Le 7 meraviglie del Friuli Occidentale

Pordenone 2027, se ben cavalcata, potrebbe essere un’occasione imperdibile per far uscire una volta per tutte questo territorio dall’anonimato

a cura di Piergiorgio Grizzo

Il Friuli Venezia Giulia è una delle regioni meno conosciute d’Italia. In una eventuale classifica di notorietà ed esposizione mediatica si piazzerebbe nei bassifondi, forse davanti solo al Molise, che, secondo una facezia ormai diventata parte del linguaggio comune, notoriamente “non esiste”. Il Friuli Occidentale, quello spicchio di mondo compreso tra i fiumi Livenza e Tagliamento è la parte meno conosciuta di questa regione misconosciuta. Talmente poco considerata che perfino gli stessi che ci abitano ne conoscono assai poco. Meno male che ogni tanto, di solito per puro caso, passa di qua uno straniero, che resta letteralmente a bocca aperta nel vedere certe nascoste meraviglie. Le quali sovente diventano poi, grazie al tam tam del web, delle attrazioni turistiche internazionali. L’ultima volta è toccato alle emerald pools, le pozze smeraldine della Val Tramontina, che il tabloid inglese The Guardian ha inserito nella Top 10 wild swimming locations in Italy. Ora l’attribuzione a Pordenone del titolo di capitale italiana della cultura per il 2027 potrebbe cambiare le cose, almeno questo é l’auspicio. Se ben cavalcata, potrebbe essere – lo abbiamo detto anche nell’editoriale – un’occasione imperdibile per uscire una volta per tutte dall’anonimato. Conditio sine qua non, a nostro avviso, (ma é stato anche uno dei capisaldi del dossier di candidatura) é che Pordenone si presenti al resto d’Italia e al mondo non da sola, ma con tutto il suo hinterland. Parliamoci chiaro: per convincere il turista, sia anche un turista culturale, a venire qui bisogna proporgli qualcosa di piú attrattivo della semplice visita al trittico municipio – duomo – museo civico, risolvibile in mezza giornata. Servirá predisporre percorsi tematici, itinerari, pacchetti, che comprendano oltre alla visita al capoluogo anche qualche capatina a vedere il molto che c’é attorno. Perché sicuramente uno dei parametri piú oggettivi e veritieri attraverso i quali valutare il successo o l’insuccesso della rassegna sará l’incoming che si riuscirá a creare e a monitorare durante tutto il 2027. A tal riguardo ci permettiamo di avanzare qualche suggerimento. Rispolverando “Le 7 Meraviglie del Friuli Occidentale”, un documentario prodotto dall’Associazione Lucescrittura (editrice anche di questo giornale) qualche anno fa, proponiamo qui 7 eccellenze del nostro territorio, che sono di fatto 7 itinerari gia’ belli che pronti.

L'autoritratto di Giovanni Antonio de Sacchis, detto il Pordenone, all'interno del Duomo di Pordenone
L’autoritratto di Giovanni Antonio de Sacchis, detto il Pordenone, all’interno del Duomo di Pordenone

IL CENTRO STORICO SULLE ORME DEL “PORDENONE” Non si può ovviamente che partire da qui. Il centro storico della città, la lunga striscia di palazzi dalle facciate finemente affrescate che é Corso Vittorio Emanuele. L’antica Contrada Maggiore prese forma tra il tardo medioevo ed uno sfavillante Rinascimento, epoca solare durante la quale si distingue un giovane frescante figlio di un capomastro lombardo, una mezza teppa insolente e attaccabrighe ma dotato di un insolito talento: Giovanni Antonio De Sacchis passato alla storia come “Il Pordenone”. Il suo presunto autoritratto nei panni di un San Rocco è visibile su una colonna del duomo di San Marco. Le sue opere e quelle dei suoi allievi rappresentano per la città un patrimonio dal valore inestimabile. Alcune sono custodite nel museo civico di Palazzo Ricchieri insieme a quelle dei pittori della cosiddetta scuola tolmezzina sui maestri e di altri autori friulani La maggior parte sono disseminate nel Duomo, nelle chiese e nelle piccole pievi di Pordenone e dei paesi circostanti, soprattutto lungo la riva destra del Tagliamento, di cui parleremo dopo.

I magredi, la grava, del Cellina-Meduna, in Provincia di Pordenone
I magredi, la “grava”, del Cellina-Meduna

MAGREDI, LA PIÚ OCCIDENTALE DELLE GRANDI STEPPE Grava è il termine friulveneto con cui genericamente si chiamano i greti sassosi dei nostri fiumi-torrenti e, alle volte, anche le magre campagne circostanti. Non stupisce l’assonanza con l’inglese gravel e con il francese antico gravele che significano entrambi ghiaia. Non stupisce perché tutti e tre derivano con grande probabilità dal proto celtico grawa, cioè ghiaia, ghiaino, terreno ghiaioso. I conoidi dei torrenti che solcano l’alta pianura del Friuli Occidentale sicuramente esistevano già 1000 anni prima di Cristo, quando prima Veneti e poi i Carni si insediarono nell’attuale Friuli. Ciclopiche colate di ghiaia e ciottoli, frutto dello sbriciolamento di montagne antichissime, i cui detriti alluvionali vennero sparsi dalle acque sulle terre a valle. Queste furono coperte da un materasso di ghiaia che rende il terreno permeabile e quindi magro e arido fino ad una fatidica linea trasversale, che sembra quasi tirata con il righello, la cosiddetta “linea delle risorgive”. Da qui in giù la colata di ghiaie si interrompe quasi di colpo, ricominciano i terreni argillosi e l’acqua ritorna in superficie. Il Cellina e il Meduna sono due torrenti che scendono dalle valli omonime e che si innestano l’uno nell’altro, diventando un unico fiume, quando incontrano l’argilla nel territorio di Cordenons. Prima della confluenza il paesaggio è fatto di distese biancheggianti di ciottoli ed assolate brughiere. Siamo nella punta piú occidentale delle grandi steppe dell’Eurasia. Questi territori sono chiamati con un altro termine locale, magredi. L’etimo è piuttosto intuitivo: sono terreni magri, poco adatti all’agricoltura, anche se custodiscono molti endemismi floreali come alcune rare specie di orchidee. Risalire gli alvei dei nostri torrenti, le grave, ossia la parte ciottolosa, e i magredi, cioè la brughiera, è un’esperienza immersiva, nella quale sembrerà di trovarsi fuori dal mondo, pur rimanendo sempre ad appena un paio di chilometri dai centri abitati.

La Scuola dei Mosaicisti del Friuli a Spilimbergo
La Scuola dei Mosaicisti del Friuli a Spilimbergo

I MOSAICISTI DEL FRIULI La Scuola dei Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo è l’impasto perfetto di tante cose: arte, tradizioni, storia, imprenditoria. E’ una scuola, lo dice il nome stesso. Attiva dal 1922. Qui arrivano letteralmente da tutto il mondo per imparare l’antichissima arte del mosaico. Però è allo stesso tempo una galleria didattica e museale. Il visitatore può entrare nelle aule ed assistere alla creazione delle opere. Si troverà in ambienti accoglienti, ancorché silenziosi, impreziositi dai manufatti antichi e recenti degli stessi allievi; li vedrà impegnati con martelletto e scalpello a intagliare le tessere, ricavate dai ciottoli dei nostri torrenti come si faceva una volta, da paste vetrose o altri materiali. Al contempo potrà ammirare alcune autentiche opere d’arte, orgoglio della scuola, riproduzioni di antichi mosaici romani o bizantini come quelli famosi di Pompei, Piazza Armerina o Santa Sofia ad Istanbul o San Marco a Venezia, oppure creazioni ex novo degli allievi o dei docenti. In Friuli l’opus musivum delle ville romane e delle basiliche bizantine trovò terreno fertile per prosperare, aiutato anche dalla natura. I torrenti che scendono dalle valli in questa parte di Friuli, il Cellina, il Meduna, il Colvera, il Cosa, il Tagliamento, quelle immense colate di ghiaia, erano e sono una miniera di materie prime che ispirano opere d’arte. Dalle lunghe passeggiate sui greti, molti secoli fa come oggi, si ritornava a casa con le tasche e le sacche piene di sassolini di tutti i colori. Per il nero, il bianco ed il rosa si andava sul Tagliamento. Per il giallo ed il verde chiaro sul Meduna o sul Cellina. Si creavano così scatolette di colori, che comprendevano tutte le gradazioni. I tasselli dei futuri mosaici. L’arte del mosaico è un “endemismo” di questa parte di Friuli, nata dalla convergenza di tanti fattori, ambientali ed umani, paragonabile all’arte del vetro veneziana.

Le "pozze smeraldine" della Val Tramontina, in Provincia di Pordenone
Le “pozze smeraldine” della Val Tramontina

LE VALLI SMERALDINE Val Tramontina e Val d’Arzino. Il verde domina sovrano in queste valli piovose e umide, disegnate da acque e boschi, avvolte spesso dalle brume. Creano ambienti unici, che suscitano strane fascinazioni. Cascate che sgorgano da grotte, pozze e marmitte dove l’acqua dei torrenti rilascia riflessi smeraldini o turchesi, borghi disabitati. Per fortuna, come dicevamo all’inizio, ogni tanto passa da queste parti uno straniero, che rimane letteralmente shockato dalla bellezza di certe cose e di certi luoghi. È il caso dell’inviato del famoso tabloid inglese “The Guardian”, che nel 2016 ha definito quel segmento dell’alto corso del torrente Meduna, fatto di anse e marmitte, “The emerald pools”, le piscine di smeraldo, poi tradotto in “Pozze smeraldine”. Questo posto incredibile, misconosciuto fino a qualche anno fa, grazie a “The Guardian” e grazie al tam tam della rete, gode oggi di una meritatissima fama mondiale. Cerdevol Curnila sul torrente Arzino, a San Francesco di Vito d’Asio, è a sua volta un’altra località eletta tra i dieci luoghi di balneazione selvaggia più belli d’Europa.

Il Campanile di Val Montanaia
Il Campanile di Val Montanaia

DOLOMITI INTO THE WILD Simbolo delle Dolomiti friulane, teatro di imprese leggendarie. Il Campanile di Val Montanaia è stato il tormento e l’estasi dei pionieri dell’alpinismo moderno. Tutti i più grandi sono passati di qui. Da quando si arrampicava con chiodi e corde di canapa fino ad oggi, nell’epoca del free climbing e dei materiali high tech. È senza dubbio una delle più incredibili strutture delle Dolomiti, Patrimonio dell’Umanità Unesco (alto 2173 metri). Un obelisco ciclopico, che si innalza altero con i suoi 250 metri di roccia strapiombante, nel mezzo di uno spettacolare anfiteatro di guglie dolomitiche, gli Spalti di Toro e i Monfalconi. Quel ballatoio che corre attorno alla cuspide lo avvicina al classico disegno di un campanile, come quello di San Marco a Venezia. “La pietrificazione dell’urlo di un dannato” lo definì l’alpinista triestino Napoleone Cozzi, che invano tentò di conquistarlo all’alba del Novecento. Il campanile, a dire la verità, non è solo, ma in buona compagnia. L’area montana che lo circonda è diventata un sito riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Non è famosa e frequentata come le dolomiti cortinesi, ma sta proprio qui il suo fascino. Rimane ai margini del turismo di massa e conserva ancora isole di autentico wilderness, amorevolmente protette dentro i confini del Parco delle Dolomiti Friulane.

Il monte Duranno in Val Zemola, in Provincia di Pordenone
Il monte Duranno in Val Zemola

VAL ZEMOLA, MONDO PARALLELO Entrando in Val Zemola ci si rende conto del perché il Friuli sia una terra incredibile. Questi paesaggi ancestrali, queste montagne immobili e potenti, questo mondo sospeso tra le nubi e il fischio dei camosci sono solo 1000 metri più in alto delle nostre automobili a sole due ore dal mondo contemporaneo, dai cantieri, dai camion che corrono sulla statale, dalla pompa di benzina, dall’antenna dei telefonini. Una contiguità così irreale da farti credere di aver varcato per sbaglio la soglia di una dimensione parallela. La valle da fine settembre alla metà di novembre si trasforma in un’immensa bomboniera dove spiccano il rosso dei faggi, il giallo dei larici ed il verde delle altre conifere. All’orizzonte di ponente ci sono le vette delle Dolomiti più famose: l’Antelao, il Pelmo, il Civetta. Ma a levante c’è Sua Maestà il Duranno. Dalla sua spalla e dalla forcella partono avventurose vie alpinistiche, vero banco di prova e rituale iniziatico anche per i climbers di oggi. La Val Zemola é una meraviglia in tutte le stagioni, ma in inverno sembra un luogo uscito dai libri di Tolkien. Grazie ai racconti di Mauro Corona è diventata un microcosmo quasi incantato nell’immaginario letterario.

L'alveo del Tagliamento vicino a Pinzano, In Provincia di Pordenone
Tagliamento vicino a Pinzano

LA “RIVE DROITE” DEL TAGLIAMENTO La riva destra del Tagliamento è una sequenza ininterrotta di opere d’arte, castelli, borghi medievali, piccole pievi, affrescate dai maestri del Rinascimento, come da oscuri ma geniali pittori, collocate per lo più in corrispondenza degli antichi guadi. Meriterebbe maggiore attenzione, maggiore visibilità e promozione. Potrebbe diventare un brand turistico internazionale sull’esempio della Rive Gauche, la riva sinistra della Senna, a Parigi, una dei luoghi più caratteristici e visitati della capitale francese. Risalendo la sponda da mezzogiorno, la prima perla è Cordovado. Chiuso tra le torri ed i fossati dell’antico fortilizio, il centro storico è un’oasi di pace, fatto di mura merlate, palazzi rinascimentali e parchi romantici. Continuando verso nord si arriva a Gleris, dove sulla facciata di una piccola pieve campeggia un gigantesco San Cristoforo. L’affresco è opera di una mano inconfondibile, quella di Pomponio Amalteo, un grande del Rinascimento friulano, genero e discepolo del maestro Giovanni Antonio De Sacchis. San Vito al Tagliamento fu la sua patria d’elezione: qui ha lasciato autentici capolavori, come nella chiesa dei Battuti. A Valvasone l’antico castello domina, robusto e altero, l’antico borgo. A Provesano nella chiesa di San Leonardo troviamo un’altra sorpresa: l’abside affrescata dal mentore del Pordenone, il capostipite della scuola tolmezzina, Gianfrancesco del Zotto. Spilimbergo è la città del mosaico, ma è anche un centro storico che racchiude le testimonianze di un grande passato, mentre le borgate di Tauriano, Barbeano, Gaio, Baseglia nascondono a loro volta tanti, inaspettati tesori. Infine Pinzano, antico feudo della potentissima famiglia dei Savorgnan. Anche qui l’arte del Pordenone e i ruderi di un antico castello. 

Clicca qui per vedere il documentario “le 7 meraviglie del Friuli Occidentale”
Campanile di Val Montanaia, in Pronvicia di Pordenone
Il Campanile di Val Montanaia (foto di Carlo Sam)

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