Il complesso dei frati minori, che abitualmente chiamiamo “ex convento” sorse nel 1424
di Walter Arzaretti
Quello che chiamiamo l’ex convento di San Francesco é un complesso ben delimitato di edifici che copre la superficie compresa fra piazza e via della Motta e i vicoli Ospedale Vecchio e San Francesco. E il santo non ne è solo il titolo, ma la ragion d’essere, meglio di esserci stato: è qui infatti, su terreni acquisiti grazie al lascito di Francesco Ricchieri, appena fuori l’allora nucleo urbano, che Pordenone, tardi rispetto alle vicine città, vide sorgere il primo suo luogo francescano a partire dal 1424, giusto sei secoli fa. Il 19 giugno di quell’anno è attestata la posa della prima pietra “ad faciendum, construendum, edificandum unum monasterium in Portunaone ad honorem et reverentiam S. Francisci”: un latino facile per dire anche della fondazione della comunità di frati minori, al cui “viver” aveva pure pensato il benefattore disponendo cinque anni prima dei propri beni. Ricordiamo dunque il sesto centenario dell’inizio di una presenza religiosa stimata dalla Magnifica Comunità della città, che più volte impegnò denari per le varie fabbriche, che vennero a incrementare di vani e servizi l’area conventuale, e amata da nobili e popolo, che sceglievano la loro sepoltura attorno o dentro la chiesa annessa, che oggi conosciamo per l’essere sede di incontri, concerti, esposizioni, manifestazioni culturali.
Questa fu ovviamente il cuore della vita qui dei figli del Poverello, i quali non mancarono di farne decorare le pareti ad affresco già dalla metà del ‘400 e fino agli interventi che si devono al Pordenone ai primi del ‘500. Opere, anche su tavola, che quasi interamente dobbiamo accontentarci di sentire raccontate per esempio da Fabio di Maniago nella sua Storia delle belle arti friulane (1823): “figure così nobilmente immaginate, sì grandiose nelle forme e nel panneggiamento”, le descrisse. Qualcosa è rimasto, come un Sant’Antonio di scuola pordenoniana e la lunetta del Calderari sopra la porta in facciata della chiesa. La scure della soppressione si abbatté infatti, nel 1769, sui frati residenti, costretti a partirsene in poche settimane, ma pure sui beni storici che il convento conservava. Manomessi gli edifici a seguito di vendita (per poco tempo gli acquirenti Galvani, che avevano aperto fra queste mura una fabbrica di liquori, rispettarono l’impegno di garantire l’officiatura della chiesa), andarono perduti o danneggiati gran parte delle pitture e gli arredi e suppellettili (qualche lacerto di affresco trovasi nel museo civico); e gli spazi – che oggi pure comprendono chiesa (che aveva il campanile e ben sette altari), sacrestia, chiostro, una corte interna, le 15 stanze a piano terra e 17 celle a quello superiore – vennero convertiti agli usi più disparati: dormitori, abitazioni, cucina popolare, osteria, teatro, mercato della frutta e infine il liquorificio Ferronato per quarant’anni circa. Il chiostro, sotto il cui perimetro grazie a Dio sono ancora leggibili le seicentesche lunette delle storie e miracoli di San Francesco, fu trasformato e adibito in sala da ballo e teatro: pensate che fu il luogo di proiezione nel 1908 del primo film in Pordenone con commenti a viva voce. Provvide a fermare lo scempio l’acquisizione negli anni ’60 del secolo scorso da parte del Comune, che nelle stanze dei frati ha – come si sa – gli uffici del settore cultura, istruzione, sport, mentre ospita un caffè letterario nel lato che dà sulla piazza e varie associazioni di cultura (anche una mediateca).





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