L’arroganza di troppi poteri forti genera disastri come il Vajont

Perché oggi a sessantadue anni di distanza è ancora così importante continuare a ricordare quanto accadde il 9 ottobre 1963 e negli anni a venire?
Perché, come sempre succede nella Storia, quando l’ultimo testimone oculare dei fatti verrà a mancare, i fatti stessi cadranno nell’oblio o peggio ancora si presteranno a distorsioni o mistificazioni. Pertanto è fondamentale mantenere l’integralità della narrazione il più a lungo possibile

a cura della Redazione

La realtà supera qualsiasi immaginazione. Neppure i giganti della tragedia greca, né Eschilo, né Sofocle, né Euripide, avrebbero saputo immaginare una storia così fosca, così drammatica, così inquietante come il disastro del Vajont. Una storia, per usare le parole di Giampaolo Pansa nella postfazione del libro di Tina Merlin, Sulla pelle viva, “sul potere e sui mostri che può generare. Sull’arroganza di troppi poteri forti. L’assenza di controlli. La ricerca del profitto a tutti i costi. La complicità di tanti organi dello Stato. I silenzi della stampa. L’umiliazione dei semplici. La ricerca vana di una giustizia. Il crollo della fiducia in una repubblica dei giusti”.
La tragedia del Vajont raggiunge il suo acme drammatico la notte del 9 ottobre 1963, alle 22.39, ma la storia parte da molto prima, come un temporale che si annuncia in lontananza, e prosegue per molti anni dopo, con una teoria di infamie inimmaginabili, che rivelano il peggio della natura umana e mostrano un sistema così marcio e così corrotto da fare ribrezzo.

La diga del Vajont
La diga del Vajont era un capolavoro di ingegneria, ma fu collocata nel posto sbagliato

La maggior parte dell’opinione pubblica ha nozione solo del disastro, il fatto più eclatante con quasi duemila morti; ha una certa consapevolezza di come maturò, anche e soprattutto grazie allo splendido monologo teatrale di Marco Paolini “Vajont, un’orazione civile” (messo in onda da Rai 2 nel 1997, ebbe il merito di riportare l’attenzione nazionale su una vicenda che ormai stava già cadendo nell’oblio), ma ignora ciò che accadde dopo.
In tutti i casi il disastro fu una sorta di spartiacque, non solo a Longarone e ad Erto (Mauro Corona dice sempre: “qui da noi non si dice prima o dopo di Cristo, ma prima o dopo il Vajont”), ma anche nella storia italiana.
Ha rappresentato la fine dell’età dell’illusione e dell’innocenza, quella parentesi felice che iniziò nell’Italia del dopoguerra e della ricostruzione, fatta di una spinta morale e ideale, di un entusiasmo, di una coesione di popolo senza precedenti, di una immedesimazione del popolo stesso nello Stato che resero possibile la rinascita di un Paese devastato.
Il disastro del Vajont fu il segnale che l’Italia non era cambiata: il potere dei soldi, nel nostro Paese come ovunque, ha sempre e comunque il sopravvento sulla sovranità popolare.
Per molti rappresenta anche la prima delle cosiddette “stragi di Stato”, bagni di sangue di diversa matrice, ma con un comune denominatore, quello di essere rimaste di fatto senza colpevoli.
Scrisse Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera nel 2003, per il quarantennale: “La diga del Vajont, la più alta al mondo, rappresentò uno dei simboli della modernità, che altrove si chiamò sviluppo e in Italia miracolo. La catastrofe del Vajont, la più grave dal terremoto di Messina, ne segnò la fine, o almeno ne concluse la fase più impetuosa, rivoluzionaria, creatrice. Mancava ancora qualche anno alla crisi, giunta prima con la rivolta sociale, poi con lo choc petrolifero. Ma già in quell’autunno del ‘ 63 si celebravano, nella grande fossa in cui gli alpini calavano bare semivuote, le esequie dell’Italia arcaica, contadina, solidale”.

Perché oggi a sessantadue anni di distanza (le celebrazioni del 2025 si sono da poco concluse) è ancora così importante continuare a ricordare con tutta questa seriale insistenza, diremmo quasi con accanimento, un evento come il disastro del Vajont?
Perché, come sempre succede nella storia, quando l’ultimo testimone oculare dei fatti verrà a mancare, i fatti stessi cadranno nell’oblio o peggio ancora si presteranno a distorsioni o mistificazioni. Pertanto è fondamentale mantenere l’integralità della storia il più a lungo possibile.
Torniamo alla notte del 9 ottobre 1963, ore 22.39.
La spiegazione “tecnica” più efficace di quanto accadde la fornì Dino Buzzati, allora corrispondente da Belluno del Corriere della Sera, in un celebre articolo apparso qualche giorno dopo. “Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi”. Anche Buzzati però si macchiò di una colpa imperdonabile, quella di non aver ammesso che il disastro si era compiuto, non per i capricci della Natura, ma per le conseguenze dell’agire umano. Umano nel senso di attribuibile all’uomo, non nel senso di “scusabile”.
Per capire lo choc dei sopravvissuti basta ascoltare i loro racconti. Italo Filippin, ertano, classe 1944, ha vissuto tutti gli aspetti e tutti i risvolti di questa complessa ed inquietante vicenda. Da sopravvissuto, da sfollato, da sindaco di Erto nel periodo della ricostruzione ed in seguito come studioso e come ricercatore.

Italo Filippin è stato sindaco di Erto e Casso negli anni della ricostruzione
Italo Filippin è stato sindaco di Erto e Casso negli anni della ricostruzione

IL MIO VAJONT

“Avevo 19 anni – racconta Filippin – e facevo l’operaio edile. La sera del disastro ero sul lago Maggiore dove lavoravo in un cantiere insieme ad alcuni compaesani. Con me c’erano mio zio Giuseppe Della Putta Frambol, un’altro Della Putta, Virgilio, Carlo Pezzin ed Eugenio Martinelli.
La notizia l’abbiamo saputa alla radio alla mattina presto. Ma all’epoca non c’erano telefonini, internet e altre cose così, le cronache non viaggiavano in tempo reale, perciò si era capito ben poco di quello che era successo. Dicevano solo che nella notte era crollata la diga del Vajont e che c’erano stati centinaia di morti a Longarone. Di Erto nemmeno una parola. Con un groppo alla gola noi ertani ci precipitammo alla prima stazione, prendemmo il treno per Milano e poi quello per Venezia. Alla stazione di Milano trovammo altri compaesani ed altra gente, emigranti delle nostre montagne e della zona di Longarone; tutti stavano confluendo verso casa. Nessuno però sapeva, solo una ridda di ipotesi, di congetture, di speranze. Arrivammo alla stazione Ponte nelle Alpi verso le due del pomeriggio del 10 ottobre. Da lì in avanti non esisteva più la ferrovia né la strada. Un caos indescrivibile, un viavai di automezzi dell’Esercito e dei Vigili del Fuoco, gente che urlava, sirene, elicotteri a bassa quota. Su quello che restava della rotabile per Longarone c’era un posto di blocco dei Carabinieri ed una folla di gente disperata che pressava per passare. Ci furono momenti di tensione, volò qualche pugno. Riuscimmo in un modo o nell’altro a forzare il blocco e a incamminarci verso Longarone che distava circa 8 chilometri. Sul ciglio della strada file di cadaveri e di animali morti, schiacciati, deformi, bianchi di fango asciutto. Lo scenario di una guerra.
Di Longarone in molte parti non erano rimaste nemmeno le macerie, solo un’immensa spianata di fango. Notammo anche che la diga, al contrario di quanto avevano detto la radio e i giornali, non era crollata”.
“Ricordo di aver trovato in terra per puro caso una cartolina. Era indirizzata ad una ragazza, una certa Mazzarana, che era stata mia compagna di scuola. Di lei restò solo quella cartolina mai arrivata a destinazione, perché il cadavere non fu ritrovato”.
Trovammo altri compaesani, in tutto una quindicina di persone. L’ansia, la paura di non trovare più nemmeno il nostro paese crescevano ogni secondo perché anche lì nessuno aveva saputo darci notizie di Erto. I telefoni erano saltati, le comunicazioni completamente interrotte”.
“Guadammo il Piave, che era in piena e ingrossato di fango e detriti, forse – secondo alcuni – anche avvelenato dai reagenti chimici di una cartiera che era stata spazzata via poco più a monte, ed arrivammo a Codissago, il paese sull’altra sponda”.
“Mentre scendeva il buio, prendemmo il Truoi de Sant’Antoni, il vecchio sentiero che portava ai nostri paesi. Dall’alto vedemmo la diga e il bacino del Vajont, stracolmo, pieno di macerie e detriti di tutti i tipi. Sembrava un vaso sul punto di tracimare. Si sentiva in lontananza un rumore, quasi un ronzio costante come di sassi che rotolavano; nell’aria uno strano odore di zolfo e di marcio.
Sempre attraverso il sentiero arrivammo nei pressi di Casso, dove c’era la casa dei fratelli De Lorenzi. Uno di loro si era aggregato a noi a Longarone. La casa era scoperchiata. Entrammo e salimmo al primo piano, dove dormivano sua moglie e sua figlia. Con la torcia elettrica illuminammo la camera, vedemmo il letto sfondato, sassi ovunque e sangue per terra. Ma De Lorenzi con grande lucidità e freddezza riuscì a mantenere la calma; si convinse che non erano morte, ferite ma non morte, ed infatti così fu.
In paese, a Casso, era rimasto il parroco, Don Carlo Onorini, e 5 o 6 persone a presidio”.
“Ci mettemmo in marcia di nuovo verso Erto e, girata la costa oltre Fraseign, ci ritrovammo nel buio a camminare sopra una montagnola di sassi e macerie. Era il borgo di Le Spesse. Non esisteva più. Qualcuno non ci credeva, non voleva crederci, ma era così. Era stato letteralmente cancellato. Lì morirono 69 persone. In tutto ad Erto i morti furono 220”.

Il bacino del Vajont all'indomani della frana del monte Toc. L'intero invaso è sommerso dai milioni di tonnellate detriti
Il bacino del Vajont all’indomani della frana del monte Toc, che ha sconvolto la valle

“Finalmente arrivammo alla periferia del paese. Non c’era più nessuno, erano stati tutti sfollati in fretta e furia con gli elicotteri dell’Esercito e della base americana di Aviano. C’erano solo gli alpini con le fotoelettriche, che illuminavano l’invaso. Li pregai di puntare il faro sull’altra sponda del lago, dove c’erano le malghe della località Prada e la casa della mia famiglia. Furono secondi interminabili, le due case prima della mia non c’erano più, ma la mia era ancora in piedi. La mia famiglia si era salvata”.

Un'immagine iconica dei giorni successivi al disastro: una donna cassana nel caratteristico abito valligiano; sembra già vestire il lutto per la tragedia che si è appena consumata, mentre i soccorsi arrivano in elicottero
Un’immagine iconica dei giorni successivi al disastro: una donna cassana nel caratteristico abito valligiano; sembra già vestire il lutto per la tragedia che si è appena consumata, mentre i soccorsi arrivano in elicottero

“AVRETE GIUSTIZIA”

“Avrete giustizia”, disse l’allora presidente del Consiglio, Giovanni Leone, giunto in elicottero a Longarone nei giorni successivi al disastro per adempiere ai protocolli di Stato. Alla gente disperata, che implorava rispetto per i propri morti, promise: “Avrete giustizia”.
Lo stesso Giovanni Leone, qualche tempo dopo, smessi i panni di primo ministro e ritornato alla sua professione di avvocato, divenne capo del collegio dei difensori della Sade-Enel, la controparte. Riuscì, tra l’altro, a trovare nel codice cavilli e codicilli che permisero di non risarcire i parenti sopravvissuti di circa 600 morti (in base all’art.4 del codice civile, quello sulla commorienza. Quando cioè non vi è certezza sull’ora esatta della morte di due stretti congiunti si presume che siano morti contestualmente, pertanto in caso di decesso a distanza ravvicinata di un padre e di un figlio l’eredità non si trasmette e nulla è dovuto al nipote).
Tutte le trame e le speculazioni che seguirono al disastro sono raccontate con dovizia di particolari da Lucia Vastano nel libro “L’onda lunga del Vajont”.
Vi si parla tra le altre cose dell’odissea del processo penale, spostato all’Aquila, svuotato poco a poco e chiuso infine con due condanne, di cui una sola eseguita.
Dopo il penale si aprì un altro capitolo di infamie, quello legato alla miriade di processi civili e di risarcimenti. “Nel 1968 e 1969 – scrive sempre la Vastano – i superstiti vennero contattati dagli avvocati per i risarcimenti: a voi superstiti non spetta niente, dal momento che non ci sono responsabilità. Per cui vi conviene accettare quello che ora vi viene offerto, altrimenti non avrete niente. Quello che offrivano erano davvero quattro soldi: un milione e mezzo per i genitori morti (se il figlio era minorenne, altrimenti un milione), ottocento mila lire per i fratelli conviventi, seicento mila per quelli non conviventi. In base al cavillo trovato da Leone nulla era dovuto per nipoti, nonni, zii scomparsi, anche se conviventi. Quasi tutti i superstiti firmarono la transazione. Gli avvocati ottennero per ogni liberatoria ottenuta un compenso di 5 milioni di allora, spesso molto più di ciò che venne dato ai parenti delle vittime”.
“Chi non volle transare, soprattutto per rispetto dei propri morti – racconta Filippin – fu trascinato in un iter processuale infinito. I miei zii Pietro e Giuseppe Della Putta vinsero sia in primo grado che in appello. Ma quando l’Enel, forte dei suoi soldi e dei suoi avvocati, dopo che il processo durava da vent’anni, chiese ed ottenne di andare in Cassazione, non ne vollero più sapere. Siamo vecchi e vogliamo morire in pace, dissero. E rinunciarono ad ogni pretesa. L’Enel vinse per sfinimento”.

IL TRAFFICO DELLE LICENZE

Scrive ancora Lucia Vastano: “C’era un altro lavoro molto interessante per avvocati, notai, commercialisti. Riguardava la vendita delle licenze. Fu questo il business che “mise in moto” l’economia di tutto il Triveneto. La cosiddetta “legge Vajont” (n. 357/1964) stabiliva che ogni cittadino dei comuni disastrati che possedeva una licenza (sia commerciale, artigianale che industriale) al tempo della tragedia aveva diritto ad un contributo del 20 per cento a fondo perduto per riavviare l’attività, a un mutuo dell’80 per cento a tasso agevolato della durata di quindici anni, oltre all’esenzione dal pagamento delle tasse per dieci anni. Il principio non era sbagliato. A chi aveva perso la sua attività veniva di fatto riconosciuto il diritto ad un risarcimento. Ma la legge non era certo fatta per aiutare i poveracci che “prima” vendevano mestoli di legno, fili e aghi, gelati. La legge infatti si spingeva oltre e stabiliva che chi non poteva o non voleva riprendere la vecchia attività aveva diritto di vendere la licenza ad altri e che questi potevano beneficiare degli stessi diritti a patto che l’attività venisse riproposta all’interno di un certo comprensorio che però finiva per coincidere con tutto il Triveneto. Ecco dunque quello che successe. Molti solerti intermediari si presentarono ai proprietari delle licenze e offrirono loro quattro soldi (raramente più di 50.000 lire) per acquistarle. Anche in questo caso gli intermediari ottennero in premio 5 milioni per ogni licenza acquisita. E’ evidente che non avevano nessun interesse di far capire ai legittimi proprietari a cosa rinunciavano firmando quel pezzo di carta. Così successe che per una licenza pagata dieci mila lire, aziende ottennero finanziamenti miliardari per decenni. La legge prevedeva infatti continui rifinanziamenti alle aziende del comprensorio proprietarie delle licenze”. Secondo molti storici il “miracolo del Nord Est” fu finanziato con il sangue delle vittime del Vajont.

LE 5 GIORNATE DI ERTO

Altri atti di questa tragedia meriterebbero di essere eviscerati in tutti i particolari. Come quello sulle “5 giornate di Erto”, ossia sulla rivolta degli ertani, che nel 1969 occuparono il municipio provvisorio, insediato a Cimolais, per rivendicare il sacrosanto diritto di ritornare ad abitare nel proprio paese. “Furono fatte pressioni e porcherie di tutti i tipi per boicottare chi voleva ritornare a vivere ad Erto – spiega Filippin – l’obbiettivo evidente, anche se mai dichiarato, era quello di spopolare la valle per rimettere in funzione il bacino idroelettrico”. Un altro capitolo fondamentale riguarda la diaspora degli abitanti della Val Vajont, iniziata l’indomani del disastro, le sue conseguenze catastrofiche per le comunità e gli individui. A tal proposito vale la pena leggere il libro di Monica Musolino “New Towns post catastrofe”.

L'occupazione del municipio provvisorio di Erto e Casso durante le famose "5 giornate"
L’occupazione del municipio provvisorio di Erto e Casso durante le famose “5 giornate”

Chiudiamo raccontando una storia che per Italo Filippin è il manifesto dell’orgoglio e della tenacia della sua gente, del coraggio di resistere e di ricostruire nonostante i lutti e le catastrofi, nonostante i soprusi e le vessazioni, nonostante tutto. “Mi piace spesso ricordare il mio compaesano Osvaldo Beneto Filippin, oggi scomparso. La casa della sua famiglia era nella borgata Le Spesse, quella che fu letteralmente azzerata dall’onda maledetta. Perse madre, padre, sette fratelli con relative mogli e figli. In tutto 17 componenti di quella che era una famiglia numerosissima. Dopo il disastro non volle sapere di andarsene dalla valle. Resistette nonostante tutto, per anni senza elettricità, e ricostruì la sua nuova casa esattamente sulle fondamenta di quella che l’acqua aveva spazzato via”.

“DIO CI SALVI DAI SCIACALLI DEL VAJONT”, IL DOCUFILM CHE RACCONTA IL DOPO

La storia del disastro del Vajont, come abbiamo detto, è nota e ha fatto il giro del mondo.
Molto meno noto è invece quello che è successo in seguito, fin dalle prime luci del giorno dopo e nei decenni successivi, quando i riflettori della cronaca iniziarono a spegnersi e con essi i proclami di giustizia e la solidarietà da passerella.
Ne parlano alcuni libri, già citati in questo articolo, frutto delle ricerche di coraggiosi giornalisti d’inchiesta, come “Sulla pelle viva” di Tina Merlin o “L’onda lunga del Vajont” di Lucia Vastano, ma a livello audiovisivo poco o nulla è stato fatto.
A colmare la lacuna ci sta pensando la Method, una piccola start up pordenonese, impegnata in produzioni cinematografiche d’impegno civile. Il suo titolare è Tomaso Aramini, che dopo oltre un decennio di attività come direttore della fotografia in importanti produzioni del Regno Unito, è tornato a casa per dare vita alla sua creatura.

Il regista e produttore Tomaso Aramini
Il regista e produttore Tomaso Aramini

A febbraio di quest’anno ha messo in cantiere il docufilm “Dio ci salvi dai sciacalli del Vajont”, opera che nasce da un soggetto di Piergiorgio Grizzo, sceneggiatore e regista nonché direttore responsabile di questa testata.
“Dio ci salvi dai sciacalli del Vajont”. Questa frase campeggia da quasi 60 anni fa sul muro sbrecciato di una casa, in via Roma, nel centro storico di Erto. E’ scritta in una lingua senza grammatica. La lingua degli ultimi, dei vessati, di quelli che dalla Storia sono sempre stati ingannati, derubati ed umiliati.
“Questo progetto – spiega Aramini – nasce per raccontare la lunga e sconcertante sequela di abusi, raggiri, speculazioni e malaffare, condotti sulla pelle viva dei superstiti, che si consumò per decenni dopo quell’immane ed innaturale tragedia con la connivenza della parte più corrotta delle istituzioni e nell’indifferenza dei media nazionali e dell’opinione pubblica”.

La scritta che campeggia su una casa nel centro storico di Erto
La scritta che campeggia su una casa nel centro storico di Erto

“Raccogliendo le testimonianze della gente e i lavori di pochi coraggiosi giornalisti, avvocati e magistrati si scopre che gli sciacalli continuarono ad operare indisturbati anche dopo il disastro.
Questo documentario, quindi, parlerà in circa 50′ di ciò che accadde negli anni successivi al quell’evento esiziale, che cambiò la storia di tre comunità, cancellando vite, modificandone il modo di vivere e sancendo di fatto la fine di una civiltà”.
“Tre sono i filoni su cui il film indagherà – continua il produttore – il processo dell’Aquila contro Enel e Sade, il suo interminabile iter e i suoi tratti più surreali, che videro, lo Stato coinvolto allo stesso tempo come parte civile contro Enel e Sade, come giudice e come coimputato; le pressioni e i boicottaggi perpetrati sulla popolazione di Erto perché abbandonasse il suo paese e la sua valle, motivati dal neppure troppo nascosto proposito di rimettere in funzione l’impianto idroelettrico, a cui seguì la diaspora degli stessi ertani e la rivolta di un gruppo di questi, guidati da Italo Filippin, per rivendicare il diritto di tornare ad abitare a casa propria; le speculazioni di affaristi senza scrupoli sulle leggi speciali emanate all’indomani della tragedia, che fecero cadere una pioggia di miliardi ovunque, ma solo in minima parte nelle zone colpite e per chi veramente necessitava e meritava un aiuto”.

Un'istantanea di quella che è passata alla storia come "La delibera del prato"
Un’istantanea di quella che è passata alla storia come “La delibera del prato”

Nel frattempo vale la pena domandarsi se lezione del Vajont sia stata assimilata. Perché questa vicenda è un paradigma prima di come avvengono e perché avvengono certi disastri, di chi ne è responsabile e per quali moventi, di chi è con questi connivente e per quali interessi.
Ma anche un paradigma di come viene gestito il dopo.
Prima. Gli esperti, ergendosi a portavoce della scienza, anzi della verità rivelata, assicurarono a suon di inscalfibili teoremi e granitiche perizie, che non c’era alcun pericolo e che la montagna non sarebbe mai e poi mai crollata. Il tutto con la complicità dei principali organi di informazione. Si parlava solo dei vantaggi che la gigantesca opera idroelettrica del Vajont avrebbe portato in termini di lavoro, benessere e progresso. Poi si è visto come è andata…
Dopo. Per anni, praticamente fino alla sentenza definitiva del processo penale, la tesi sostenuta dai responsabili e dalla stampa controllata fu che si fosse trattato di un disastro naturale, imprevedibile e inevitabile. Anzi, fu chi aveva sempre denunciato gli enormi rischi e pretendeva a quel punto assunzioni di responsabilità, che fu tacciato di “sciacallaggio” e di “speculazioni politiche”. Poi, il processo: si arrivò quantomeno alla conclusione che si trattò di un disastro colposo, ma con pene miti per non dire risibili.
La lezione, quindi, potrebbe essere questa: mai fidarsi di esperti e sedicenti luminari senza prima accertarsi della loro indipendenza e onestà intellettuale.

LA RACCOLTA FONDI

“Dio ci salvi dai sciacalli del Vajont” è una produzione indipendente. Per la fase di sviluppo Method Srl ha beneficiato di un contributo del Fondo per l’Audiovisivo FVG, grazie al quale sono state completate le ricerche e le interviste, scritta la sceneggiatura e realizzato il trailer.
Ora per entrare in produzione e terminare l’opera servono risorse che Method Srl e Lucescrittura APS, che è partner nella produzione, stanno mettendo assieme grazie ad una cordata di sostenitori e ad una raccolta fondi, lanciata nelle scorse settimane.

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