Un buon sistema sanitario pubblico non può prescindere dalla partecipazione dei cittadini alla promozione della loro salute. L’esperienza di Pordenone
di Alberto Rossi
Non saremo mai sufficientemente grati all’Onorevole Tina Anselmi di Castelfranco Veneto, la prima donna ministro nella storia della nostra Repubblica, per aver proposto e portato all’approvazione del Parlamento la riforma del sistema sanitario nazionale che introduceva, per la prima volta, l’universalità delle prestazioni sanitarie per tutti i cittadini della Repubblica, dando finalmente corpo e anima all’art. 32 della Costituzione.
La riforma fu varata nel dicembre del 1978, pochi mesi dopo la nascita del quarto governo Andreotti, un monocolore DC sostenuto dall’esterno dal Partito Comunista – il cosiddetto governo di solidarietà nazionale – ma soprattutto dopo il rapimento di Moro e l’uccisione della sua scorta avvenuta il 16 marzo e l’assassinio della statista pugliese del successivo 9 maggio. Un periodo drammatico della nostra storia con risvolti interni e internazionali molto delicati e che tuttavia non impedì di varare una riforma che proprio avvalendosi del sostegno dei due più importanti partiti popolari di quel momento, ebbe un respiro lungo e un orizzonte a cui ancora oggi possiamo guardare con speranza, anche se molte nubi ne offuscano la prospettiva.
Oggi siamo preoccupati come cittadini delle lunghe liste d’attesa per ottenere una visita specialistica o un intervento chirurgico. I Pronto soccorso sono inferni a cui siamo condannati, se malauguratamente ne avessimo bisogno, i medici di base vanno in pensione senza essere sostituiti, molti sanitari e infermieri scelgono il privato, la medicina del territorio non è in grado di assorbire una quota parte della domanda che finisce in ospedale e tutto il sistema, in decenni di tagli lineari, oggi arranca e ansima, mentre il mercato privato della salute ha colto l’attimo e sta occupando fette sempre più larghe di “mercato sanitario”.
Ovviamente questa è una faccia della medaglia. Ma c’è anche un altro aspetto del problema che riguarda più direttamente noi tutti e che ci richiama a un più di responsabilità. Lo ricordava il grande farmacologo Silvio Garattini in un recente convegno a San Vito al Tagliamento, quando sottolineava come noi cittadini siamo portati a pensare che la salute sia una questione che riguarda solo le istituzioni che ne sono deputate. E invece no: anche noi, con i nostri stili di vita contribuiamo a determinare la spesa sanitaria e conseguentemente il funzionamento del sistema. Si è calcolato che una buona prevenzione ben recepita dai cittadini potrebbe far risparmiare fino a 8 miliardi al sistema nell’arco di alcuni anni.
Già nella riforma sanitaria di Tina Anselmi si parla di “formazione di una moderna coscienza sanitaria” e “di un’adeguata educazione sanitaria” dei cittadini. Dunque già in quegli anni si dava forte peso alla prevenzione e si postulava un principio fondamentale: che un servizio pubblico per funzionare bene ha bisogno anche della partecipazione di noi tutti. Purtroppo, in questi anni, a partire dalla vicenda dei vaccini contro il covid, fino ai sempre più frequenti atti di aggressione ai sanitari del servizio pubblico, questa alleanza tra cittadini e istituzioni sanitarie sembra vacillare. E invece bisogna insistere su questo terreno, perché l’introduzione e la pratica di buoni stili di vita migliora la qualità del nostro vivere, diminuisce il bisogno del ricorso ai medici e agli ospedali, attenua il debito pubblico e in ultima analisi, migliora anche la salute pubblica in generale, contribuendo alla crescita economica del Paese.
Negli anni ’80, proprio agli esordi della riforma sanitaria, il Centro Cardioreumatologico dell’ospedale di Pordenone diretto dal dr. Antonio Antonini Canterin, portò a termine uno studio sui precursori dell’aterosclerosi nell’infanzia, noto come “Studio Pordenone”, in collaborazione con grandi clinici dell’università di Udine e di Padova. Lo studio è una delle principali ricerche riconosciute a livello internazionale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e rappresenta una pietra miliare nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. E tuttavia di quell’esperienza se ne ricordano in pochi, segno che la cultura della prevenzione fatica ancora molto a farsi strada.




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