L’insegnante carnico dà vita ad un flusso di coscienza in cui racconta la sua visione della scuola, destinata sia agli studenti che agli adulti
a cura di Andrea Vergari
Herr Bert, nome d’arte di Herbert Caposassi, ha insegnato italiano per oltre quindici anni nelle scuole superiori dell’Alto Adige. Carnico di nascita, il suo percorso per arrivare alla cattedra in Sudtirol è stato lungo e non convenzionale, grazie anche alla sua istrionica personalità: proprio questo bagaglio di esperienze lo ha reso, come è stato definito, un alternative teacher, o come lui stesso preferisce, un insegnante di lavagna. Cosa significa? Herr Bert lo racconta in “Manuale di scalata per studenti che non si sentono già una cima”, sottotitolo: “Aggrappati alla fantasia per aprire una nuova via”, ossia la sua visione a 360 gradi del mondo della scuola, ricca di consigli e spunti per alunni, genitori e professori, nel suo unico stile amichevole e pacato. Il libro non segue una struttura lineare, e ogni capitolo è un flusso di pensieri, commenti e discussioni con gli alunni. «Non mi sono annotato le varie conversazioni negli anni – spiega Herbert – La prima idea per il libro mi è venuta nell’autunno dello scorso anno, durante una passeggiata. Avevo abbastanza anni di esperienza nell’insegnamento, mi è bastato fare mente locale su tutto ciò che ho imparato e la volontà di trasmettere tutto ciò che prima era solamente discorsi con gli amici.
Mi piacerebbe che il libro aiutasse a stimolare un nuovo approccio scolastico per le nuove generazioni, che possano così creare la propria realtà in una scuola che stimoli al dubbio e al pensiero critico – oltre ad una rivalutazione del ruolo dell’insegnante, figura piuttosto in difficoltà negli ultimi anni.»
Manuale di scalata infatti si sviluppa lungo la metafora della scalata e delle camminate in montagna, grandi passioni di Herr Bert. Da qui il termine insegnante “di montagna”, perfezionato poi in “di lavagna”: professori più legati alla parete nera da affrescare di gesso, o all’ardesia della montagna, che ai supporti multimediali. Una tela scura su cui gli alunni possano dipingere la propria via piuttosto che seguire schemi fissi, e un insegnante che non abbia paura di uscire dal tracciato, di sporcarsi le mani e di far ridere.
Nella genesi del libro gioca un grande ruolo l’Alto Adige. Com’è stato l’approccio con una regione così unica e particolare, a cominciare dalle difficoltà linguistiche?
«Il primo impatto non è stato facile. Le differenze linguistiche sono la punta dell’iceberg di tutta una serie di schemi sociali: il non sapere il tedesco ti fa partire già svantaggiato, e risveglia una serie di attriti storici di una zona il cui rapporto con l’Italia e l’italiano non è stato sempre facile, con una grande rivendicazione di autonomia culturale.
La mia fortuna è stata proprio il non aver seguito un percorso di studi classico per un professore, e quindi il non aver dovuto inconsciamente basarmi su schemi fissi. Dopo un primo tentativo di lezioni più standard con poco successo, ho capito di dover far leva sui nostri valori comuni, a cominciare dalla passione per la montagna: così facendo mi sono potuto avvicinare al loro punto di vista, aiutandomi anche con l’ironia dei fumetti per aiutarli ad interpretare la realtà attraverso macro lezioni scelte e discusse con la classe, invece che “statiche”». Herr Bert è infatti anche fumettista e il libro è costellato dei suoi personaggi.
Il complicato rapporto della scuola con il cellulare e la tecnologia. Pensi che si possa arrivare ad un compromesso che sia fruttuoso sia per gli insegnanti che gli studenti?
«Io parto sempre dalle parole e dal peso che esse anno. Il termine tecnologia in origine indica qualcosa che ti migliora la vita, mentre per i nostri ragazzi è semplicemente tutto ciò che è moderno ed elettronico.
Il fatto che il cellulare sia un supporto e non una distrazione è quindi fondamentale: serve quindi anche la piena collaborazione delle famiglie per far comprendere agli studenti il valore della rinuncia ad esso – anche da parte di noi professori -, altrimenti rimarrà la curiosità del violare le regole. Regole di cui c’è sì necessità, ma che non arrivino arbitrariamente imposte dall’alto, bensì usando il buonsenso fin dalle mura di casa, spiegandone danni e utilità.
Per questo la scuola deve essere il primo buon esempio: sono del parere che il cellulare dia sempre la risposta giusta, ma che sia la vita a dare ogni volta una lezione differente.»
Un altro argomento centrale, assieme alla metaforica scalata, è quello di Rit mo (inteso in friulano “ridi ora”, ndr): un invito a prendere le sfide della vita con leggerezza e con la mente libera. Come vedi le menti dei nostri adolescenti?
«La filosofia dell’insegnante di lavagna serve proprio ai ragazzi a scoprire i propri limiti, in modo da non ricadere in una vita piatta. Io cerco di insegnare secondo linee più curve che a zigzag o rigide, e può essere difficile in un luogo chiuso come le classi: sono piccoli dettagli che però possono influire su mente e corpo degli studenti. In questo mi aiuto proprio con i fumetti, che sono la risposta ai continui moderni messaggi sovrastimolanti di cui siamo costantemente bombardati: un linguaggio più semplice che fa riscoprire la meraviglia di un tratto leggero e fa lavorare la il cervello su più livelli, proprio come una scalata.»
Manuale di scalata è quindi una lettura importante non solo per gli adolescenti, ma anche e soprattutto per quegli adulti che giovani lo sono stati e cercano un modo per (ri)stabilire un contatto da cui loro stessi siano i primi ad imparare: aiutarsi a vicenda nella scalata della crescita.





Lascia un commento