Nicola De Simone e Gabriella Buzzacchi hanno riportato alla vita un vecchio immobile abbandonato tra i boschi della Val d’Arzino e ne hanno fatto un buen retiro per chi vuole approfondire la pratica dello yoga
di Fanny Piccoli
Per oltre quindici anni, i loro nomi sono stati sinonimo di yoga per tutta la città di Pordenone. Nicola De Simone e Gabriella Buzzacchi erano gli insegnanti e le anime di uno spazio, il Centro Yogah di viale Lino Zanussi, dove centinaia di persone hanno cercato rifugio dalla frenesia quotidiana. Poi, nel 2021, è arrivato il Covid. Per molti è stata una fine, un trauma economico e sociale; per loro, invece, la pandemia ha agito da catalizzatore, trasformando un’esigenza latente in una scelta di vita definitiva. Hanno lasciato il cemento, i ritmi serrati della città e la routine delle lezioni a orario per trasferirsi nel cuore pulsante della Val d’Arzino, a Vito d’Asio. Lì è nata Yogah House, un esperimento di esistenza radicalmente diversa, fondato sul silenzio e sulla riconnessione totale con la natura.
Non è stato un semplice trasloco, ma il compimento di una ricerca durata anni, durante i quali hanno visitato innumerevoli luoghi senza mai sentire quella vibrazione definitiva. Poi, l’incontro con questo angolo di Val d’Arzino è stato un riconoscimento immediato: non sono stati loro a scegliere il posto, è stato il luogo a chiamarli. Nicola e Gabriella lo descrivono come un segno del divino, una convergenza di energie che li ha fatti sentire “a casa” dal primo istante, come se quell’incastro tra i boschi e il silenzio li stesse aspettando da sempre per permettere loro di vivere, e non più solo di affittare, un contesto di ricerca interiore.

Il passaggio è stato un sereno atto di consapevolezza rispetto alla “catena di montaggio” dell’esistenza moderna. Nicola racconta con lucidità come la società odierna ci abbia letteralmente “allevati” a ritmi innaturali. Siamo stati programmati per rispondere a un inquinamento acustico e temporale che consideriamo normale, ma che in realtà ci consuma. Viviamo in una sorta di velocità perenne, dove ogni azione è proiettata verso quella successiva. Nicola riflette su questo automatismo alienante: “Qui, tu non fai un’azione pensando all’azione successiva… entri nell’azione entrando in relazione. In questo modo cambiano tante cose. Osservi te stesso da un altro punto di vista”. La scelta di spostarsi tra i boschi è stata dettata dalla necessità di uscire da un meccanismo di identificazione con bisogni fittizi, riprendendo contatto con la propria natura originaria. Spesso finiamo per identificarci con ruoli e modelli costruiti socialmente che ci portano lontano da noi stessi, creando un senso di vuoto che cerchiamo di riempire con l’iperattività e il consumo.

In questo nuovo contesto, il rapporto con il tempo è stato completamente riscritto. Se in città siamo noi a pretendere di dominare l’agenda, nella natura è l’ambiente a imporre le sue regole. Nicola confessa che, inizialmente, ha dovuto fare i conti con la propria mente dinamica: se piove, la giornata prende una direzione; se c’è il sole, ne prende un’altra. “All’inizio ci fai un po’ a cazzotti perché tu, con la tua mente, sei abituato a seguire sempre determinate routine, mentre ora è la natura che ti impone i suoi tempi. Questo è meraviglioso perché ti abbassa un pochino l’ego”. Questa accettazione non è debolezza, ma un esercizio di umiltà che permette di risintonizzarsi con una marcia più lenta, più umana.
“C’è una discrepanza tra ciò che pensiamo di essere e la vita che conduciamo: il corpo non mente mai, è lui che a un certo punto ci impone di fermarci e riprendere il timone”
È un passaggio che va oltre la mente e tocca la biologia. Nicola parla infatti di Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia (PNEI), spiegando come il nostro sistema immunitario risponda direttamente ai conflitti interiori. Quando viviamo una vita che non ci appartiene, il corpo inizia a inviare segnali: insonnia, gastriti, tensioni croniche. “Ti dicono che sei stressato, li chiamano medically unexplained symptoms, cioè sintomi inespiegabili per la medicina. Di questo si occupa chi fa il nostro lavoro attraverso la respirazione, lo yoga e la meditazione”. Il corpo diventa così il rilevatore infallibile di una verità che la mente cerca di ignorare: “Non ci può essere una discrepanza tra quello che tu pensi e le tue azioni… O meglio, lo puoi fare, certo, ma senti quel fastidio, il pugno allo stomaco, il nodo alla gola. Quelle cose lì sono molto reali ed è il sistema endocrino che sta rilasciando sostanze, ti avverte che c’è qualcosa che non va”.
La Yogah House, sede della Yogah Academy Fondazione No Profit, diventa così un laboratorio di “coerenza”. Il silenzio della Val d’Arzino agisce come uno specchio implacabile. Nicola ricorda che qualcuno, appena arrivato, voleva scappare dopo un solo giorno perché “il silenzio li mandava fuori di testa”. Eppure, è proprio in quel vuoto che si può percepire l’anima. Ma cos’è l’anima per chi ha dedicato la vita a questa ricerca? “Immaginati l’anima come un involucro che contiene tutte le informazioni che abbiamo preso in innumerevoli vite. All’interno c’è la fiamma, eterna, luminosa, imperturbabile. Senza anima non c’è sensibilità. Un robot non ha la sensibilità di percepire col cuore l’altro, di sentire un albero che ti viene voglia di abbracciarlo perché senti che è un essere, non corteccia”.
Nonostante il ritiro, Nicola e Gabriella restano osservatori attenti della società e notano con speranza un risveglio, specialmente tra i giovani. “Ce ne sono tanti che si stanno rifiutando di entrare nella catena di montaggio. Fanno i musicisti, si inventano lavori, studiano agricoltura. Guardano al mondo con occhi nuovi”. Il loro messaggio è un invito a recuperare l’interezza dell’essere, superando la miseria di una vita vissuta per compartimenti stagni. “Siamo un insieme corpo-mente-spirito. L’anima contiene una sorta di carta carbone, una matrice di quello che tu sei”.
La loro testimonianza non è solo la cronaca di una vita vissuta in montagna, ma una bussola per chiunque si senta smarrito nel caos della modernità. In un’epoca che ci spinge verso l’ultraspecializzazione e la dis-connessione perpetua, Nicola e Gabriella dimostrano che la vera evoluzione risiede nel coraggio di rallentare per tornare a “sentire”. Scegliere la Val d’Arzino è stato un atto di ascolto profondo, una risposta a quel sussurro interiore che ci ricorda come la vita non sia un elenco di compiti da svolgere, ma un’esperienza da abitare con presenza. Vivere tra questi boschi significa, in fondo, onorare la nostra natura più autentica: quella di esseri viventi in armonia con il tutto, che nel silenzio ritrovano finalmente la propria voce.





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