilità) Pordenone vivrà la sua epoca d’oro per i commerci, ma anche per l’arte e la letteratura. Bartolomeo è infatti un soldato sui generis, che, smessa la corazza, ama leggere i classici, ascoltare buona musica e circondarsi di scrittori, poeti e pittori. Tra i suoi pupilli c’è anche un giovane frescante, figlio di un capomastro lombardo. Una mezza teppa, insolente e attaccabrighe, ma dotato di un insolito talento. Si chiama Giovanni Antonio De Sacchis e passerà alla storia come Il Pordenone, il più importante pittore rinascimentale friulano. Grazie anche alla forte sponsorizzazione di Bartolomeo, diventerà famoso perfino Venezia, tanto da insidiare le star dell’epoca, in primis quel Tiziano Vecellio, che, secondo la leggenda, lo avrebbe poi fatto avvelenare per toglierselo dai piedi.
Un presunto autoritratto di Giovanni Antonio è visibile su una colonna del Duomo di San Marco. Vi si vede un giovanotto aitante, con la barba e i capelli lunghi come un hippy ( il look di artisti e creativi è rimasto invariato nei secoli) che sprizza genio e sfrontatezza guascona in eguale misura.

Da affreschi e pale d’altare, sue e soprattutto di un suo allievo, il Calderari, (oltre che dai Diarii di Marin Sanudo e di altri cronachisti) si possono ricostruire, almeno in parte, il paesaggio e le atmosfere della Pordenone cinquecentesca.
Le barche approdavano allora nei pressi del ponte che univa l’abitato alla chiesetta della Santissima Trinità, come si può constatare nell’affresco dello stesso Calderari, che quivi si trova, ed anche negli affreschi della cappella Montereale-Mantica nel duomo cittadino. La città si sviluppava in lunghezza sul dorso di un’altura isolata, circondata da rogge, rivoli, acquitrini e polle d’acqua sorgiva.
Una lunga striscia di palazzi, dalla quale spiccano ben diciotto torri (una sorta di status symbol per le famiglie più in vista dell’epoca), chiusa da una cinta muraria e attraversata da una strada principale che unisce la Porta Furlana, dirimpetto al fiume, alla Porta Trevigiana o della Bossina, che è l’accesso per chi viene via terra dai territori della Marca.
La città Cinquecentesca doveva essere in effetti un piccolo gioiello: la chiesa che poi diventerà duomo, il campanile, la loggia poi municipio, le torri merlate, le porte con il ponte levatoio, le facciate affrescate dei palazzi signorili della strada maggiore, i portici, le callette che scendevano verso le rogge, le fontane e i mille rivoli d’acqua.
Se avesse mantenuto solo la metà delle sue caratteristiche originarie, Pordenone sarebbe oggi con tutta probabilità uno dei luoghi turistici più apprezzati d’Italia.
Col tempo, invece, le mura sono sparite quasi del tutto, sono state abbattute le torri, atterrate le porte e i ponti levatoi, intubate le rogge, senza lasciare alcun segno della loro esistenza.
Purtroppo, il carattere industrioso ed attivo dei pordenonesi ha al contempo un risvolto negativo e la città, nel suo divenire frenetico, non ha rispetto, alle volte, neppure per se stessa.





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