Quei temerari sulle macchine volanti

Mezzo secolo fa Piancavallo fu teatro delle prime imprese dei pionieri del deltaplano che decollavano dalla cima del Tremol

a cura di Luigino Zin

Chirotteri policromi volteggiano sui monti, sono i nuovi aquiloni umani. Con questo titolo, apparso circa mezzo secolo fa su una rivista locale, si dava conto di un nuovo sport che stava prendendo piede nella provincia di Pordenone e in poche altre parti d’Italia: il volo libero o volo umano praticato con una specie di aquilone chiamato “deltaplano”. La forma originaria di questo attrezzo, costituito da un incrocio di tubi di alluminio facenti da ossatura a una vela triangolare, ricorda appunto un delta, cioè quella lettera maiuscola dell’alfabeto greco. Questo “ordigno” è derivato dalla cosiddetta “ala Rogallo”, ideata da un ricercatore della NASA (Francis Rogallo, di origine italiana) per il rientro dallo spazio degli astronauti a bordo delle loro navicelle. Tuttavia, come sappiamo, l’ala Rogallo è rimasta a livello di esperimento in campo spaziale; ma, via via modificata e migliorata, essa ha permesso all’uomo di volare a guisa di uccello, realizzando quel sogno atavico, perpetuato dal mito di Icaro, dagli studi leonardeschi e tentato nei secoli, con scarsa fortuna, molte ossa rotte o fatali tragedie, da un inesausto manipolo di audaci. Ormai da mezzo secolo, dunque, migliaia di umani hanno finora potuto, e possono tuttora, librarsi nell’aria: finalmente liberi e svincolati dalla gravità che, dalle origini, li aveva etichettati come individui terragni, capaci solo di alzare di una spanna i piedi dal suolo per camminare, oppure correre per sfuggire ai predatori carnivori. Questa svolta epocale aveva inizialmente determinato l’interesse di un sempre maggiore numero di persone le quali, con meravigliato sbalordimento, venivano a vedere gli implumi pionieri del volo umano decollare con una breve rincorsa a piedi da un pendio collinare o montano e planare silenziosi verso i sottostanti prati pedemontani. Un’altra folla emozionata si assiepava invece ai bordi dei luoghi di atterraggio, seguendo con lo sguardo o con i binocoli le planate di quei “matti” che, appesi a quella specie di tappeti volanti, scendevano ad atterrare più o meno morbidamente sull’erba. I primi esperimenti di volo libero nella pedemontana pordenonese sono stati tentati da noi quattro amici: Franco Lisot, Ivo Molmenti e i fratelli Alfeo e Luigino Zin; nell’ottobre del 1974 abbiamo assemblato l’Ikarus, una specie di biplano senza fusoliera che avevamo acquistato in California in scatola di montaggio. Questa “macchina volante” era divisibile in due semiali onde consentirne il trasporto su due diverse auto fino al pendio scelto per le prove, dove andavano ricongiunte con quattro bulloni; il pilota posto al centro di esse doveva reggerle con le braccia e prendere la rincorsa finché, grazie alla portanza raggiunta, non si sarebbe sentito sollevare per le ascelle e trasportare con i piedi penzolanti in una corta planata a qualche metro da terra. Così, nel marzo del 1975, sui dolci pendii a lato del poligono di tiro di Montereale, siamo riusciti a collaudare questo strano biplano effettuando “voli” di qualche decina di metri. Ma dopo altri giorni di prove, per la diversa perizia dei quattro aspiranti piloti, per gli inevitabili urti dovuti a false partenze e alle violente piantate di muso in atterraggio, l’Ikarus è finito in pezzi. Sconsolati, ma comunque lieti di essere riusciti a provare l’ebbrezza di quei voli, pur brevi, al modico prezzo di qualche graffio e contusione, ci eravamo rassegnati a restare bipedi terrestri. Purtroppo non sapevamo ancora che Alfio Caronti (il primo pilota italiano di deltaplano) volava a Como ormai da circa tre anni, tenendo anche corsi di pilotaggio. E nemmeno potevamo immaginare che, la primavera successiva, un gruppetto di cinque altri pordenonesi (a loro volta inconsapevoli dei nostri precedenti esperimenti aviatori) avrebbero imparato a volare frequentando uno di quei corsi di deltaplano. Avutane notizia, tramite costoro abbiamo contatto Caronti che, in un paio di giorni di corso sul pendio dietro Marsure, ci ha insegnato a decollare, virare e atterrare con il deltaplano; molto più facile e divertente di quella “macchina volante” sulla quale, per inesperienza, avremo potuto rischiare di ammazzarci. I primi rudimentali deltaplani consentivano solo di planare: maggiore era il dislivello fra decollo e atterraggio, più lunga sarebbe stata la planata e maggiore la durata del volo. Invece, sulla costa californiana si andava affinando la tecnica del volo veleggiato, sfruttando le correnti dinamiche create dalla brezza oceanica. Tecnica che anche noi avremo perfezionato negli anni seguenti: grazie al progressivo maturare dell’esperienza di volo e ai nuovi e più performanti modelli di deltaplano, lo sfruttamento delle correnti ascensionali ci avrebbe permesso impensabili guadagni di quota. Ma, intanto, ci accontentavamo di inaugurare punti di decollo sempre più elevati dalle cime friulane quali: il monte Lussari, il monte Prat, il San Simeone e, in Piancavallo, la sella di arrivo del secondo tronco della seggiovia (oggi non più esistente). Così, quasi mezzo secolo fa, alle soglie dell’inverno del 1977, mi era venuta voglia di tentare una insolita prodezza: il decollo con deltaplano dalla cima del monte Tremol “in prima assoluta invernale e solitaria”. Oggi, ormai ottuagenario ve la racconto: non per rivendicare un chissà quale record, bensì per aggiungere una piccola curiosità alla cronaca dei tanti e assai più importanti eventi ludici e sportivi del Piancavallo. Il 18 dicembre di quell’anno, seduto in seggiovia con il fagotto lungo sei metri del mio deltaplano tenuto in bilico, ho raggiunto la sella di arrivo del secondo tronco. La giornata era stupenda, le piste e le cime ben innevate; oltre al delta, pesante una trentina di chili e alla necessaria imbracatura, avevo con me una macchina fotografica, acquistata a Gibuti nel 1932 da un mio zio che era in marina: una vecchia Kodak a soffietto, munita di autoscatto meccanico per poter documentare l’impresa. Mi sono caricato in spalla il tutto e ho cominciato a inerpicarmi lungo la cresta sud-ovest del Tremol. Non avevo ramponi da ghiaccio ma, per buona sorte, la crosta di neve gelata cedeva sotto il mio peso e gli scarponi affondavano soltanto di una trentina di centimetri rendendo più sicuro il cammino. Del resto conoscevo bene il percorso: quella era una via che ogni anno, a fine stagione, con la neve ben compattata e in compagnia dei più anziani e indimenticabili Gianni Billiani e Guido Romor, percorrevamo con gli sci in spalla per goderci la lunga ed entusiasmante discesa fuori pista dalla cima del Tremol. Ansimando per la fatica ho raggiunto la cima e, dopo aver ripreso fiato, ho montato il delta; quindi ho dovuto costipare pian piano la neve con gli scarponi onde realizzare un tratto percorribile di cinque-sei passi per la rincorsa necessaria al decollo. Affondare nella neve con le gambe nel momento della partenza avrebbe causato una piantata, forse un capovolgimento del delta e conseguente pericolosa scivolata lungo il pendio. Ho quindi ammassato un mucchietto di neve dove poter appoggiare la macchina fotografica per un autoscatto, poi un giro d’orizzonte a saziare lo sguardo sullo stupendo panorama. Una ultima occhiata alla cima del Cavallo lì, poco distante, cercando di indovinare per dove e in che modo i botanici Giovanni Zanichelli e Domenico Stefanelli, con gli zoccoli ai piedi e senza l’ausilio di corde fisse, siano riusciti per primi a salirne la vetta, nel 1726. E finalmente il decollo, favorito da un leggero vento frontale. Mai nessuno si era lanciato prima da quel luogo; perciò, con un certo batticuore ho sorvolato il Piancavallo, col timore che il modesto rapporto di planata del mezzo al quale ero appeso, non mi avrebbe permesso di superare le creste della Castaldia, impedendomi di proseguire verso la pianura. Invece tutto bene: dopo 28 minuti sono atterrato nel prato adiacente al CRO di Aviano. Nei decenni a seguire (e qui lasciatemi esprimere un po’ di vanto), raggiunta la piena padronanza della tecnica di volo veleggiato e con diversi e sempre più moderni deltaplani, sono ritornato parecchie volte quassù: non più a piedi, ma sfruttando le correnti ascensionali che mi permettevano esaltanti guadagni di quota (perfino a 4.500 metri s.l.m. raggiunti sopra la Marmolada) e percorsi di distanza, anche di un centinaio di chilometri lungo le alpi friulane e venete, sulle dolomiti, sul Grossglockner e le Lienzner Dolomiten austriache; in aggiunta, un record personale di sei ore di permanenza in volo nel tragitto di oltre 90 chilometri, tra il monte Pizzoc e Sappada. Nel 2018, dopo aver assiduamente praticato per 42 anni questo sport meraviglioso, un banale incidente domestico, che mi ha leso due tendini del braccio sinistro, mi ha indotto a “ripiegare per sempre le ali”.

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