Le distese di ciottoli e le assolate brughiere tra i torrenti Cellina e Meduna sono un meraviglioso collegamento con la montagna per trekking a piedi, a cavallo o in mountain bike.
a cura della Redazione

Grava è il termine friulveneto con cui genericamente si chiamano i greti sassosi dei nostri fiumi-torrenti e, alle volte, anche le magre campagne circostanti. Non stupisce l’assonanza con l’inglese gravel e con il francese antico gravele che significano entrambi ghiaia. Non stupisce perchè tutti e tre derivano con grande probabilità dal proto celtico grawa, cioè ghiaia, ghiaino, terreno ghiaioso. I conoidi dei torrenti che solcano l’alta pianura del Friuli Occidentale sicuramente esistevano già 1000 anni prima di Cristo, quando prima i Veneti e poi i Carni si insediarono nell’attuale Friuli. Ciclopiche colate di ghiaia e ciottoli, frutto dello sbriciolamento di montagne antichissime, i cui detriti alluvionali vennero sparsi dalle acque sulle terre a valle. Queste furono coperte da un materasso di ghiaia che rende il terreno permeabile e quindi magro e arido fino ad una fatidica linea trasversale, che sembra quasi tirata con il righello, la cosiddetta “linea delle risorgive”. Da qui in giù la colata di ciottoli si interrompe quasi di colpo, ricominciano i terreni argillosi e l’acqua ritorna in superficie. I torrenti, che sulla ghiaia appaiono e scompaiono a seconda delle stagioni e delle piogge, da lì in poi diventano fiumi, anche navigabili. Tutti i nostri corsi d’acqua dal Piave al Torre e oltre hanno questo andamento, con l’eccezione della Livenza, che è sempre navigabile, fin quasi dalla sorgente. La Cellina e la Meduna sono due torrenti che scendono dalle valli omonime e che si innestano l’uno nell’altro, diventando un unico fiume, quando incontrano l’argilla nel territorio di Cordenons. Prima della confluenza il paesaggio è fatto di distese biancheggianti di ciottoli ed assolate brughiere. Siamo nella punta più occidentale delle grandi steppe dell’Eurasia. Questi territori sono chiamati con un altro termine locale, magredi. L’etimo è piuttosto intuitivo: sono terreni magri, poco adatti all’agricoltura, anche se custodiscono molti endemismi floreali come alcune rare specie di orchidee.

O come la crambe tatarica, l’erba dei tartari, le cui spore arrivarono in Friuli attorno al Mille, portate dai cavalli degli invasori ungari. Ma soprattutto sono un meraviglioso collegamento con le montagne per chi vuole immergersi nella natura e progettare un bel itinerario per trekking da compiere a piedi, a cavallo o in mountain bike. Corridoi di autentico wilderness dove alcune specie come la lepre, la starna, l’occhione, la volpe, il capriolo sono stanziali, mentre altre come il cervo ed ora anche il lupo fanno sovente capolino scendendo dai monti. La brughiera che inizia a Nord di Cordenons e a Est di San Quirino, dove si trova il cosiddetto Sic, sito di interesse comunitario, un’area sottoposta a tutela ambientale, conduce dritta in Valcellina. Per superare lo sbarramento artificiale di Ravedis si imbocca a Maniago Libero l’antico sentiero di Forcella La Crous e si scollina a Bosplans, in comune di Andreis.
Oppure si può passare sul letto del Meduna, tenendosi sulla sinistra quella “mesopotamia” che è il territorio tra i due alvei, dove c’è il paese di Vivaro, e risalendo lo stesso Meduna fin in Val Meduna, anche detta Tramontina. Insomma risalire gli alvei dei nostri torrenti, le grave, ossia la parte ciottolosa, e i magredi, cioè la brughiera, è un’esperienza immersiva, nella quale sembrerà di trovarsi fuori dal mondo, pur rimanendo sempre ad appena un paio di chilometri dai centri abitati. E da qualche parte nelle aree golenali di questi torrenti si nasconderebbero i resti di una città perduta dal nome di donna, Caelina. Ne parla Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, datata 77 dopo Cristo. Lo storico romano racconta di quattro civitates, già scomparse da secoli al suo tempo: nelle terre dei Carni Segesta ed Ocra, in quelle dei Veneti Atina e Caelina. E’ quest’ultima ad affascinare di più gli storici e gli archeologi. Sarà per il nome, che sembra quello di una dea e che ha tutt’oggi una precisa corrispondenza con un toponimo, anzi con un idronimo, quello del fiume Cellina. Secondo l’uso dei Celti ad ogni fiume, rivolo o sorgente corrisponde una divinità femminile, perchè l’elemento acqua ricorda la creazione, la nascita, il liquido amniotico. Quando arrivarono i romani molti antichi nomi rimasero in uso: acqua quae dicitur Caelina, si legge negli scritti di molti storici latini. Ma Caelina – dice Plinio – è nel territorio dei veneti, che non sono Celti, ma un popolo indoeuropeo ancora più antico, di stirpe troiana, quindi originario dell’Anatolia, che dopo tanto peregrinare si è insediato tra L’Adige e il Tagliamento. La presenza dell’idronimo non lascia dubbi però sulla collocazione della città nell’attuale Friuli. Ma dov’è esattamente? Nella parte montana o in quella pianeggiante del corso del Cellina? La ricerca della città perduta fu per anni l’ossessione del Conte Giuseppe di Ragogna, uno dei padri dell’archeologia friulana.

Nelle fondamenta del castello di famiglia, nel borgo di Torre di Pordenone, aveva trovato le tracce di un castelliere preistorico e poco distante, sulle rive del Noncello, le banchine di un porto fluviale. Secondo il di Ragogna, Caelina, o quantomeno il suo porto, si trovavano lì. A sostegno portava una tesi sposata anche da altri studiosi: le acque di risorgiva del Noncello sarebbero le stesse del Cellina e scorrerebbero nell’antico alveo di quest’ultimo, un tempo molto più esteso, come si intuisce tuttora anche ad occhio nudo. Un grande cataclisma, forse una spaventosa alluvione, come quella di cui parla Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum, ma risalente a molti secoli prima, avrebbe sconvolto la regione in epoca preromana, sbriciolando le montagne, spostando il letto dei fiumi e scaricando in pianura gigantesche colate di ghiaia e detriti. I resti di Caelina, la città perduta, che qualcuno ha favoleggiato come una sorta di Eldorado celtico, sarebbero da qualche parte nell’area dei fiumi Meduna, Cellina e Noncello, sepolti sotto tonnellate e tonnellate di ciottoli e ghiaia.





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