Memorie dal “Don Bosco” di Pordenone

di Gianni Sartor

Era il 1973 quando varcai per la prima volta la porta austera dell’Istituto Salesiano Don Bosco di Pordenone. Ricordo che non ci volevo andare; fu mia madre ad insistere perché a Zoppola insegnavano francese e non l’inglese, perché secondo lei il Don Bosco era una scuola più seria e preparava meglio per le superiori. Mio padre tendeva a pensarla come me, soprattutto perché c’era la retta da pagare e a Zoppola era tutto gratis. Fui fortunato perché incontrai compagni magnifici con i quali periodicamente ancora ci ritroviamo con piacere, ma tutti insieme fummo ancora più fortunati ad incontrare Don Lino Meneghetti al suo primo incarico da insegnante.
Un prete che ha saputo incarnare in modo totalizzante quello che è lo spirito Salesiano come pochi altri, coniugando modernità e senso pratico. All’epoca l’ambiente del collegio era ancora di stampo ottocentesco ed il potere era detenuto da anziani insegnanti che vietavano le maniche corte quando faceva caldo, che mal sopportavano gli schiamazzi in cortile e che avevano creato un ambiente ovattato e mummificato poco consono ai ragazzini degli anni settanta. Ormai ero rassegnato a questa melassa, quando inaspettato ed oltremodo gradito, avvenne una specie di golpe ed un gruppo di giovani preti prese il controllo del collegio portando una ventata di freschezza che tutti noi studenti auspicavamo ma senza il coraggio di affermarlo. Il nostro insegnante divenne vice preside e da quel momento, credo di poter parlare per tutti i miei compagni, andavamo a scuola più volentieri dopo questa rivoluzione copernicana. Più che un insegnante, Don Lino è stato per noi un precettore visto che ci insegnava italiano, religione, storia, geografia e latino. La mattina, sveglia da caserma alle 6:00, colazione a casa e poi, zainetto pesante in spalla e via in piazza a Zoppola a prendere la corriera. Arrivati in piazza Risorgimento a Pordenone, iniziava la lunga marcia fino in via Grigoletti per raggiungere il Collegio don Bosco. La facevamo quasi di corsa perché prima si arrivava e più tempo rimaneva per giocare a “pili” (piccole biglie di vetro) tra le radici degli alberi del cortile interno. Quando suonava la campanella, tutti salivamo ordinatamente per raggiungere le nostre rispettive aule ed iniziavano le lezioni. Regole, serietà ed educazione hanno caratterizzato il triennio, ma soprattutto interminabili partite di pallone nel “campo del sabion”. Credo che Don Lino, ci avesse concesso la agognata “partita mensile”, cioè due ore di lezione ogni mese convertite al calcio, per creare la squadra dentro e soprattutto fuori dal campo. Ed i risultati si sono visti perché un sottile legame ci ha uniti e continua a tenerci legati anche dopo la dipartita del Don. Il passaggio alla scuola pubblica è stato un trauma. L’ambiente della scuola privata era un ambiente protetto dove se avevi volontà trovavi sempre qualcuno disposto a darti una mano. Diversamente, ti consigliavano di cambiare scuola. Insomma era la rappresentazione ideale ed idealista del mondo. Fuori da li, la giungla della scuola pubblica, fatta ad immagine e somiglianza della società e della vita reale. Come diceva Thomas Hobbes, “homo homini lupus” cioè, l’uomo è un lupo tra i lupi. Discutendo con un amico, mi dice che le situazioni sarebbero cambiate dai nostri tempi e che non tutti i professori sarebbero all’altezza del ruolo e che pagando rette piuttosto consistenti, un genitore avrebbe diritto al top della qualità. Secondo me il top dovrebbe essere garantito comunque perché va ricordato che la scuola pubblica non è gratis, la paghiamo con le nostre tasse.
Se è vero che sono cambiati i ragazzi, molto di più sono cambiati i genitori. Spesso in peggio purtroppo. Se le cose non vanno, si scaricano le colpe sulla scuola, pubblica o privata non importa. Si aggrediscono gli insegnanti sia verbalmente che fisicamente nella convinzione di aver partorito dei geni incompresi. I ragazzi a scuola devono imparare a rispettare le regole, devono acquisire ed assimilare un metodo, devono imparare rispetto ed educazione, ma prima di loro, dovrebbero imparare queste cose i nuovi genitori invece di delegare la scuola e le istituzioni.

 

RELIGIONE E STATO DI DIRITTO

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