Dal 18 al 22 settembre a Pordenone e dintorni la 25esima edizione del Festival letterario
Libri, libri e ancora libri. Dappertutto. Accatastati su ogni superficie possibile, in ogni angolo di quella stanza piacevolmente disordinata e un po’ caotica che è il loro ufficio al secondo piano di palazzo Badini, nel centro storico di Pordenone. Per Gian Mario Villalta, Alberto Garlini e Valentina Gasparet sono giorni di fuoco. E d’altra parte il programma di questa 25esima edizione di Pordenonelegge fa venire i brividi per l’impressionante numero di autori e di eventi organizzati: 600 ospiti e 340 incontri in 43 sedi diverse in città e in 13 altri centri di provincia e regione, tutti concentrati in soli 5 giorni, dal 18 al 22 settembre: uno sforzo organizzativo senza pari. E tuttavia, dalle loro parole traspare, in fondo, la serena consapevolezza di aver costruito, nel tempo, un evento unico e speciale, che richiama ogni anno, attorno ai libri e ai loro autori, tantissima gente. Passione, follia, desiderio, immaginazione, capacità di seguire i propri interessi e molto altro ancora. Tutti ingredienti che, mescolati assieme, hanno reso possibile il successo di Pordenonelegge.
– Gian Mario Villalta, 25esima edizione di Pnlegge: un’avventura che dura da un quarto di secolo. Che bilancio si sente di fare?
“Da questi anni di fatiche, ma anche di soddisfazioni, possiamo trarre un bilancio estremamente positivo, perchè Pordenonelegge è diventato importante non solo per la città, ma, grazie anche alla città, è diventato importante per tutta l’Italia. Il festival è conosciuto ovunque ed è diventato un momento di riconoscimento per Pordenone stessa, perchè i pordenonesi vedono nel festival qualcosa di proprio, di cui sentirsi orgogliosi. Quello che spero, perchè il festival è frutto della volontà di tante persone che abbiamo coinvolto in questi anni, è che esso non sia solo un appuntamento nazionale di rilevanza culturale in senso stretto, ma anche un momento di festa, di incontro e di divertimento per tutti”.
– Festa del libro e della libertà: perchè?
“In verità questo è stato un suggerimento del presidente della Fondazione, Michelangelo Agrusti, perchè di fatto ci siamo accorti che da molto tempo facciamo una cosa molto semplice: accogliamo tutti. Il festival non appoggia un’idea a scapito di un’altra e nemmeno – e questa è forse la libertà più profonda che vogliamo comunicare – ha una propria idea di cultura e cerca di imporla agli altri. Nel corso di tutto l’anno noi ascoltiamo quanto di meglio e di interessante si dice attraverso i libri e cerchiamo di mettere a confronto autori e opinioni diverse. Libertà è anche quella di ascoltare ciò che sta succedendo nel mondo su molteplici versanti, quello della scienza per esempio, perchè libertà è anche conoscenza e la libertà è nella conoscenza”.
– Il programma di quest’anno colpisce per il numero di autori e di eventi in programma. Che posto si è ritagliato il nostro festival nel panorama delle manifestazioni editoriali italiane e internazionali?
“Siamo sicuramente sul podio. Pordenonelegge con la sua Fondazione si pone da tempo come un’agenzia culturale di grande rilievo riconosciuta a livello nazionale. Se dovessimo fare una sorta di olimpiade, potremmo dire che una medaglia di bronzo l’abbiamo conquistata, ma quel che conta è che sul podio ci siamo saliti”.
– Pordenone sarebbe la stessa senza il suo festival?
“Io credo di no. Ma questa domanda dovrebbe essere più opportunamente rivolta ai trentenni e ai ventenni che sono cresciuti con Pordenonelegge, che hanno collaborato – ce ne sono oltre 200 ogni anno – e che hanno scoperto il piacere di stare insieme e hanno compreso che il libro non è soltanto una cosa noiosa e scolastica, ma fa parte della vita delle persone”.
– Sono tanti gli autori pordenonesi approdati a una notorietà nazionale e internazionale. Merito anche del festival?
“Abbiamo sviluppato con Pordenonelegge, in un luogo così periferico, così lontano dai grandi centri culturali, una realtà di cultura, di lettori e di scrittori statisticamente rara in Italia. Se si prendesse Milano e si calcolasse quanti sono i poeti e gli scrittori in rapporto alla popolazione, ti stupiresti a fare la stessa cosa a Pordenone. E’ possibile che tanti giovani talenti partecipando al festival si siano chiesti: e perchè non io? Gli stimoli, i desideri, le proiezioni della propria immaginazione nascono molte volte così”.
– La scelta di allargare il campo anche ad altri centri della provincia e della regione che obiettivo sottende? E’ forse cambiato qualcosa nel rapporto tra il festival e la sua città? Pordenone comincia a essere un po’ troppo stretta o mantiene ancora la forza delle origini?
“Pordenone è diventata culturalmente più potente, produce cultura attraverso tante realtà, non soltanto con Pordenonelegge. Ci sono soggetti culturali che hanno interesse a uscire dalla città per farsi conoscere con un positivo effetto di ritorno. Potremmo dire che portiamo là, perchè si guardi qua. Il valore reputazionale di ciò che si fa è importante e va seriamente valutato”.
– Quali sono le ricadute in termini economici di Pordenonelegge?
“Si è calcolato che per ogni euro speso c’è un ritorno di 7/10 euro. Ovviamente la cultura non può essere oggetto di speculazione, però non si può negare che ci sia anche un tornaconto economico e soprattutto un tornaconto legato alla crescita delle persone, alla crescita sociale. Se Pordenone è un posto con meno conflitti, con minori indici di deregolamento sociale, forse in parte è dovuto al fatto che il lavoro culturale che si fa è di rilievo e non parlo solo del festival.”
– Pordenone capitale italiana della cultura. E’ un obiettivo a portata di mano?
“Sì perchè abbiamo la forza per ottenere questo riconoscimento, perchè c’è la possibilità di lavorare per il futuro, perchè le realtà che operano a Pordenone sono ancora vive e dinamiche, tutt’altro che incartapecorite. Per cui sì, spero che questo venga colto da chi dovrà decidere”.

“Rispetto alle prime edizioni del festival, quando ci veniva chiesto dov’è Pordenone?, oggi tutto è cambiato. Tutti sanno dov’è Pordenone e sanno che il festival è una cosa bella che merita di essere vissuta”.
– Quali sono stati gli ingredienti che hanno reso possibile questo successo?
“Soprattutto la follia, una certa dose di pazzia, di provincialismo e di capacità di seguire veramente i propri interessi. Le prime volte andavamo, quasi sguinzagliati, alla ricerca degli autori che semplicemente ci appassionavano. Siamo riusciti per esempio a portare il filosofo francese Renè Girard, nostra grandissima passione. Girard non è propriamente un autore mainstream, eppure quel giorno in piazza c’erano 2000 persone ad ascoltarlo, il suo libro è stato un bestseller in Friuli per diverso tempo e ne hanno parlato le grandi pagine dei quotidiani nazionali. Ecco, seguire queste passioni, andare alla ricerca dei propri miti e credere nella letteratura come valore sono stati gli ingredienti del successo del festival”.
– Il festival si ferma, come voi scrivete, sull’uscio della storia, ma l’impressione è che vi voglia entrare in profondità. E’ così?
“C’è una storia maggiore che è fatta di guerre, di grandi movimenti economici, di elezioni presidenziali, di alleanze, spesso di terrorismo e di violenza, ma anche di bellezza. Quella è la storia con la esse maiuscola. Noi possiamo fare quella che un tempo veniva raccontata dai cantastorie, possiamo cantare le storie che però vengono fatte da altri. Ci limitiamo a cantare o a raccontare le storie che danno senso, perchè comunque, qualsiasi accadimento non ha un senso finchè non c’è una storia che lo racconta”.





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