Oggi a Pordenone, esposti i resti dell’automobile della scorta di Giovanni Falcone, magistrato ucciso dalla mafia nel 1992. Aldilà del protocollo, un momento di ricordi e riflessione
di Carlo Sam
Il 14 dicembre 1994 ero ancora alle superiori, e ricordo nitidamente l’incontro sulla legalità organizzato dal liceo scientifico Grigoletti di Pordenone al vecchio Teatro Verdi. Sul palco c’era Antonio Caponnetto, il magistrato che aveva preso le redini del Pool antimafia di Palermo dopo l’assassinio di Rocco Chinnici nel 1983. Era stato lui a coordinare il lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (sua la citazione che abbiamo scelto come titolo di questo articolo), contribuendo in modo decisivo al Maxiprocesso di Palermo contro Cosa Nostra.
Solo due anni prima, le stragi di Capaci (23 maggio 1992) e di Via D’Amelio (19 luglio 1992) avevano sconvolto l’Italia, lasciando dietro di sé una scia di sangue e un profondo senso di smarrimento. Undici vite sacrificate, tra cui quelle dei due uomini che meglio incarnavano in quell’epoca la lotta alla mafia.
Quel giorno del 1994, non lo dimenticherò mai, perché ebbi la fortuna di partecipare anche al pranzo che seguì la presentazione. Ricordo ancora la breve distanza dal teatro al ristorante dell’hotel Moderno: pochi metri che mi sembrarono chilometri. Camminavo tra gli uomini della scorta, che proteggevano Caponnetto, e sentivo il peso di quella responsabilità che non era mia, ma che percepivo essere vissuta da loro in primis come un dovere morale.
Oggi, di fronte ai pochi resti dell’auto della scorta di Falcone, mi rendo conto di quanto quell’incontro alle superiori abbia segnato la mia coscienza civica. Riemergono i ricordi di quel 1992. Il 23 maggio rimasi colpito, ma il 19 luglio piansi. Piansi di rabbia.
E ora, dopo 31 anni, questa mattina ero lì, in piazza della Motta, quando hanno svelato quei resti. Guardandoli da vicino, mi sono commosso di nuovo. Mi sono commosso perché ho capito di essere un privilegiato: ho vissuto senza conoscere la guerra. Per noi, la guerra è sempre stata quella dei film o dei racconti dei nostri nonni. Ma di fronte a queste stragi, mi chiedo: cos’è davvero la guerra?
La nostra generazione è stata fortunata. Non abbiamo vissuto la fame, non abbiamo visto la morte violenta accanto a noi, non siamo stati costretti a sopravvivere in una trincea, nel freddo dell’inverno.
Eppure, anche questa è guerra. Non si può chiamare in altro modo.
Una guerra combattuta non per conquiste o potere, ma per difendere un principio, un’idea: la giustizia.
Una guerra che ha tolto la vita a donne e uomini che non cercavano ricchezza o dominio, ma solo di fare il proprio dovere. Il loro sacrificio è stato un atto d’amore incondizionato verso tutti noi.
Oggi ho sentito dire che la mafia non è solo omicidi e reati tangibili: è soprattutto una mentalità.
Ed è a questo che mi sento responsabile. Mi chiedo se faccio abbastanza per combattere questa mentalità. Perché troppo spesso è più facile non fare nulla, voltarsi dall’altra parte e illudersi che i problemi riguardi sempre qualcun altro.
Così penso a chi ogni giorno si batte contro tutto questo, spesso senza i mezzi adeguati. Parlando con le Forze dell’Ordine, capisci quanto questa lotta diventi impari, quando ad esempio si trovano a indossare giubbotti antiproiettile scaduti da anni perché mancano i fondi per sostituirli.
Non posso che provare una profonda vicinanza a chi, nonostante tutto, si alza ogni mattina e sceglie di voler difendere i valori fondanti della nostra Costituzione.
Oggi avrei voluto vedere più giovani in piazza. Tutte le scuole, di ogni grado, avrebbero dovuto essere lì, per permettere ai nostri giovani di capire cosa significa davvero saltare in aria dentro un’auto. Perché i ragazzi di oggi conoscono la guerra solo attraverso i videogiochi, dove se muori, basta un tasto per ricominciare la partita. Ma la vita vera, non ti offre il lusso del pulsante “restart”.
Se la mafia è una cultura, allora siamo tutti chiamati a combatterla. E se restiamo fermi, se non facciamo nulla, diventiamo complici. Perché lasciamo che siano altri a decidere del nostro futuro.
In ricordo di:
Giovanni Falcone (magistrato)
Francesca Morvillo (moglie di Falcone e magistrata)
Antonio Montinaro (agente di scorta)
Rocco Dicillo (agente di scorta)
Vito Schifani (agente di scorta)
Paolo Borsellino (magistrato)
Agostino Catalano (agente di scorta)
Emanuela Loi (agente di scorta)
Vincenzo Li Muli (agente di scorta)
Walter Eddie Cosina (agente di scorta)
Claudio Traina (agente di scorta)
E di tutte le donne e gli uomini che hanno sacrificato la loro vita per un’Italia più giusta. E a chi, ogni giorno, continua a onorarne la memoria con il proprio impegno e coraggio.






Lascia un commento