di Gianni Sartor
Essere italiani comporta delle responsabilità superiori rispetto a tutti gli altri popoli europei. Portiamo nel DNA l’eredità degli antichi romani, abbiamo inventato il Rinascimento portando fuori dal medioevo il continente. Se Federico Barbarossa era chiamato lo “Stupor Mundi” il nostro Paese ha dato i natali a Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Raffaello, Pinturicchio, Caravaggio, Vasari, Galileo Galilei, Alessandro Volta, Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Eugenio Montale, Antonio Meucci, Rita Levi Montalcini e sono certo di averne tralasciati molti altri. Spesso ci dimentichiamo che deteniamo il 70% del patrimonio culturale dell’intero pianeta. Siamo cresciuti idealmente uniti, ma praticamente divisi con l’Italia dei Comuni ed abbiamo assimilato il concetto che il piccolo può essere bello. Per questo motivo siamo diversi, sempre pronti allo scontro e difficilmente inclini alla sintesi. Tuttavia siamo invidiati e rispettati per la moda, per la più grande biodiversità del nostro territorio, per l’eccellenza dei prodotti alimentari e la grande varietà e qualità delle cucine regionali. Uniti territorialmente ma sempre pervasi da un sentimento centrifugo, siamo anche l’Italia delle mafie, del diritto incomprensibile con la percentuale più alta d’Europa di avvocati “Azzeccagarbugli”, dei politici più vituperati e da noi eletti, dell’immigrazione selvaggia di clandestini senza arte né parte che vengono tutelati più degli stessi italiani. Insomma un Paese che vive di contraddizioni tra Inferno e Paradiso dove chi può più, piange meno, dove lo Stato considera i suoi cittadini, se così possiamo definirci, alla stregua di bambini incapaci di intendere e volere e quindi necessariamente eterodiretti. Nonostante ciò, condividiamo un debito pubblico impressionante ed i nuovi italiani nascono già con un fardello dal quale sarà impossibile liberarsi. Ci esaltiamo per i sempre più rari successi della Nazionale di calcio piuttosto che per la Cappella Sistina o per la città di Venezia, museo a cielo aperto, unica ed inimitabile da chiunque al mondo. Italia croce e delizia, ma da dove nascono tutte queste negatività che poco si comprendono di fronte a tanta bellezza? Dobbiamo, una volta per tutte ristabilire la verità storica sull’unità d’Italia, sul fatto che non è stata un movimento di popolo, ma un’invasione di uno Stato pacifico pieno di risorse monetarie. Il cosiddetto “Re galantuomo” aveva la necessità di ripianare i debiti contratti con le guerre di indipendenza e così è andato a saccheggiare il Banco di Napoli. Non fu vera gloria, l’unità fu spinta dalla massoneria inglese in funzione anti asburgica, il generale Borbonico Francesco Landi fu corrotto per vincere la battaglia di Calatafimi e quando si accorse che era stato truffato dai suoi stessi corruttori, si suicidò. Quello che passò alla storia come “Franceschiello” era un re salito al trono a 24 anni e quando si accorse che la vendita dello zolfo agli inglesi non era conveniente, iniziò a venderlo ai francesi segnando la sua condanna. Va sfatato il mito che il regno borbonico era arretrato anche perché la prima ferrovia d’Europa è stata la Napoli – Portici, nel regno borbonico si costituì la prima fabbrica di locomotori ed a Napoli facevano già una sorta di raccolta differenziata dividendo il vetro dalla carta. Quelli che sono passati alla storia come “banditi”, in realtà erano dei partigiani che difendevano la loro terra e che furono sterminati nel campo di battaglia o deportati in Piemonte nel carcere di Fenestrelle a 2000 metri. Per onestà intellettuale, dobbiamo ammettere che, nei 150 anni successivi, i “fratelli borbonici” si sono ampiamente rifatti con il più alto tasso di pensioni di invalidità e con la Cassa del Mezzogiorno. Una revisione corretta della storia Patria all’insegna del “dai a Cesare ciò che è di Cesare” ci aiuterebbe a capire ed a metabolizzare l’inspiegabile contrasto tra questa incommensurabile bellezza e questa altrettanto evidente corruzione, improvvisazione e mancanza di rispetto reciproco che purtroppo ci contraddistingue, ma soprattutto ci consentirebbe di crescere e di imparare un sano senso di responsabilità collettiva che ci renda Popolo e ci faccia uscire dall’asilo infantile.




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