Il terrapiattismo è una minoranza irrilevante, ma usata strategicamente per screditare ogni forma di dissenso. Questo articolo mostra come la colpa per associazione distorca il dibattito e svuoti di senso il termine “complottismo”
a cura della Redazione
Il terrapiattismo: una minoranza amplificata
Quando si parla di “complottisti”, l’immagine che emerge immediatamente nel dibattito pubblico è quella del terrapiattista: qualcuno che nega l’evidenza più elementare, che rifiuta secoli di conoscenza scientifica, che vive in una realtà alternativa impermeabile ai fatti. È il simbolo perfetto dell’irrazionalità, della creduloneria, del pensiero antiscientifico.
Eppure, i terrapiattisti moderni rappresentano una minoranza statisticamente irrilevante – stime indicano meno dello 0,5% della popolazione occidentale. Perché allora godono di una sovraesposizione mediatica così sproporzionata? Perché la loro tesi è facilmente confutabile, universalmente ridicolizzata e quindi perfetta per un uso strategico: contaminare per associazione qualsiasi altra posizione critica.

Il meccanismo è semplice quanto insidioso:
“I no-vax, come i terrapiattisti, negano la scienza”
“Chi crede alle scie chimiche crede anche alla Terra piatta”
“Sono tutti complottisti: terrapiattisti, no-vax, negazionisti climatici…“
Accostando sistematicamente dubbi legittimi a teorie manifestamente false, si crea una contaminazione retorica che permette di liquidare senza argomentare. Non importa che le posizioni siano radicalmente diverse per fondamento empirico, plausibilità e rilevanza: l’associazione basta a screditare.
Il precedente storico: il mito medievale
Sorprendentemente, questo meccanismo ha un precedente storico quasi perfetto: il mito della Terra piatta nel Medioevo.

Contrariamente alla credenza popolare, nel Medioevo quasi nessuno credeva che la Terra fosse piatta. Lo storico Jeffrey Burton Russell ha documentato che, esaminando il pensiero astronomico medievale, solo cinque intellettuali su centinaia considerarono l’ipotesi della Terra piatta. La stragrande maggioranza degli studiosi medievali conosceva perfettamente la sfericità terrestre, eredità diretta di Aristotele, Eratostene e della tradizione classica.
Da dove nasce allora il mito? Dal XIX secolo, quando gli intellettuali positivisti, nel tentativo di affermare la superiorità della scienza moderna sulla religione, fabbricarono retroattivamente l’immagine di un Medioevo ignorante e superstizioso che credeva alla Terra piatta. Washington Irving, nella sua biografia romanzata di Colombo (1828), inventò di sana pianta la leggenda che il navigatore dovesse convincere i dotti dell’epoca della sfericità terrestre.
Fu una falsificazione storica deliberata, finalizzata a screditare un’intera epoca e, per estensione, il pensiero religioso che la caratterizzava. Una minoranza insignificante venne presentata come la norma per delegittimare secoli di pensiero.
Il parallelismo è perfetto: oggi come allora, una posizione marginale e palesemente falsa (la Terra piatta) viene amplificata e associata strategicamente ad altre posizioni per screditarle tutte insieme, senza doverle affrontare nel merito.
La strategia della colpa per associazione
Immaginiamo questa situazione analoga per comprendere meglio il meccanismo:
Il Gruppo X sostiene che l’industria petrolifera abbia influenzato la politica ambientale per decenni (tesi supportata da documenti storici e inchieste giornalistiche). Il Membro A del Gruppo X sostiene anche che i rettiliani controllino i governi mondiali (tesi palesemente assurda). Conclusione mediatica: tutto il Gruppo X è inattendibile perché il Membro A crede ai rettiliani.
O ancora:
Il Partito Y denuncia corruzione sistemica nel sistema bancario (con casi documentati come lo scandalo LIBOR o Wirecard). Il Membro B del Partito Y crede anche che la Luna sia un ologramma. Conclusione: il Partito Y è composto da pazzi complottisti.
Questo è esattamente ciò che accade quando i terrapiattisti vengono sistematicamente associati a chi solleva questioni su vaccini, geoingegneria, sorveglianza di massa o influenza corporativa: si degrada l’intero spettro del dissenso attraverso la colpa per associazione.
Ma cosa succede quando applichiamo rigorosamente la definizione di “complottista” a questi gruppi etichettati? Emergono contraddizioni illuminanti.
Cosa significa davvero “complottista”?
Per comprendere l’abuso del termine, occorre partire dall’etimologia. Complotto deriva dal latino complottum, letteralmente “ciò che è intrecciato insieme”, e indica un accordo segreto tra più persone finalizzato a compiere azioni illecite o dannose. Il complottista, per estensione, sarebbe colui che teorizza l’esistenza di tali accordi occulti, spesso vedendo connessioni segrete dove potrebbero non esserci.

Nel dibattito pubblico, questo termine viene spesso sovrapposto concettualmente alla paranoia (dal greco para, oltre, e nous, mente) – trasformando così una posizione intellettuale in un sintomo psichiatrico. È questa psichiatrizzazione del dubbio che ha reso “complottista” un’etichetta delegittimante, capace di neutralizzare qualsiasi scetticismo senza doverlo confutare.
I “complottisti” che non lo sono: no-vax e scie chimiche
Applicando rigorosamente questa definizione, consideriamo due casi emblematici costantemente associati ai terrapiattisti: i cosiddetti “no-vax” e i sostenitori della teoria delle scie chimiche.
Il caso no-vax
Chi solleva dubbi sulla sicurezza o l’efficacia di determinati vaccini, sulla trasparenza delle case farmaceutiche o sui potenziali conflitti d’interesse nel sistema sanitario, esprime sospetti verificabili e contestualizzati. La storia offre precedenti concreti:
• Lo scandalo del Tuskegee (1932-1972), dove il governo USA sperimentò su cittadini afroamericani senza consenso
• Il caso Vioxx (2004), con Merck che occultò dati sulla pericolosità del farmaco
• Lo scandalo dell’OxyContin e la crisi degli oppioidi, dove Purdue Pharma manipolò studi scientifici
Questi non sono complotti teorizzati: sono complotti accertati, documentati, giudicati. Chi, alla luce di questi precedenti, nutre diffidenza verso affermazioni categoriche dell’industria farmaceutica o di istituzioni con comprovati conflitti d’interesse, sta esercitando scetticismo razionale fondato su evidenze storiche, non paranoia.
È “complottismo” ricordare ciò che è già accaduto? È irrazionale dubitare di chi ha già mentito?
Il caso scie chimiche
Analogamente, chi ipotizza programmi di geoingegneria o manipolazione atmosferica non sta necessariamente fantasticando. Esistono documenti declassificati su esperimenti militari reali:
• Il programma Operation Popeye (1967-1972), inseminazione di nuvole durante la guerra del Vietnam
• Gli esperimenti britannici di guerra biologica sulla popolazione negli anni ’50-’60
• I progetti di geoingegneria discussi apertamente da istituzioni come la Royal Society
Anche qui, il sospetto si radica in fatti accertati, non in deliri persecutori. Può essere eccessivo, può essere mal informato nei dettagli, ma non rientra nella definizione di “complottismo” come credenza infondata in trame segrete inesistenti.
La differenza sostanziale
Ed ecco la distinzione cruciale che l’associazione strategica cerca di offuscare:
• Terrapiattismo: nega evidenze osservabili, verificabili da chiunque, contraddice secoli di conoscenza consolidata, non ha precedenti storici di “coperture” sulla forma della Terra
• Scetticismo su vaccini/geoingegneria: si basa su precedenti storici documentati di menzogne istituzionali, manipolazioni scientifiche, esperimenti segreti poi ammessi
La prima è una credenza manifestamente falsa e senza fondamento empirico. Le seconde sono posizioni critiche radicate in pattern storici verificabili. Eppure vengono deliberatamente confuse sotto l’unica etichetta di “complottismo”.
Conclusione: ridefinire i termini del dibattito
Chiamare “complottista” chi nutre sospetti fondati su precedenti storici documentati non è un atto descrittivo neutro: è un atto politico di delegittimazione. È trasformare lo scetticismo in patologia, il dubbio in delirio, la memoria storica in paranoia.
I complotti esistono – la storia ne è piena. Le istituzioni mentono – i documenti declassificati lo provano. Le corporation manipolano la scienza – i tribunali lo hanno accertato. Non è “complottismo” ricordarlo: è alfabetizzazione storica.
Il vero pericolo non sta in chi fa troppe domande, ma in chi vorrebbe impedirle ponendo un’etichetta psichiatrica sul dubbio stesso. E quando per farlo si amplificano strategicamente le tesi più assurde – i terrapiattisti di ieri e di oggi – per contaminare quelle legittime, non stiamo assistendo a un dibattito onesto.
Stiamo assistendo a una strategia retorica tanto antica quanto efficace: quella che i sofisti greci chiamavano ad hominem e oggi si dice guilt by association, e che il Medioevo – quello vero, non quello inventato – avrebbe riconosciuto immediatamente come fallacia logica.
La domanda finale è semplice: in una democrazia, è più pericoloso chi dubita di ciò che gli viene detto, o chi vorrebbe impedirgli di farlo?






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