Ad inizio agosto ho avuto il piacere di intervistare Gian Mario Villalta, figura centrale del festival pordenonelegge e instancabile promotore di idee, che nel corso degli anni ha saputo dare al festival una visione chiara e un respiro internazionale, senza mai perdere il legame con la città e i suoi cittadini
a cura di Carlo Sam
L’incontro è stato così piacevole e ricco di spunti che abbiamo scelto di trascriverlo integralmente, mantenendone il tono colloquiale e spontaneo che spero apprezzerete.
– Partirei con una breve introduzione sulla ventiseiesima edizione
“Seguendo il principio per cui abbiamo celebrato la venticinquesima, la ventiseiesima dovrà essere ancora migliore, no? È questa l’idea di fondo. Perché se ci si ferma al venticinquesimo per le celebrazioni, poi si rischia di pensare di essere arrivati. Invece l’unico modo per sconfiggere la routine è darsi sempre nuovi obiettivi.

Da questo punto di vista abbiamo un Presidente, Michelangelo Agrusti, che non si tira certo indietro nel rilanciare. E quindi, con lui – quasi sempre volentieri, a volte anche un po’ trascinati – andiamo avanti. Quest’anno il festival diventa ancora più grande, se possibile, e quindi anche più impegnativo da gestire, ma più bello.
Le novità sono due, entrambe assolute. La prima – non saprei neanche dire quale sia la più significativa – è quella legata all’insediamento sulla sponda del Noncello: l’Arena Europa, dedicata ad appuntamenti specifici, che diventa anche un simbolo. Simbolo del fatto che questa è l’unica città europea attraversata da un fiume che, per vari motivi, non viene ancora valorizzato abbastanza. Io, da anni, lo dico – e non solo io – che lungo quel tratto del fiume sarebbe bello organizzare eventi, renderlo una parte viva della città. Anche perché tutte le volte che ho portato qualcuno lì, ha reagito dicendo: “Ma guarda che bello! Qui cosa ci fate?”. Ecco, quest’anno ci sarà un’arena. Esteriormente sarà un tendone, ma all’interno sarà semicircolare, come una vera e propria arena. Lì si terranno diversi appuntamenti.”
– È nella zona dove c’è l’imbarco vicino al parcheggio Marcolin?
“Sì, sarà nella zona dell’imbarcadero, un po’ più a sinistra, perché non vogliamo intralciare la gommonata, che anche quest’anno si sovrappone, come sempre. Speriamo poi – se questa nuova iniziativa piacerà – di poterci organizzare meglio, magari scaglionandoci con le date. Abbiamo cercato un accordo per non pestarci i piedi, e mi pare che l’abbiamo trovato.
Quindi anche visivamente sarà un segnale importante. Tutto questo anche grazie al Comune, con cui – su queste cose – siamo in sintonia nella traiettoria verso Pordenone 2027. Quindi queste iniziative fanno parte anche di un accrescimento del dialogo culturale della città.
La seconda novità riguarda invece la Galleria Harry Bertoia, dove – ancora una volta grazie alla fiducia del Comune – proponiamo la Cyber Book Hall. A parte la bellissima mostra al piano superiore curata da Minuz – ma di quella si parlerà in altre sedi – abbiamo voluto dedicare tutto il primo piano all’intelligenza artificiale. Per noi è un tema molto importante, e può avere una ricaduta culturale anche per Pordenone. Non tanto perché oggi non si faccia quasi più un discorso senza nominare l’intelligenza artificiale – ormai anche quando si va a prendere il gelato, no? – ma perché abbiamo voluto andare oltre la moda e proporre degli esperimenti letterari. Avremo quattro postazioni più una centrale.
L’idea è riflettere sul cambiamento culturale che stiamo vivendo. Sono passati 26 anni dal primo festival, e in questo tempo abbiamo visto un passaggio forte: dal cartaceo al digitale come fonte e strumento di informazione e di comunicazione. Ma ora c’è una discontinuità ancora più radicale: l’idea che, con l’intelligenza artificiale, si possano generare forme di conoscenza e d’arte da sole, attingendo semplicemente a un patrimonio inerte di dati.
Ma la cultura, in realtà, nasce quando quel patrimonio viene attivato, messo in movimento e in discussione, passato di nuovo al vaglio del vissuto. Quando è rimasto inerte, come patrimonio di dati, non ha prodotto nulla. Ecco, il nostro tema è: come collegare queste novità, anche se legate all’intrattenimento, con la consapevolezza che la tradizione ha un valore.
In queste postazioni, per esempio, si potrà chiedere all’intelligenza artificiale di comporre una poesia su richiesta. Ovviamente sarà qualcosa di elaborato, magari un sonetto. In un’altra postazione si potrà “dialogare” con un autore, in un’altra ancora si esplorerà il collegamento tra lettura, suoni, immagini e musica generati digitalmente. Lo scopo è anche vedere quale grado di sintonia si può creare. Naturalmente, tutto questo non accade da solo. Dipende da come si prepara, si nutre e si istruisce l’IA. Speriamo di aver fatto un buon lavoro. È pensato soprattutto per i ragazzi delle scuole, come stimolo alla curiosità. Anche se gli adulti potranno ovviamente partecipare. L’idea è dire ai ragazzi: “Se studi Omero, Boccaccio o una poesia, sappi che queste opere non sono lontane dalla contemporaneità. Sono contemporanee oggi come lo sono sempre state. Quando si è passati dalla scrittura a mano alla stampa, i problemi erano gli stessi. Ma quei testi hanno continuato a vivere, anzi, sono rinati grazie alle nuove tecnologie”.
Ecco, queste sono le due grandi novità. Poi, per il resto, sono state intensificate le relazioni e le collaborazioni. Insomma, è una Pordenonelegge più grande, più forte, e – nonostante le polemiche siano sempre dietro l’angolo – anche molto accogliente e pronta ad ascoltare tutti.
Soprattutto, pordenonelegge è questo: ascolto di tutti, ma contro nessuno. Certo ci sono delle scelte, e ci sono per fortuna scelte discutibili, però in un ventaglio che è impressionante per pluralità e differenze. Poi c’è sempre chi vuole sapere la famosa “pagina in più del libro”. Se si guarda il programma, non troverà solo opinioni molto diverse, anche contrastanti, ma soprattutto idee e opere portate da ospiti provenienti da mondi differenti. Il nostro spirito, come abbiamo sempre detto, è quello di una festa della libertà, il tema che il Presidente Agrusti ha voluto segnalare già nell’intitolazione del festival. E quindi: i libri non si bruciano, le opinioni non si bruciano. Si confrontano.”
– Parlavamo prima dell’evoluzione avvenuta nei primi 26 anni della festa del libro. All’inizio avete incontrato difficoltà nel promuovere il format e l’evento. Però, forse, era un periodo in cui si leggeva di più rispetto ad oggi. E qui arrivo alla domanda: quest’anno ho visto che il tema è “Amo leggere”. Oggi voi che avete il polso della situazione non solo nel territorio, ma anche a livello nazionale ed europeo. Quanto si legge rispetto a una volta? Si legge ancora? Si legge allo stesso modo?
“Allora, bisogna distinguere tra un quadro sociologico e uno culturale.
Dal punto di vista sociologico, si legge di più. Anche chi non legge un libro, legge comunque molto più di una volta, perché oggi si legge e si scrive continuamente: con i telefonini, Internet e tutti gli strumenti digitali, ognuno di noi è costantemente in contatto con la scrittura e la lettura. Se si torna indietro di 30 o 40 anni, chi aveva finito la scuola, tranne poche eccezioni, aveva praticamente finito di leggere e scrivere. Ora non è più così: sul piano quantitativo, siamo tutti lettori e scrittori in maniera quasi folle rispetto al passato. Inoltre, c’è una crescita enorme sia della lettura online sia di quella cartacea, soprattutto nell’ambito della comunicazione quotidiana. Penso alle proposte commerciali in rete e alle comunicazioni in rete, ma anche al cartaceo, ai dépliant, alle brochure, a tutto quel materiale che produce lettura. Il problema, però, è che la quantità di materiale da leggere è diventata talmente enorme da cambiare completamente la proporzione e la valutazione dei contenuti, soprattutto sul piano culturale.
Non solo si è moltiplicato il web, ma si è moltiplicata anche la carta stampata. Quando abbiamo iniziato con pordenonelegge.it, la domanda era: finirà il libro? Passeremo dalla carta allo schermo e dallo schermo al lettore digitale?
Dal punto di vista socioeconomico, invece, si pubblica molto più cartaceo. Il numero di case editrici e libri pubblicati è in crescita. Senza contare tutto ciò che fa parte della vita quotidiana e che spesso viene dato per scontato, ma ormai è diventato uno sfondo permanente dello storytelling, della narrazione e del richiamo emotivo, attraverso forme poetiche, non poetiche, miste di immagini e parole. Oggi non riesco a entrare in un luogo senza trovare qualcosa da leggere. Una volta si andava in un posto guardandosi attorno, oggi si va in un posto leggendo o ascoltando racconti. Anche un agriturismo produce testi da leggere, che non sono solo menu, ma raccontano storie, danno suggestioni, informazioni, emozioni.
Sul piano culturale, invece, cosa succede? Da un lato, per ragioni di mercato, si è quasi annullata la differenza tra letteratura “alta” e “bassa”. In fondo oggi l’importante è vendere, arrivare a un pubblico il più ampio possibile, fare numeri. È un fatto che riguarda tutti i campi, per l’amor di Dio, non solo la letteratura.
Tuttavia, fino ai primi anni del nuovo secolo esisteva ancora una gerarchia culturale ben definita, che poi si è sfaldata in pochi anni. Ora si va verso aree di interesse più variegate, ma la maggior parte di queste aree – quella più grande e compatta – è dedicata a una letteratura di consumo, di intrattenimento, anche nell’ambito dell’opinione. Ci sono libri che non dicono niente più di quello che si può sentire al telegiornale: sono puro intrattenimento, spesso abilmente confezionato, ma senza una vera ricerca o approfondimento, né scientifico né politico. E ce ne sono tanti. Per quanto riguarda i romanzi, molti sembrano fatti con lo stampino, zuppe riscaldate: ne compri uno, poi un altro, e così via, e alla fine i conti tornano. Rimane però una vasta area – anche se più ridotta rispetto al passato – dedicata alla ricerca letteraria, agli studi approfonditi, con la speranza che quella continuità culturale cui accennavamo prima continui a esistere.
Quindi, in sintesi, si legge sicuramente di più e si scrive, eccome, di più.
Il problema è distinguere ciò che è semplice riciclo delle opinioni che girano continuamente – più o meno abilmente rielaborate – da ciò che è esperienza culturale originale, seria e approfondita.”
– Quest’anno, a inizio luglio, siete stati a Bruxelles, e poi a Milano.
Come sta crescendo pordenonelegge anche da questo punto di vista? Quest’anno avrete più di 13 eventi in luoghi fuori città…
“Da un lato, la dimensione nazionale o sovranazionale di Pordenonelegge è ormai evidente a tutti. Mi dispiace dirlo così, perché magari altri dicono “fai il grande…” però, forse perché sono coinvolto, ma sento spesso dire: “Tu vai in giro, in qualsiasi posto ci sia un minimo di cultura, e subito Pordenone viene associata a pordenonelegge”. Scatta automaticamente il legame tra la città e il festival.
Perché succede questo? Perché se ne parla, perché arriva, per tanti motivi. È anche giusto che ci sia un riconoscimento, un accreditamento, al di là del fatto che noi abbiamo molto dalla nostra Regione, e ci teniamo molto. Proprio perché la Regione partecipa a questa crescita, è giusto che la nostra realtà venga riconosciuta anche da fuori. Siamo stati per anni considerati l’ultima ruota del carro culturale in Italia, e ora? Non solo noi, ma anche chi ci sta vicino, tutto quello che sta succedendo dimostra che stiamo facendo qualcosa di buono. Non dovremmo forse farlo vedere di più? Certo, è chiaro che costa fatica e denaro, sarebbe più comodo restare a casa.
Eppure, anche in questo, non ci accorgiamo mai di essere soli: il Comune, la Regione e tanti altri soggetti ci sono vicini, e questo è un segnale positivo. Vuol dire che c’è un sistema che in qualche modo funziona.
Tornando al discorso di prima, senza la Camera di Commercio saremmo stati fatti fuori dalle critiche (avevamo contro un buon numero di “opinionisti”) in due o tre anni, considerando le ambizioni che avevamo. Se la Camera di Commercio non ci avesse creduto e sostenuto — e con questo intendo anche le realtà autorevoli delle varie categorie economiche, e anche quelle trasversali, politicamente capaci di evitare i conflitti personali — oggi non saremmo qui. Questo si vede anche sotto altri aspetti. C’è un filo che lega il rapporto tra impresa, politica e cultura che, se riusciamo a farlo evolvere in modo intelligente, aiuterà a superare le differenze invece che esasperarle, dando così di più a tutti.”
– Parliamo del legame storico con i giovani. Ormai direi che questo evento ha una forte relazione con loro, partendo, ad esempio, dai famosi angeli di pordenonelegge. Ho visto che quest’anno avete rafforzato anche il coinvolgimento degli studenti dell’ISIA Roma Design.
“Sì, anche del gruppo Obliquo per citare un’altra collaborazione. Farei un elenco molto ricco, ma preferisco far parlare il programma. Abbiamo coinvolto molti ragazzi – le scuole e l’università e l’accademia di belle arti – in vari appuntamenti, facendo sì che i ragazzi e i giovani siano protagonisti di una serie di iniziative.
D’altronde, qual è la cosa che dovremmo fare?
Ci sono due opzioni: organizzare eventi in cui sessantenni e settantenni parlano dei giovani, oppure dare direttamente ai giovani degli spazi e delle responsabilità? Perché prima o poi noi non ci saremo più. Allora, muoia Sansone con tutti i filistei? Mi sembra una sciocchezza.
I giovani stanno crescendo, e sono sempre più bravi. Non parlo solo del gran lavoro che fa Michela Zin con gli “angeli” per la gestione organizzativa del festival, ma anche dell’impegno del Presidente Agrusti per coinvolgere gli Its e l’Isia di Pordenone.
Ad un certo punto c’è fisiologicamente un cambio di era, legato a queste evoluzioni di cui parlavamo, e bisogna mantenere il passo. Credo che possiamo essere d’accordo su questo: dobbiamo mantenere la rotta e i nostri principi, ma per rinnovarci dobbiamo lanciare l’esca ai giovani che sono già immersi in un mondo diverso. Abbiamo molte cose belle da questo punto di vista quest’anno. Il principio è sempre stato: invece di parlare solo dei giovani, diamo loro da fare, rendiamoli protagonisti attivi. Pensiamo di mettere a loro disposizione un budget e le nostre capacità organizzative, poi chiediamo: “Cosa fareste voi per pordenonelegge?” Secondo me è questa la molla che li fa diventare ancora più bravi, capaci di fare cose anche per conto proprio. E tutti insieme si collabora per costruire qualcosa di importante.”
– Già. Non è detto che chi semina raccolga, però se nessuno semina, di sicuro nessuno raccoglierà. Prima, mentre parlavamo del Noncello, mi è nata un’immagine in testa. Percorro il nostro amato fiume tutti gli anni in canoa, un percorso meraviglioso, soprattutto il tratto prima del ponte di Adamo ed Eva, e quindi troverei molto affascinante l’idea di fare una presentazione itinerante di un libro su una barca che va lungo il fiume…
“Non l’abbiamo ancora fatto, non è facile da realizzare e portare ad un pubblico, ci sono ragioni di sicurezza e altre problematiche. Però ti assicuro che ci abbiamo pensato e speriamo, dopo anni, che quella parte del fiume venga in qualche modo rivitalizzata, perché sarebbe qualcosa di veramente invidiabile.”
– Tornando all’intelligenza artificiale, invece, mi hanno molto stimolato le attività che ha descritto. Al contempo, questa riflessione è nata spontanea: si dice sempre di più che se non hai conoscenze pregresse su un tema, per fare le domande giuste all’intelligenza artificiale, per capire se ti sta dicendo la cosa giusta o meno, l’IA diventa uno strumento pericoloso… l’intelligenza artificiale da sola non può essere la soluzione a tutto.
“Istruire chi usa l’intelligenza artificiale è fondamentale, non può mancare.
Il punto di fondo è una questione molto diversa: si tratta di usare l’IA per moltiplicare l’intelligenza, velocizzare i processi.
Soprattutto è una questione statistica: per esempio, io posso verificare se in 50 testi ci sono citazioni di un certo tipo. Se do quei testi all’intelligenza artificiale, in un minuto e mezzo o due mi restituisce ciò che cerco, anche per difetto. È come la meccanizzazione in agricoltura, per fare un esempio: qua da noi, in 60 anni, siamo passati dal lavoro manuale con la falce a nuove tecnologie con le quali un operatore fa il lavoro che spettava a cinquanta contadini.
Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale, anche se con proporzioni diverse. Tu devi imparare a usarla, certo, ma devi conservare la tua intelligenza. L’istruzione e lo studio restano fondamentali; non possono essere sostituiti dall’intelligenza artificiale. Se vuoi ottenere risultati di rilievo, non basta essere furbi o smanettoni: serve quello che un mio professore chiamava “culo di pietra”, ovvero serve passare ore a studiare. C’è sempre spazio per i furbi — anzi, forse lo spazio aumenta — ma chi usa l’intelligenza artificiale in modo corretto e utile non può farsi istruire da essa, perché l’IA non può sostituire la formazione tradizionale e lo studio. Ho insegnato fino a poco fa, e per quello che posso continuo a seguire la scuola: vedo che purtroppo l’uso dell’intelligenza artificiale incoraggia il pressappochismo e i furbi. Per esempio: perché perdere due ore a fare un riassunto, una traduzione dal latino o dall’inglese, quando in un minuto ce l’hai pronta e anche più corretta? Spesso la versione dell’IA è più giusta di quella che potresti fare tu (soprattutto se non hai mai aperto il libro).”
– Faccio l’ultima domanda sull’intelligenza artificiale: secondo lei, che impatto avrà sulla memoria storica? Ha detto prima che si produce molta più carta, ma dall’altro lato ci sono sempre più contenuti digitali che rischiano di finire nell’oblio digitale.
“Dipende da quanto tempo ci metteremo e da quanto saremo in grado di utilizzare questa nuova tecnologia per far tornare l’onda della tradizione del sapere. Questa domanda se la sono posta anche i più grandi intellettuali quando è stata inventata la stampa. La stampa, così come la scrittura, è sempre stata vista con sospetto.
Già Platone si interrogava sulla scrittura, temendo che le persone perdessero la memoria, che non sapessero più ricordare niente, che la parola viva della conoscenza sparisse. Il testo scritto è come un figlio orfano (lo dice per primo lo stesso Platone): ognuno lo interpreta a modo suo. L’oralità, invece, permette una comunicazione viva, di immediata risposta, con continui aggiustamenti e confronti.
La scrittura prima, poi la stampa, hanno moltiplicato i libri in modo spaventoso. Pensiamo che un tempo comprare un libro era un lusso per pochi, come acquistare una Ferrari; oggi un libro costa meno di un paio di jeans.
Quando Lutero tradusse e fece stampare la Bibbia, scatenò un putiferio: “Diamo la Bibbia in mano a chiunque? Ma siamo pazzi!” Ci furono polemiche infinite sul potere di interpretazione, sulla cultura e sul sapere. Poi però è nata una nuova stagione, con teologi e filosofi che hanno ridefinito il pensiero.
La tecnologia crea sempre crisi, è un sommovimento inevitabile, dalla ruota alla stampa. L’umanità, però, si è sempre mostrata capace di ripartire, anche dopo grandi perdite, reinterpretando e ripescando il proprio bagaglio culturale. Credo succederà anche con l’intelligenza artificiale. Il problema è quanto tempo ci metteremo e quanti danni o conflitti dovremo affrontare prima che questa nuova tecnologia diventi normale.
Spero che i ragazzi considerino normale studiare greco e latino come una volta, pur usando l’intelligenza artificiale. Oggi, purtroppo, molti studenti pensano: “Tanto la traduzione la fa l’intelligenza artificiale, a che serve studiare?” Questo è l’equivoco più grave che si possa coltivare.”
– State già pensando a Pordenone 2027? Avete qualche idea particolare per quell’edizione?
“Sì, stiamo già lavorando. Come dicono quelli che hanno preparato il dossier e hanno vinto la candidatura, la candidatura non è un traguardo, ma un percorso. Molte delle cose che stiamo facendo, comprese quelle due iniziative di quest’anno di cui parlavo, le valutiamo per il loro impatto attuale e per come usarle al meglio sul lungo periodo. È come un ballon d’essai: si butta il pallone in campo e poi si vede cosa ne esce.
Per esempio, stiamo costruendo un progetto internazionale molto importante per la poesia, con pubblicazioni già in corso. Il programma del 2027, vedrà 5-6 partner europei – ne abbiamo già tre oggi – e il supporto di istituti di cultura e riviste importanti.
L’obiettivo è fare di Pordenone un interlocutore decisivo per la poesia nel Centro Europa, e mi sembra un buon risultato a cui ambire. Si vedranno forse meno eventi “più visibili”, ma lavoriamo volentieri anche in profondità. Per esempio, stiamo collaborando con Treccani su un dizionario per ragazzi, un progetto avviato da due anni con grande successo, che si collega direttamente al 2027. Anche la questione del Noncello sarà parte delle voci di quell’anno.
Vedremo cosa funziona e cosa no: quando lanci un progetto, devi aspettare un po’ per vedere come va, non puoi cambiare tutto subito. Nessuno nasce dalla testa di Zeus, facciamo calcoli ragionevoli e intelligenti, ma poi aggiustiamo il tiro. Abbiamo un anno e mezzo per affinare e mirare meglio, mentre continuiamo a lavorare sui libri e sul programma.”
– Ultimissima domanda “alla Marzullo”: si faccia una domanda e si dia una risposta. Cosa avrei dovuto chiederle che non abbiamo ancora menzionato a dovere?
“Beh, direi che non abbiamo parlato di questa cosa meravigliosa, che forse avete sentito tante volte e che io stesso ho ripetuto fin dalla nausea, ma resta sempre nuova: pordenonelegge è una cosa che appartiene a Pordenone.
Va detto innanzi tutto che, quando si tratta di cose importanti, sappiamo metterci insieme, fare comunità, fare squadra. Il fatto che il festival sia della città è ciò che incanta tutti. Non è una manifestazione che si svolge in una città (in un suo spazio separato dalla vita quotidiana) dove a nessuno interessa.
pordenonelegge è la manifestazione dei pordenonesi, di tanti, se non proprio di tutti. È chiaro che ci sono anche quelli che si oppongono, quelli che pensano sarebbe meglio senza, ma questa è una percentuale fisiologica e che forse ha motivazioni molto particolari. Quello che è evidente, invece, è la quantità di associazioni, istituzioni, imprese private, operatori del commercio e della ristorazione che partecipano attivamente, la passione con cui chiunque dà una mano e soprattutto la presenza dei giovani, che non è da trascurare.
Se la manifestazione è sentita come propria dalla città, diventa la cosa più importante, e viene percepito anche dall’esterno, da tanti autori, case editrici, e così via. Non è perché Pordenone sia una città straordinaria per arte o offerta turistica, se confrontata con molte altre vicine e lontane — non è questo — è perché lo diventa grazie a un’atmosfera, un tono dominante, una realtà che resta in mente nel tempo. Qualcosa di bello, no?”
– Assolutamente sì.





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