Intervista ad Alberto Parigi, Assessore con delega alla Cultura e al grande evento del 2027
a cura di Marianna Maiorino
Quando una città viene scelta come Capitale della Cultura, non si tratta solo di una medaglia da appuntarsi al petto. È un invito a mostrarsi, a raccontarsi, a mettersi in discussione. È una sfida, ma anche l’occasione imperdibile di fare un salto di qualità. A Pordenone questa nomina ha acceso molte aspettative, e altrettante domande. Che tipo di cultura vogliamo celebrare? Quali gesti daranno corpo a questa parola così abusata e così sacra? Cosa resterà, quando le luci della ribalta si spegneranno? Ne parliamo con Alberto Parigi, Assessore alla Cultura. Un’intervista, per scoprire non solo i progetti, ma anche i dubbi, i sogni, e il senso profondo di una sfida che non si gioca solo nei musei e nei teatri, ma nei cuori e nelle ambizioni personali.
La nomina di Pordenone a Capitale della Cultura è un titolo, sì, ma ora è anche una promessa da mantenere. Quali sono le prime azioni concrete che metterete in moto per onorarla?

“In questa fase stiamo definendo la governance, cioè tutta l’organizzazione
operativa: le figure professionali, le ditte, le organizzazioni coinvolte. Serve chiarezza su chi fa cosa e con quali risorse umane ed economiche. Il dossier prevede che il braccio operativo sia Sviluppo e Territorio, di concerto con il Comune. Poi c’è l’ambito comunicazione: servono nuove professionalità che ci aiutino a promuovere Pordenone fuori dai confini regionali. La sfida vera è questa: far uscire la nostra città dall’anonimato nazionale, posizionarla nella mente e nel cuore degli italiani e non solo. È necessario avviare un cambio di mentalità, che in realtà è già iniziato: vedo articoli, servizi, un interesse mediatico in crescita. Ma serve una spinta strutturata e costante.”
C’è un progetto che definirebbe audace? Uno di quelli che quando ci pensa le vengono i brividi?
“Ce ne sono tanti: il dossier contiene 50 progetti, di cui 10 landmark, cioè progetti principali. Ma uno in particolare mi entusiasma: ridare vita a Villa Cattaneo, una splendida villa veneta oggi inutilizzata. Diventerà un centro per la produzione, la ricerca, la formazione e l’archiviazione musicale, in collaborazione col Conservatorio di Udine e con il coinvolgimento diretto dei giovani. Un altro progetto simbolico è quello della Casa del Mutilato, che grazie ai fondi ministeriali sarà acquistata, ristrutturata e trasformata in un museo interattivo dedicato al ’900. Ecco il senso profondo di Capitale della Cultura: rimettere in moto luoghi che dormivano e restituirli alla vita con nuove funzioni e nuovi significati”.
Come intendete coinvolgere attivamente i cittadini, soprattutto i giovani e le fasce più fragili della popolazione?
“Il nostro obbiettivo è includere tutti, concretamente. I giovani saranno parte della governance: ci sarà una Consulta giovanile che affiancherà gli organi gestionali del progetto. Ho già attivato gli uffici delle Politiche Giovanili per definire nel dettaglio questa struttura. E poi ci sono progetti specifici: la sezione
Pordenone Scuola Capitale prevede la Summer school, percorsi di formazione congiunti tra giovani, università e imprese su temi come il design, l’intelligenza artificiale, la rigenerazione urbana. C’è anche un progetto che favorisce il dialogo tra i giovani e gli organizzatori di manifestazioni storiche della città. E un altro dedicato ai centri giovanili, oltre a un percorso scolastico incentrato su Pier Paolo Pasolini.
Come pensate di posizionare Pordenone sulla scena culturale nazionale e internazionale?
“Beh sì, il nostro sguardo va anche oltre i confini nazionali: coinvolgeremo innanzitutto le realtà vicine come Austria e Slovenia. Il dossier include un piano di comunicazione e un piano di promozione turistica che coinvolgerà tutte le associazioni. Tutte le manifestazioni che organizzeremo già da quest’estate porteranno il marchio: Verso Pordenone Capitale Italiana della Cultura. È un percorso già avviato, e presto definiremo insieme una linea comune di comunicazione con tutti i soggetti coinvolti”.
È prevista una forma di monitoraggio pubblico dell’attuazione del dossier?
“Certo. È prevista un’Unità di Valutazione Territoriale, un soggetto esterno che
seguirà passo passo la realizzazione del progetto. Inoltre, ci impegniamo a garantire trasparenza totale: aggiorneremo i cittadini con report periodici, comunicando in modo chiaro ciò che è stato fatto e ciò che sarà fatto.
Pordenone in questi anni ha coltivato bellezza e pensiero, ma cosa le piacerebbe che restasse dopo quest’anno da capitale? Quale scintilla nei cuori?
“Vorrei che Pordenone entrasse nell’immaginario collettivo nazionale, non solo come città d’impresa e dinamismo economico, ma come luogo di fermento
culturale. Mi aspetto una città rigenerata, in cui molti spazi, oggi abbandonati o sottoutilizzati, riprendano a vivere. Questa è la traccia che sogno: una città che si riposiziona attraverso la cultura.
Cos’è per lei la cultura?
“La cultura è la base di tutto. È ciò che plasma il pensiero e quindi che forma la società. Sa, pensiamo spesso che il mondo sia mosso dall’economia, e in parte è vero, ma in fondo ciò che davvero muove il mondo sono le grandi visioni, e quelle nascono da una certa cultura, da un certo sguardo sul mondo”.
Le chiedo di commentare due citazioni. La prima è di Pier Paolo Pasolini: “Dove tutto è merce, anche l’anima lo diventa.”
“Condivido il pericolo: la cultura può diventare merce. Ma credo che a Pordenone questo rischio sia rovesciato. Qui l’imprenditoria sostiene la cultura, non la compra. Pordenonelegge, sostenuto dalla Camera di Commercio, ne è un esempio lampante. Certo è però che Pasolini aveva ragione a mettere in
guardia: viviamo in una società della mercificazione. Ma qui stiamo cercando un’altra via”.
La seconda citazione è di Zygmunt Bauman: “L’ignoranza non ha mai aiutato nessuno. Ma è un ottimo affare.”
“È una frase terribilmente vera. L’ignoranza è redditizia per chi vuole
manipolare. Chi non possiede strumenti culturali è più fragile, più esposto.
Però, d’altro canto, la cultura non deve essere un orpello salottiero, deve invece avere insita la capacità, ed è questo il bene più prezioso, di giudizio indipendente e autonomo. Deve alimentare cioè la curiosità di scoprire se stessi e la realtà, al di là di ciò che ci viene propinato e quindi: ignoranza no, ma nemmeno cultura preconfezionata, che rischia di diventare indottrinamento”.
Secondo lei la gente ha davvero compreso il valore profondo della cultura?
“Sì, credo che la gente lo abbia capito, almeno a Pordenone. C’è consapevolezza che la cultura qui rappresenti una leva potentissima. Forse fuori non tutti se ne rendono conto, perché per qualcuno è ancora vista come qualcosa di salottiero, un accessorio. E invece la cultura è ciò che entra nella carne viva, che anima, e spinge oltre i propri limiti.”
C’è una critica che l’ha ferita in modo particolare nel suo percorso finora?
“Non c’è una critica specifica, ma ammetto che non amo la critica a prescindere. In particolare, trovo miope chi critica i fondi destinati alla cultura, come se non fossero prioritari. La cultura è il motore dello sviluppo di una città. Punto”.
In questo senso, crede che Pordenone possa farcela?
“Io ne sono convinto. Si respira entusiasmo, unità d’intenti, e poi c’è la laboriosità tipica dei pordenonesi. E sottolineo che è un obbiettivo condiviso
con un territorio, una coralità che è stata determinante per la conquista del titolo e che lo sarà ancora per raggiungere gli obbiettivi”.
Vincere il titolo è stato un traguardo. Ora però arriva la parte più difficile: mantenere le promesse. Questo non le mette un po’ di pressione?
“Mi sento certamente responsabile, non per qualcosa in particolare, ma per l’intero processo. È una responsabilità condivisa, certo, ma comunque grande. Alla fine mi auguro di poter dire: Nel complesso è andata bene. Anche se so
che qualche sbavatura ci sarà, perché – pur auspicandola – la perfezione non è realistica”.
C’è un sogno personale che questa nomina la sta aiutando a realizzare?
“Devo ammettere di sì. Il sogno è quello di contribuire, anche solo un po’, alla nostra storia”.
In chiusura, vuole ricordarci alcuni progetti già attivi nel percorso verso Pordenone Capitale 2027?
“Certo, ci tengo molto. Alcuni progetti sono già partiti: le mostre attive
presso la Galleria Bertoia, ad esempio, fanno parte del dossier. E poi stiamo
costruendo il polo musicale del futuro a Villa Cattaneo. Ma c’è un’iniziativa
che mi sta particolarmente a cuore: “La cultura che cura”. È un progetto
che porta la cultura stessa negli ospedali, nelle case di cura, non solo come strumento di benessere, ma anche come voce per pazienti, operatori sanitari, famiglie. La cultura entra a 360 gradi nel mondo della salute, per curare, sì, ma anche per raccontare e unire”.





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