Ripristino della naja o assistenza ad anziani e disabili per formare i nostri giovani?

di Gianni Sartor

Da qualche tempo è ritornato prepotentemente in auge il tema del servizio militare obbligatorio per i nostri giovani. Sarà perché ultimamente, schiere di adolescenti hanno atteggiamenti sempre più spesso antisociali, sarà perché i genitori non sono più in grado di garantire un’educazione decente ai propri figli, sarà perché questa società è cambiata in peggio. Sarà quel che sarà, ma la naja obbligatoria per qualcuno sembra essere l’unico rimedio necessario per raddrizzare i ragazzi di oggi. Non ne sono assolutamente convinto, almeno per quel poco servizio militare che ho fatto personalmente e sul quale posso dare un giudizio. Avevo quasi finito l’università quando sono partito per Fossano, una cittadina in provincia di Cuneo al Centro Addestramento Reclute; mi sono ritrovato rinchiuso in una gabbia di matti nella quale vigevano regole da fuori di testa, dove imperversavano caporali istruttori e sottotenenti che, nella vita normale, non avrebbero trovato spazi nemmeno nei più bassi strati sociali e le reclute erano costrette a subire ogni genere di angherie spesso gratuite. Naturalmente io, con il mio spirito libero e per nulla incline a subire le ingiustizie, ho subito pianificato una ribellione studiandomi puntigliosamente il regolamento militare, applicandolo alla lettera e rendendo cosi quasi impossibile la vita dei quadri intermedi. Questo mio atteggiamento, attirò subito la curiosità del Colonnello che comandava la caserma. Fortunatamente, lui era una brava persona, un pugliese molto corretto e con una particolare simpatia per il Friuli ed i friulani dove aveva operato ai tempi del terremoto. Siccome tra la truppa tutti avevano paura di parlare, non gli parve neanche vero di trovare una persona come me che non temeva affatto le minacce. Per il periodo del Car, spesso mi convocava nel suo ufficio per conversare e bere il caffè. Insomma un Colonnello democratico e con la mente aperta che doveva affrontare tutti i giorni l’inadeguatezza e l’ipocrisia dei propri sottoposti. Questa cordiale amicizia nata per caso, mi mise almeno al riparo dalle sicure ritorsioni. Ma la parte migliore del servizio militare venne dopo: quando fui assegnato come attendente di un Grande Invalido di Guerra che aveva diritto alla scelta nominativa. Era un distinto ottuagenario ex professore di musica e rimasto cieco da bambino durante la prima guerra mondiale. Nei seguenti undici mesi imparai molte cose sul mondo dei non vedenti ed un maggior rispetto verso gli anziani, insomma una scuola di vita che la caserma non avrebbe potuto garantirmi neanche in dieci anni. Ecco perché sono assolutamente convinto che la reintroduzione della naja sia una cosa senza senso ed anacronistica in un mondo dove la specializzazione in ogni campo fa la differenza. Piuttosto, in una società che sta inesorabilmente invecchiando, sarebbe molto istruttivo impegnare i giovani, sia maschi che femmine, in un semestre passato ad assistere anziani e disabili. Sicuramente un periodo che aprirebbe loro le menti e che li farebbe meditare sulla fugacità della giovinezza e sulla fortuna di godere di buona salute.

RELIGIONE E STATO DI DIRITTO

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