Parla l’avvocato Ugo Giannangeli, tra i promotori della battaglia legale sulla presenza dei dispositivi nucleari a Ghedi e Aviano: «Violate le leggi italiane. A Pordenone udienza decisiva: se il giudice ordina le indagini sarà un atto di un’importanza politica e giudiziaria straordinaria»
di Piergiorgio Grizzo
Le bombe atomiche nei territori di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia) sono il segreto di Pulcinella più protetto d’Italia. Tutti sanno, ma nessuno deve dire. Almeno fino ad oggi. La cittadella militare di Aviano, base strategica dell’aviazione statunitense (Usaf) e della Nato, si trova al centro di un inedito e clamoroso scontro giudiziario che punta a scardinare decenni di silenzi istituzionali.
Dopo le fulminee archiviazioni a Roma e Brescia, la partita legale si è riaperta davanti al Tribunale di Pordenone. Ventidue associazioni e sedici firmatari hanno depositato una denuncia penale circostanziata ipotizzando il reato di importazione illegale di armi chimiche e nucleari, punito dalla legge italiana con pene fino a 12 anni di reclusione. La Procura pordenonese, per mano del Pubblico Ministero, la dottoressa Urban, aveva chiesto l’archiviazione immediata. Tuttavia, la Giudice per le Indagini Preliminari (GIP), la dottoressa Milena Vortali, non ha firmato il decreto di chiusura e ha fissato un’udienza in opposizione che si è tenuta proprio ieri mattina. Per capire la portata di questa iniziativa e gli scenari futuri, abbiamo intervistato uno dei padri della denuncia, l’avvocato Ugo Giannangeli.

– Avvocato Giannangeli, lei è uno dei motori di questa complessa vicenda giudiziaria. Come e quando è iniziato il suo coinvolgimento?
«Molto tempo fa, oltre cinque anni fa. Tutto è partito insieme a Elio Pagani, un pilastro di questa mobilitazione. Prima ancora di approdare nelle aule di giustizia, abbiamo chiesto un parere legale approfondito alla IALANA (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms ndr), l’Associazione internazionale di giuristi esperti sulle armi nucleari. Questo lavoro, finanziato dal contributo di 22 associazioni, è diventato così corposo da trasformarsi in un libro, un vero e proprio parere giuridico sulla presenza di ordigni atomici in Italia, di cui io e Pagani abbiamo firmato la prefazione. Da quel testo è nata l’iniziativa popolare e giudiziaria».
– Ufficiosamente si parla di decine di testate atomiche dislocate tra Aviano e Ghedi, ma la Nato e il Pentagono applicano la dottrina del “né confermare né smentire”. Voi su cosa vi basate?
«Nel libro e nella denuncia dimostriamo che la presenza di queste armi è assolutamente certa. Un tempo si parlava di circa 90 ordigni complessivi, oggi le stime più recenti parlano di poco più di 50. Poco importa la cifra esatta: ne basterebbe una soltanto. La certezza della loro presenza viaggia di pari passo con un altro dato oggettivo: la loro totale illegalità sul territorio italiano».
– Quali sarebbero le leggi violate dal governo italiano consentendo lo stoccaggio di queste armi?
«Abbiamo un’abbondanza di fonti normative. In primis la Legge 185 del 1990 che, all’articolo 1, vieta espressamente l’importazione, il transito e la detenzione di armi nucleari e chimiche nel nostro Paese. Poi c’è il Trattato di pace di Parigi del 1947 e, non ultimo, il Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP), sottoscritto dall’Italia e ratificato nel 1975. Le armi sono statunitensi, ma è il governo italiano che ne ha consentito l’importazione. Per questo la responsabilità penale e politica è dei nostri ministeri».
– Perché avete deciso di denunciare i vertici di Roma invece dei comandi USA o Nato?
«È una questione di diritto penale. La legge italiana punisce chi importa e permette l’introduzione di tali armamenti con pene fino a 12 anni. Abbiamo individuato nei ministri e nel governo i “mandanti” politici e negli alti ufficiali delle basi gli “esecutori materiali”. Abbiamo iniziato da Roma, depositando la denuncia il 2 ottobre 2023».
– A Roma e a Brescia, però, le cose non sono andate bene.
«Abbiamo subito delle sconfitte repentine che dimostrano quanto la materia scotti. A Roma, appena 9 giorni dopo il deposito di una denuncia stracolma di allegati complessi, la Procura ha chiesto l’archiviazione. Il GIP ha archiviato sei mesi dopo senza nemmeno notificarcelo, negandoci il diritto di fare opposizione come persone offese. A Brescia è andata persino peggio: lì si è verificata quella che in gergo chiamiamo “cestinazione”. Il PM ha archiviato direttamente senza passare dal GIP. Una procedura discutibile che ha evitato qualsiasi dibattimento».
– A Pordenone, invece, lo scenario è cambiato. Cosa è successo ieri mattina in aula?
«A Pordenone la Procura voleva archiviare, ma la GIP, la dottoressa Vortali, ha deciso di non farlo e ha fissato l’udienza. Noi denuncianti siamo 16; stamattina in aula eravamo in 9, assistiti dall’avvocato Pierumberto Starace del foro di Trieste. Tra i firmatari ci sono anche le rappresentanti legali di WILPF Italia (Women’s International League for Peace and Freedom), Patrizia Sterpetti e Annalisa Milani. WILPF è un ente internazionale che ha a statuto la difesa dal rischio nucleare: negare a loro lo status di “persona offesa” è impossibile. Anche a Pordenone la Procura ha tentato di non notificarci la richiesta di archiviazione, ma memori del passato abbiamo controllato costantemente i registri, scoprendo l’atto in tempo per fare opposizione».
– Il Pubblico Ministero era presente?
«No, la dottoressa Urban ha esercitato la facoltà di non scendere in aula. L’udienza è durata circa tre quarti d’ora. La GIP si è mostrata impenetrabile ma estremamente seria. Ora attendiamo la sua decisione, che arriverà probabilmente entro la pausa estiva, anche se le gravissime carenze di personale nelle cancellerie del Tribunale di Pordenone potrebbero rallentare le notifiche».
– Se la GIP decidesse di respingere definitivamente l’archiviazione e ordinasse l’apertura delle indagini, cosa accadrebbe? Sarebbe un atto storico?
«Definirlo storico forse è eccessivo, ma sarebbe un atto di un’importanza politica e giudiziaria straordinaria. Una spina nel fianco per la Nato e per i vertici militari. Significherebbe che la magistratura deve accertare ufficialmente l’esistenza delle bombe ad Aviano. Come si fa? Tecnicamente basterebbe che il PM andasse dal comandante della base a chiederglielo».
– A tal proposito, lei ha raccontato un episodio singolare avvenuto nella base di Ghedi.
«Sì, nel 2024 io e Elio Pagani siamo riusciti a entrare nella base di Ghedi presentandoci come “portaborse” di due parlamentari. Ci accolse il comandante della base, il colonnello Lacaita. Persona squisita, competente, cordiale. Ci fece fare il giro della struttura. Alla fine, gli chiesi direttamente: “Colonnello, ma queste armi atomiche ci sono o non ci sono?”. Lui sorrise e rispose: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Gli feci notare che avvalersi di quella facoltà equivaleva a confessare, perché se non ci fossero state avrebbe detto semplicemente no. Sorrise di nuovo. Non smentiscono e non confermano».
– Ci sono altri elementi che provano la presenza di questi ordigni oltre ogni segreto di Stato?
«Ce ne sono due quasi buffi. Il primo: nel 2014 l’allora Ministro della Difesa, Mario Mauro, rispondendo a un’interrogazione parlamentare sulle atomiche in Italia, ne difese strenuamente la “legittimità giuridica”, dimenticandosi della legge 185/90 ma, di fatto, ammettendo che i dispositivi erano lì. Il secondo è un’inchiesta giornalistica internazionale del consorzio Bellingcat: scoprirono che i militari statunitensi addetti alla sicurezza dei depositi nucleari di Aviano e Ghedi usavano delle app e delle chat pubbliche per scambiarsi i turni di guardia. Nei messaggi scrivevano chiaramente cose come: “Io stacco, tu vai al deposito nucleare della zona X”. Il segreto di Pulcinella, appunto. Vedremo ora se la Procura di Pordenone deciderà di coprirlo ancora con il segreto militare o se solleverà finalmente il velo».





Lascia un commento