I primi rifugi del Piancavallo: storia di una visione alpina
a cura di Carlo Sam
Molto prima che il Piancavallo diventasse la località turistica e sportiva che oggi conosciamo, sull’altopiano prendeva forma un sogno condiviso da escursionisti, alpinisti e pionieri del Club Alpino Italiano di Pordenone. Il punto di riferimento per intere generazioni nel dopoguerra fu proprio lui: il Rifugio Piancavallo, prima struttura stabile sorta tra queste montagne.
Le sue origini affondano negli anni Venti, quando il CAI di Pordenone poté contare sull’ospitalità di una casera della famiglia Policreti di Aviano, messa generosamente a disposizione nel novembre 1924. Da quel semplice ricovero nacque l’idea di un rifugio vero e proprio, capace di accogliere appassionati e camminatori in un ambiente ancora del tutto selvatico e difficile da raggiungere.
Il progetto prese corpo nel 1948, nel pieno entusiasmo della ricostruzione del Paese, e fu reso possibile grazie all’impegno concreto della sezione pordenonese del CAI, con il sostegno di numerosi benefattori. I lavori furono lunghi e impegnativi, anche a causa delle difficoltà logistiche dell’epoca. La svolta arrivò solo negli anni Cinquanta, quando la costruzione della strada carrabile fino alla castaldia rese più agevole il trasporto dei materiali. Finalmente, nel 1956, il rifugio fu completato.
Per tre decenni, quella struttura fu un presidio culturale e umano sulla montagna: accoglieva gli escursionisti, li guidava, offriva riparo, calore e una vista privilegiata sul futuro di un territorio che da lì a poco avrebbe conosciuto un profondo cambiamento.
Con l’arrivo degli anni Ottanta e l’espansione del polo turistico, anche il rifugio dovette fare i conti con nuove esigenze. Nel 1986, la struttura fu venduta e successivamente trasformata in quello che oggi è lo Sport Hotel Piancavallo, struttura ricettiva a pochi passi dagli impianti sciistici e dal cuore della località.
Oggi il nome del rifugio non compare più sulle mappe escursionistiche, ma la sua memoria resiste nei racconti, nelle foto in bianco e nero e nei diari di chi lì ha vissuto la montagna autentica, fatta di silenzi, fatica e passione. Un’eredità che merita di essere ricordata e raccontata di nuovo.





Ricordo la prima volta che ho visto il rifugio: 1967, ho ancora le foto con la mia bambina neonata. Non c’era nulla, solo il rifugio.