Mauro Corona ripercorre gli anni ruggenti dell’arrampicata sportiva e della palestra giù alla diga. “Di qui sono passati tutti i più forti del mondo”
di Piergiorgio Grizzo
Si chiamavano tra loro, per prendersi in giro, i ragazzi dello zoo di Erto. Drogati anche loro, come quelli di Berlino, ma di montagna e di avventura. Erano giovani friulani e bellunesi, che arrivavano in moto o in autostop con qualsiasi tempo e in qualsiasi stagione, per trovarsi in quella terra di mezzo, attirati da una passione che stava nascendo fortissima, irresistibile.
Eravamo agli albori dell’arrampicata sportiva, del free climbing come dicevano gli americani.
Uno yoga in verticale. Muscoli e sudore, ma anche meditazione, introspezione, momento lirico e intimistico. Gara con sé stessi, sfida ai propri limiti e a quelli imposti dalla gravità.
Arrampicare in falesia come rituale iniziatico prima di affrontare la montagna. Ma anche sport compiuto, piacere fine a sé stesso, occasione per vivere l’alpinismo come momento di amicizia e aggregazione e non solo nella solitudine delle cordate, che affrontano le vette.
Grazie ad un certo Maurizio Corona, per tutti Mauro, un ragazzo di 25 anni, che faceva l’operaio in una cava di marmo e nel tempo libero scolpiva il legno e arrampicava in montagna, i climbers trovarono a Erto il loro tempio, su quella parete sferzata dall’onda apocalittica del 9 ottobre ‘63, la notte del disastro. L’acqua si impennò su quella ciclopica sporgenza rocciosa risparmiando il paese di Casso, che stava proprio sopra.
Una falesia che scende dritta sulla strada della Val Vajont, sopra i detriti lasciati dalla frana del monte Toc, con tanti tetti e strapiombi, ma pure traiettorie più semplici, adatte anche a chi ha appena cominciato la sua strada tra corde, imbraghi e magnesite.
Nacque tutto per caso, succede sempre così per le cose belle. Era la metà degli anni Settanta.
“Era il 1975, per la precisione, un giorno qualsiasi – racconta lo stesso Mauro Corona, oggi scrittore e opinionista di successo – non avevo l’automobile, dovevo scendere a Longarone e mi feci portare dal mio amico Italo Filippin, compagno di tante gare di sci e arrampicate. Fu lui che ad un certo punto, dopo qualche tornante, indicando la parete alla nostra destra, disse: lì ne avresti da divertirti!Fu come un’epifania, una rivelazione: c’era quella roccia azzurra, fantastica. Ci ero passato davanti centinaia e centinaia di volte senza mai rendermene conto”. “L’indomani chiamai Italo, presi martello e chiodi – all’epoca non c’erano perforatori, chiodi a pressione, spit o altre cose del genere – e aprimmo la prima via. La chiamammo la Via dei pipistrelli, perché in alcune fessure stavano nascosti i pipistrelli. Poi ci spostammo un po’più in là e facemmo le vie della zona No Big, quella per i principianti”.
“Tempo dopo – continua Corona – andai ad arrampicare con Manolo (alias Maurizio Zanolla, feltrino, altra leggenda dell’arrampicata sportiva ndr) dalle parti di Fiera di Primiero e lo vidi che bucava la roccia con un
trapano, perché era stato in Francia, a scalare sul Verdon e aveva visto che là usavano chiodi a espansione e tasselli da carpenteria. Così andai a comprarmi un trapano e iniziai a darci dentro”. Mauro, Italo e il gruppo di ragazzi che si era creato attorno a loro iniziarono ad aprire vie su vie, di diversi gradi di difficoltà, alle quali davano i nomi più bizzarri: Poltergeist, Tucson, Pole position, Il ritorno di Ringo, Mani di clown…
In un epoca in cui ancora non esisteva internet il passaparola si diffuse in tutto l’arco alpino ed oltre ad una velocità clamorosa. “Il segreto del successo? Beh il fatto che lì si era iniziato ad arrampicare su strapiombo, cosa che in quel periodo nessuno faceva. E poi anche perché ci si poteva allenare perfino se diluviava perché si era al coperto; inoltre quella roccia lì non ti rovina le dita come le placche con le liste. Fu un boom incredibile. Negli anni Novanta posso dire che tutti i più forti del mondo sono passati di qui, da Lovat ai fratelli Le Menestrel, a Kammerlander, a Patrick Berhault, Francois Legrand, al giapponese Hirayama, a Lynn Hill (americana, una delle climber donne più famose del pianeta ndr). C’era un clima bellissimo, di amicizia, di condivisione, si provavano nuove vie, ci si divertiva, impegnandosi al massimo per ben figurare, ma senza alcuna ossessione. E poi alla sera ci si ritrovava al bar Stella, in centro a Erto nuova a ridere, scherzare, bere e tirare tardi”.
Gli strapiombi di Erto furono anche teatro per 7-8 edizioni di una sorta di festival dell’arrampicata, che Mauro organizzò con Sandro Neri e Maurizio Dall’Omo (allora ragazzini, poi diventati altri due fuoriclasse dell’alpinismo), chiamato “Sotto l’orizzontale”. Li si sfidavano e davano spettacolo sulle vie più estreme, ottavo e nono grado, i big del pianeta, gente abituata ad andare a mani nude su pareti impossibili, come recitava un famoso slogan di quegli anni. “Venivano a centinaia a scalare e a guardare, una grande festa, senza competizione. Prima o poi cercherò di riproporlo”.
Sono passati quasi cinquant’anni, ma Mauro Corona la falesia giù alla diga la frequenta ancora, quasi ogni giorno. “Ho chiodato nuove vie anche l’anno scorso. Insieme ad una guida che abita ad Erto, Fabio Battistutta abbiamo iniziato ad attrezzare il settore più a valle. Un’altra guida, ertana d’elezione, Luca Vallata, ogni tanto ci porta anche i bambini delle elementari del paese, che si divertono un mondo. In molte parti della Francia l’arrampicata é materia scolastica. E’ terapeutica per i bambini, sviluppa la determinazione, l’intelligenza motoria, la capacità di prendere una decisione in pochi secondi. Qui da noi, invece, apriti cielo! Insegnanti e genitori sono tassativamente contrari perché é pericolosa. E’ chiaro che se vai sulla Nord del Civetta é pericolosa, ma in palestra non c’é alcun pericolo”.
“Si fa un gran parlare dello sviluppo della montagna – conclude Corona – ma la montagna va sviluppata attraverso quello che offre: acqua, boschi, roccia. Il mio più grande rammarico é che né il Comune, né la Regione hanno saputo valorizzare il potenziale di questo luogo, come polo di attrazione per gli appassionati dell’arrampicata sportiva. Ci sono posti in Italia che con il free climbing hanno creato un’industria, penso ad Arco di Trento o Ferentillo in Umbria, dove attorno alle falesie e agli eventi che vi si organizzano prospera un’economia. Qui da noi invece solo erbacce ed escrementi, perché non hanno neppure pensato di installare un bagno chimico per i frequentatori della palestra”.
(Nella foto sotto: Mauro Corona intervistato da Piergiorgio Grizzo)

Guarda qui sotto l’intervista a video:




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