Religione e Stato di diritto

di Gianni Sartor

C’è stato un tempo in cui il Papa non si limitava a inaugurare ospedali o a lanciare appelli per la pace. C’era un’epoca in cui un pontefice come Innocenzo III riteneva perfettamente normale ricordare ai sovrani europei chi fosse il vero capo. Re, imperatori e principi facevano bene a non dimenticare che una scomunica, allora, poteva valere più di un esercito. Per fortuna, quel tempo è finito.

Oggi, almeno in Europa, la Chiesa Cattolica ha accettato una realtà tanto semplice quanto rivoluzionaria: lo Stato non prende ordini dalle autorità religiose. Il diritto civile prevale sul diritto canonico. I tribunali giudicano secondo le leggi della Repubblica, non secondo il Catechismo. Se un vescovo proponesse di abolire il Parlamento per sostituirlo con un Conclave permanente, probabilmente finirebbe ospite di qualche trasmissione televisiva, non alla guida del Governo.

È stato un percorso lungo, spesso conflittuale, ma il risultato è prezioso: la religione è libera, ma non è sovrana. Ed è proprio questo il punto che dovrebbe valere per tutti.

Ogni confessione religiosa è libera di predicare, celebrare i propri riti e organizzare la propria comunità, purché rispetti la legge dello Stato. Non esistono eccezioni culturali, teologiche o identitarie. La Costituzione non conosce sconti. Per questo motivo desta preoccupazione ed indignazione quando singoli predicatori o imam sostengono pubblicamente che la “sharia” dovrebbe sostituire o prevalere sul diritto europeo, o incoraggiano pratiche incompatibili con i principi fondamentali degli ordinamenti democratici, come LA prevaricazione dell’uomo sulla donna, la libertà di coscienza o il rifiuto della giurisdizione civile. Qui il problema non è l’Islam come religione. Il problema è il rifiuto del principio fondamentale su cui si regge ogni Stato liberale: una sola legge civile uguale per tutti.

Chi arriva in Europa è libero di pregare cinque volte al giorno, dieci se preferisce. È libero di digiunare durante il Ramadan e di educare i propri figli alla fede. Ma non è libero di sostenere che le norme religiose debbano sostituire quelle dello Stato o che le istituzioni democratiche siano illegittime perché non conformi alla legge religiosa e non è libero di compiere la macellazione “halal” perché vietata dalla legge. In questi casi non siamo più nel terreno della libertà religiosa, bensì in quello della compatibilità con l’ordinamento Costituzionale. Se un predicatore – qualunque sia la sua religione – utilizza la propria posizione per incitare al mancato rispetto delle leggi, all’instaurazione di un sistema giuridico alternativo o alla negazione dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, lo Stato ha non solo il diritto, ma il dovere di intervenire con gli strumenti previsti dalla legge. Nei confronti di cittadini stranieri, quando ricorrano i presupposti previsti dall’ordinamento, possono e devono anche essere adottati provvedimenti di espulsione. La regola dovrebbe essere semplice: nessuno è perseguitato per ciò in cui crede; tutti rispondono di ciò che fanno e di ciò che promuovono quando si viola la legge.

In fondo, la lezione della storia è chiara. Abbiamo impiegato secoli per convincere il trono e l’altare a occupare sedie diverse. Sarebbe curioso, per non dire tragicomico, rimettere oggi una qualsiasi autorità religiosa sulla poltrona che lo Stato ha faticosamente riconquistato.

Le religioni possono illuminare le coscienze. Le leggi, invece, spettano al Parlamento. E questa divisione dei compiti è una delle migliori invenzioni della civiltà europea.

Dopo secoli di guerre di religione, lotte tra papi e imperatori, scomuniche usate come missili diplomatici e sovrani convinti di governare “per grazia di Dio”, l’Europa è arrivata a una conclusione sorprendentemente semplice: il potere religioso e quello civile devono restare separati.

Ci sono voluti secoli. Ai tempi di Innocenzo III, il Papa non si limitava a esprimere opinioni. Faceva e disfaceva regni, pretendeva di giudicare gli imperatori e considerava del tutto naturale che il potere politico fosse subordinato a quello spirituale. Oggi una simile pretesa farebbe sorridere perfino molti cattolici praticanti. La Chiesa Cattolica, dopo un percorso storico lungo e spesso travagliato, opera ormai all’interno di Stati laici e democratici. Può proporre valori morali, cercare di convincere gli elettori, criticare le leggi, ma sa bene che il Codice penale non si riscrive in sagrestia e che una sentenza non si impugna davanti a un Cardinale. È una conquista della civiltà, non una sconfitta della religione.

Lo stesso principio deve valere per chiunque. Non esiste alcun motivo per cui un predicatore musulmano, un rabbino, un guru, un santone o il fondatore della Chiesa Universale del Sacro Raviolo Volante possano pretendere un privilegio diverso: le leggi dello Stato vengono prima delle prescrizioni religiose. Sempre. La libertà religiosa significa poter pregare liberamente, non poter scegliere quale ordinamento giuridico applicare. Non è una questione di Islam. È una questione di Stato di diritto.

Domani potrebbe essere un sacerdote integralista che invoca il ritorno del Sant’Uffizio, un predicatore evangelico che pretende tribunali biblici o qualche nostalgico di Innocenzo III deciso a ripristinare l’Indice dei libri proibiti. Nessuno può essere ospite di una democrazia mentre lavora per delegittimarne le regole fondamentali. Chi vuole sostituire la Costituzione con un testo sacro o presunto tale, qualunque esso sia, è arrivato con qualche secolo di ritardo.

 

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