Sei milioni di polli nel Sanvitese sono ecosostenibili?

La zootecnia intensiva è direttamente correlabile all’aumento di emissioni di ammoniaca in atmosfera e che questa è la seconda causa – dopo il riscaldamento e prima del trasporto stradale – di formazione dei particolati sottili, molto pericolosi per la salute umana

di Giorgio Simonetti

“La zootecnia italiana è in larghissima parte intensiva”, spiega durante la sua relazione il presidente di Legambiente Pordenone, Renato Marcon. A fronte di una popolazione di 60 milioni di abitanti, a scopo alimentare vengono allevati circa 800 milioni di capi ogni anno. Nel settore avicolo si macellano ogni anno più di mezzo miliardo di animali. Quali sono gli impatti ambientali e sanitari legati a questo metodo di allevamento? In pochi sanno che l’intensivo è direttamente correlabile all’aumento di emissioni di ammoniaca in atmosfera (il 94,2% delle emissioni nazionali provengono da agricoltura e zootecnia), e che questa è la seconda causa – dopo il riscaldamento e prima del trasporto stradale – di formazione dei particolati sottili, i cosiddetti PM2,5. Ciò avviene per delle reazioni chimiche che l’ammoniaca provoca nell’aria, legandosi ad altre particelle inquinanti e trasformandosi in particolato sottile, molto pericoloso per la salute umana perché capace di penetrare all’interno delle cellule e della placenta. Le conseguenze sono invecchiamento cutaneo, tumori, polmoniti, problemi cardio-circolatori, danni cerebrali, diabete di tipo 1 e 2, danni al feto e alla fertilità. Le polveri sottili causano in Italia 50.000 morti all’anno, siamo il secondo paese in Europa dopo la Polonia. Curioso è notare che il Sanvitese risulta a livello regionale la zona con maggiore concentrazione di ammoniaca del Friuli Venezia Giulia – un’emissione di 450,84 tonnellate/anno, il 6% del totale regionale secondo il database Inemar ARPA FVG – dovuto proprio alle ragioni sopracitate. Da questi dati capiamo che l’allevamento intensivo è per sua natura sostanzialmente insostenibile per l’ambiente. Vista la quantità di ammoniaca emessa nell’aria, qual è il livello delle polveri sottili? Nel periodo che va da Agosto 2021 a Marzo 2022 ARPA ha effettuato una campagna di misurazione, in cui si è registrato un livello medio di PM10 pari a 33 µg/mc (limite 40 µg/mc) – con picchi giornalieri superiori agli 80 µg/mc – e 35 giornate di sforamento. Il PM2,5 si attesta in media a 23 µg/mc – con picchi oltre i 70 µg/mc – molto vicino al valore massimo di media annuale di 25 µg/mc.
I limiti europei previsti per il 2030 saranno più che dimezzati: da 40 µg/mc si passerà a 20 µg/mc per le emissioni medie di PM10; da 25 µg/mc a 10 µg/mc per il PM2.5. Pensando in prospettiva, in 6 anni San Vito al Tagliamento dovrebbe ridurre questi dati rispettivamente del 39% per quanto riguarda il PM10 e del 56% per quanto riguarda il PM2,5: con che visione di futuro concedere quindi nuove autorizzazioni?
Gli allevamenti del Sanvitese si concentrano in un triangolo compreso tra Chions, San Vito Torricella e Prodolone: la loro potenzialità autorizzata è di circa 5,2 milioni di capi/anno, che potranno diventare 6,2 se verranno approvati gli ampliamenti richiesti all’attuale amministrazione comunale di San Vito al Tagliamento: oltre 400 polli/anno per ciascuno dei residenti del Comune.
Loris Driusso, uno dei fondatori del Comitato ABC di San Vito al Tagliamento, ci tiene a spiegare che il problema è nato nel 2018, con una variante al piano regolatore (n°68) introdotta dalla precedente amministrazione. Con questa modifica venne introdotta la possibilità di realizzare “l’ampliamento” di un allevamento intensivo di polli già esistente a Prodolone. Le virgolette sono d’obbligo perché quello che si richiedeva era la costruzione di nuovi capannoni non sullo stesso sito, ma ad alcuni km di distanza in una zona agricola di pregio ambientale e paesaggistico. Ora nel 2023 la stessa azienda ha chiesto un secondo ampliamento, per ingrandire il sito realizzato nel 2018 con la costruzione di nuovi capannoni. Questi per ironia della sorte andrebbero a sovrapporsi ad un corridoio ecologico previsto dal Piano Paesaggistico Regionale, che prevederebbe l’incremento delle aree boscate e la ricostruzione di habitat naturali utili a favorire lo spostamento della fauna. La domanda di ampliamento è ancora in itinere, ma le richieste non si fermano qui: lo stesso imprenditore vuole realizzare una nuova attività di allevamento intensivo a poca distanza dal primo sito di Prodolone in comune di Chions, nel confine tra Fiume Veneto e San Vito. Legambiente Pordenone già dal 2018 ha presentato diverse osservazioni su queste questioni, segnalando la problematicità della concentrazione di allevamenti intensivi in un luogo dove già la qualità dell’aria è compromessa dalla presenza di diversi insediamenti industriali. San Vito al Tagliamento è infatti al terzo posto come numero di Autorizzazioni Integrate Ambientali rilasciate dalla Regione Friuli Venezia Giulia, nulla osta che viene rilasciato alle aziende altamente impattanti solo dopo la presentazione di una approfondita documentazione.
Per Giacomo Collarile, vicesindaco di San Vito al Tagliamento presente alla conferenza, quando si concedono le autorizzazioni bisogna tenere in considerazione l’inquinamento già presente dovuto all’impatto degli insediamenti esistenti, in linea con i decreti legislativi 152 e 155. “Secondo il tema dell’invarianza emissiva, che abbiamo formulato come amministrazione comunale – ha spiegato – per potersi insediare un nuovo impianto o non dovrà avere emissioni, oppure dovrà costringere gli altri insediamenti a ridurre, in modo tale da non aumentare il carico emissivo totale”. Collarile ci tiene a precisare che la procedura di valutazione è ancora in corso e in una fase che tratta principalmente le questioni urbanistiche (VAS, Valutazione Ambientale Strategica). Non si sta ancora valutando nello specifico l’aspetto emissivo, che verrà analizzato dagli organi preposti in sede regionale con l’autorizzazione PAUR (Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale). Tuttavia se la VAS già mette dei chiari paletti con l’appoggio di ASFO e ARPA – la già citata “invarianza emissiva” – tutto diventa più facile. “Il proponente – continua Collarile – per andare avanti non dovrà aumentare le emissioni”.
Il decreto legislativo 155 mette la salute del cittadino al primo posto, quindi sarebbe potenzialmente possibile per un Sindaco – garante della salute pubblica dei suoi concittadini – negare un’autorizzazione per tale motivo, che tuttavia va dimostrato.

Spazio per una conclusione con buone notizie nazionali ce n’è. Il 6 marzo è stata depositata in Parlamento una proposta di legge firmata da 15 parlamentari provenienti da 5 gruppi politici, dal titolo “Oltre gli allevamenti intensivi”. E’ stata concepita da Greenpeace Italia insieme a WWF, Terra, Lipu e ISDE – Medici per l’Ambiente. In particolare il testo di legge da una parte prevede una moratoria per fermare subito i progetti di espansione degli allevamenti intensivi o l’apertura di nuovi. Dall’altra concepisce misure per sostenere le piccole aziende che adottano metodi agro-ecologici e per aiutare quelle “tradizionali” nella trasformazione, che prevede necessariamente una diminuzione degli animali allevati. Questa legge intende intraprendere un percorso che pian piano ci porterà ad una diminuzione del consumo di carne – non è pensabile che si opti per l’importazione da allevamenti intensivi esteri – a favore di una dieta a base vegetale. La proposta di legge dopo il passaggio in Commissione Agricoltura, se arrivasse alla discussione alle Camere, sarebbe un unicum a livello mondiale. Tuttavia per arrivare a questo risultato servirà una forte mobilitazione pubblica, che si può incominciare a sostenere aderendo al manifesto pubblico sottoscrivibile al link: https://shorturl.at/R37Z7.

(Le foto a commento dell’articolo sono immagini generiche di allevamenti intensivi) 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *